E sconfinati spazi io nel pensier… – A Rocca Calascio

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Nel 1911 il paese di Calascio, sulla strada che dall’altopiano di Navelli raggiunge i pascoli estivi sui monti che da meridione preannunciano le vette più elevate del Gran Sasso, contava quasi 1600 abitanti, ed erano già in calo rispetto ai numeri del censimento del 1881. Non c’era l’acqua in paese, fino a quel momento, perché la natura carsica del terreno impedisce la formazione di sorgenti perenni a quote basse; e la modernità incalzava, così come il richiamo delle città. Chi poteva permetterselo costruiva cisterne sotto le proprie abitazioni, in cui raccogliere la neve e l’acqua piovana, ma i più dovevano recarsi al laghetto vicino al paese per attingerla: acqua spesso stagnante e di cattiva qualità.

Proprio in quell’anno, grazie alle donazioni delle famiglie ricche del paese e dei molti migranti che avevano trovato fortuna lontano da quelle montagne, un ingente sforzo ingegneristico portò a Calascio una conduttura di quasi 20 chilometri, da una sorgente alle falde del Monte Prena: e l’acqua zampillò finalmente nelle fontane.

Chissà se risale a quell’epoca la sfera terrestre tracciata con un chiodo e ripassata col carboncino sulla facciata di una casa, con l’indicazione dei Tropici e delle fasce climatiche del pianeta. Ho immaginato un volenteroso maestro dell’eroica Italia postunitaria, e una torma di bimbetti scalzi e con le gote sporche, seduti a terra colle faccine rivolte estatiche verso la magia sprigionata dalla Terra disegnata semplicemente sull’intonaco.

Eppure, era una paese ricco, Calascio, aggrappato al fianco della montagna e posto fin dall’epoca normanna a controllo dei tratturi che collegavano i pascoli estivi dell’Abruzzo con il tavoliere delle Puglie, dove le greggi andavano spostate durante il rigido inverno che serra i monti.

Nel 2011, gli abitanti erano 137.IMG_0013_2E infatti è difficile incontrare qualcuno, nelle viuzze in cui le facciate degli edifici quasi si toccano, e se senti voci allegre di bambini, immagini che provengano da qualche televisore acceso, tanto sembrano incongruenti. Frammenti di conversazioni.

Un’anziana esce concitata dal portone sghembo di una casetta di pietra, e si avvicina alla  finestra di una vicina:

“Maria, c’è il furtivendolo, vieni. Tiene tutto, broccoletti, rape, cavoli. Arance”.

“Sì ora vengo, ma quanto sta?”, risponde Maria invisibile dietro alle tendine di pizzo immacolato.

“Eh vieni, vieni subito, che se ne va”.

Il furtivendolo (questa strana figura professionale, da cui forse bisogna diffidare) non ha un negozio, ma passa col furgoncino telonato fornito di bilancia, si ferma lungo la strada e aspetta un po’ lo sciamare degli acquirenti, ma poi passa al prossimo paese: Maria, affrettati…
CalascioIMG_0015_2Perché vivere sui monti, in un ambiente così ostile anche nei primi giorni di primavera? Oggi, la sopravvivenza di questi paesi in cui non puoi arrivare con l’auto alla porta di casa a lasciare la spesa, perché le strade ripidissime sono fatte di gradini di pietra, è appesa a un filo tenue, sospesa fra l’irrimediabile progressivo abbandono, man mano che si esaurisce la generazione di Maria e della sua tenace vicina, e lo snaturamento che lo sfruttamento turistico già insinua nelle poche case ristrutturate e trasformate in strutture ricettive.

Ma il motivo della passata grandezza di Calascio si scopre arrampicandosi per le strade acciottolate fino a Rocca Calascio, il castello che, sulla dorsale sopra il paese, domina un paesaggio sconfinato che abbraccia tutto il Gran Sasso. Dal punto più alto della Baronia di Carapelle, come dalla prua di una nave sospesa sulle nuvole, si dominavano le vie della transumanza: chi tiene Rocca Calascio tiene mezzo Abruzzo.IMG_0011_2Respirando l’aria fresca, cerco di non pensare aggettivi, perché sono superflui alla nuda potenza di questo luogo. Mi torna alla mente, per la prima volta da anni, un’immagine del Pendolo di Foucault: la terra percorsa sotterraneamente da meridiani di energia che in alcuni luoghi emergono in superficie. Luoghi magnetici in cui l’uomo, fin dalla sua più lontana storia, ha sentito una presenza: luoghi in cui ha abitato sempre, per cui ha lottato e combattuto con altri uomini, in cui ha costruito luoghi di culto e pregato divinità che cambiavano al volgere delle ere.

Questo deve essere uno di quei luoghi.

A nord-ovest, lontano dalle nevi emergono i bastioni rocciosi del Corno Grande, nella prospettiva all’infinito che si apre dietro la chiesa barocca di Santa Maria della Pietà. Dietro di noi, guardando a est, si elevano le torri cilindriche della Rocca, che affondano le radici come un albero fantastico nelle profondità della montagna.

Non c’è solo una logica difensiva nella progettazione di questo castello, perché sarebbe stato sufficiente farlo meno bello. C’è un desiderio di fusione con l’indicibile perfezione della montagna, di presa di possesso da pari a pari di un luogo sino ad allora appartenuto agli dei.IMG_0010_2 IMG_0016_2

Julio Cortásar, “Bestiario”

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BestiarioChiedere a un lettore quale genere preferisca fra romanzo e racconto è come imporre la fatidica scelta fra poli opposti: Beatles o Rolling Stones, cioccolato o crema, mare o montagna? Nella mia carriera di lettore, ho in genere preferito incondizionatamente il primo, senza preconcetti, ma per inclinazione naturale. Ho letto alcune raccolte di racconti, ma li ho trovati assaggi privi della goduriosa soddisfazione che mi hanno dato i ponderosi tomi che ho divorato negli anni, un finger food che ti lascia l’appetito e in fondo anche un po’ di fastidio.

Adesso che mi sto dedicando a una riscoperta del genere, ho riletto con occhi nuovi Raymond Carver apprezzandolo più di quanto avessi fatto in passato, ma sono gli otto racconti di Bestiario di Cortásar che per la prima volta mi rivelano un piacere inaspettato e fulmineo: la cifra segreta di questo difficile genere letterario.

Julio Cortásar, nella conferenza Alcuni aspetti del racconto, ha paragonato il racconto alla fotografia (e il romanzo al cinema): un mezzo espressivo limitato, per autoimposizione, entro un margine ben definito, che tuttavia si propone di infrangere il limite, offrendo un frammento di realtà ma in modo tale da trascenderlo contemporaneamente, da agire “come un’esplosione che apra su una realtà molto più ampia”. Mentre dunque il romanzo procede per accumulazione, tracciando una strada lentamente verso il lettore, costruendo un percorso in progressivo divenire, il racconto risponde ad una logica diametralmente opposta: la rapidità, la tensione e l’intensità sono le sue uniche armi. Niente perdite di tempo dunque, niente divagazioni e giri tortuosi. In qualche modo, il racconto è più vicino alla condensazione della poesia, alla profondità necessaria dell’archetipo mitico, che al romanzo.

Nei racconti di Bestiario il fantastico si intreccia con il quotidiano, destabilizzandolo, insinuando la possibilità che, in fondo, leggi non del tutto razionali muovano i fatti del mondo. L’esplosione che il racconto provoca non è l’irrompere dell’irreale, non è la rottura dell’ordine, perché l’ordine già rivela di per sé la sua inquietante imperfezione. Come nel racconto che dà il titolo alla raccolta, Bestiario, in cui c’è una tigre che si aggira nella casa in cui la famiglia Funes trascorre le vacanze, e nei suoi paraggi: i protagonisti non sono turbati da questa presenza, che non ha niente di eccezionale e fa parte della normalità delle cose, della routine di cui ciascuno subisce la cadenza. I Funes sono semplicemente costretti a organizzare la propria giornata in base a dove si trova la tigre, a evitare certe stanze della casa, a rincasare o a non uscire, in uno schema così banalmente consolidato da poter essere utilizzato dalla piccola Isabel per consumare la propria vendetta.

Esplosioni che continuano a deflagrare: ho sperato di non aver capito Lontana, incentrato sul tema inquietante del doppio e dello scambio di destini, il racconto che ho trovato più bello, carico di inquietudine e con un finale enigmatico e duro, che continua a riportarti lì, a scorrere le pagine con la segreta speranza di aver interpretato male. Ho seguito il lento rifiorire di Delia e creduto nella sua innocenza, in Circe, fantasticato sulla natura delle presenze di Casa occupata. Ciascuna di queste brevi storie riecheggia un mondo, pieno e denso ma allo stesso tempo aperto, capace di accogliere le proiezioni immaginifiche del lettore. “Ogni racconto durevole è come il seme in cui sta dormendo l’albero gigantesco”.

Vasco Pratolini, “Lo scialo”

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Vasco Pratolini - Lo scialoNon c’è la freschezza rumorosa della vita di quartiere, le storie di amicizia e amore o la dolce amara vendetta de Le ragazze di San Frediano nelle pagine de Lo scialo di Vasco Pratolini, la seconda parte dell’affresco storico dal titolo Una storia italiana, che prende avvio alla fine dell’Ottocento con Metello  e si conclude al termine della Seconda guerra mondiale con Allegoria e derisione.

In una Firenze su cui si allungano le ombre del trionfante Fascismo, cupa e quasi priva di scampo, il romanzo intreccia le vite di personaggi di diversa estrazione sociale, contadini, politici, villani arricchiti, nobili decaduti, bottegai e artigiani. In questo ampio racconto corale, che abbraccia due decenni, filo conduttore sono le vicende di Nella e Ninì, e delle rispettive famiglie.

Due donne profondamente diverse per storia e inclinazioni, ma entrambe percorse da un tormento interiore serpeggiante e implacabile, che si acuisce dolorosamente con la progressiva presa di coscienza del passare del tempo, delle occasioni irrimediabilmente perdute, della mediocrità dell’ambiente piccolo e medio borghese di cui fanno parte, e che le conduce là, nel gorgo. Esse vedono l’abisso verso cui si dirigono, ma non vi si sottraggono, in un estremo tentativo di rivolta al destino che altri – la famiglia, la società, l’educazione – hanno scelto per loro.

“La vita è questo scialo / di triti fatti, vano / più che crudele.” 

Pratolini inanella questi triti, li incatena gli uni agli altri, in una prospettiva a spirale che tende all’infinito e in cui manca la luce dell’avvenire, o il bagliore dell’ideale: l’amore tragico di Ninì per la giovane contadina Maria, che finisce per inabissarle entrambe, e quello incondizionato di Adamo per la stessa Ninì, che non verrà da lei mai corrisposto nonostante il matrimonio, la vita familiare apparentemente irreprensibile di Nella (ma quel neo che cresce sulla guancia del marito Giovanni, con gli anni, e che sì, si rivela infine quel che è in realtà, un’orribile verruca!), e il fuoco che la travolge nell’incontro con Folco, subito spento dalla fatalità di una morte enigmatica, la miserabile tresca di Giovanni con Erina, che si conclude in una grottesca beffa: ogni cosa, anche l’amore, anzi sopratutto l’amore, si incenerisce nelle mani dei personaggi, o per lenta e inesorabile consunzione, o per troppo improvviso deflagrare.

I destini singoli fluttuano legati al ritmo minaccioso del respiro della Storia, che sullo sfondo compie la sua lenta parabola: la Prima guerra mondiale, la Marcia su Roma, l’impresa di Fiume, l’omicidio di Spartaco Lavagnini, le retate degli squadroni e le purghe ai dissidenti…

È possibile essere felici mentre accade tutto questo? Pratolini conduce i suoi personaggi ognuno nel proprio inevitabile gorgo, dando con decisione una risposta. E oggi, è possibile essere felici mentre accade tutto questo?

La seconda volta [Bursa, moschee e castagne caramellate]

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Bursa è la quarta città della Turchia per numero di abitanti, un centro industriale dalla posizione strategica, che ha avuto un’enorme crescita, dilagando a macchia d’olio dalla Cittadella nella piana ai piedi dell’Uludag. Avrei dovuto tenere meglio presente questo dato pianificando la visita, ma arriviamo invece ormai a tarda sera da Istambul, con il traghetto che collega il porto dello Yenicapi con un approdo non meglio specificato sulla riva meridionale del Mar di Marmara, un traghetto preso del tutto casualmente, ultimi posti disponibili o restare a terra.

Così, seguendo meccanicamente la folla, disorientati dal buio, esaliamo su di un autobus che dovrebbe andare a Bursa. Ma è grande Bursa, la quarta città della Turchia! Questa prima sera è un vagare dall’autobus alla metropolitana a un taxi alla città vecchia, finalmente, dove si trova l’albergo.

Se ci arriviamo, infine, è solo merito di un ragazzo che incontriamo in autobus, un’apparizione provvidenziale in una giornata di caos e disorganizzazione. Abbiamo parlato molto, durante il viaggio, perché da quando gli chiediamo aiuto per orientarci nella mappa della città, Aydin ci prende sotto la sua protezione: dall’autobus ci porta alla metropolitana, ci fa entrare con la sua carta magnetica e rifiuta tassativamente di prendere i soldi dei biglietti, ci indica la fermata a cui dobbiamo scendere, che è quella dopo la sua. Finge di dimenticare, ne sono fermamente convinta, di scendere alla sua fermata, e quindi scende alla nostra e ci accompagna fino al parcheggio dei taxi, dove dà indicazioni al tassista, che non spiccica una parola d’inglese, e si dilegua nella notte.Bursa, ingresso alla Ulu CamiEppure abbiamo camminato per una giornata intera a Bursa, visitato la Cittadella e i mercati storici del Kapali Carsi, la Yesil Camii e la Yesil Türbe con i loro arabeschi in maiolica e oro e i tappeti verticali di ceramiche verdi e turchese, fra il pigolare delle scolaresche: ma ricordo adesso solo quell’incontro e, il giorno successivo, ore passate nell’ombra fresca della Ulu Camii, immenso spazio coperto da venti cupole ruotante attorno al riflesso azzurro della fontana di marmo.

Non finisce di meravigliarci la vita palpitante delle moschee, che quando non è l’ora della preghiera sembrano prive di trascendenza. L’entrata filtra un poco il fluire della vita quotidiana: bisogna togliere le scarpe, e chi entra per pregare si lava alle fontane all’ingresso, ma una volta all’interno ognuno declina la propria permanenza in una gamma di atteggiamenti che hanno poco di rituale.

C’è chi prega e chi dorme, disteso in un angolo; c’è un gruppo di donne che ascoltano, sedute a terra, la spiegazione della guida. Ci avviciniamo pur non capendo niente della spiegazione. Una bambina, da poco deve avere imparato a camminare, prende in mano un tasbih e ondeggia instabile ruotandolo sopra la testa, girandosi verso la madre con piccoli gridi estatici. Come in una piazza, la gente va e viene. Mi piace l’odore polveroso dei tappeti, il contatto dei piedi nudi con la loro superficie soffice e calda. I passi non fanno alcun rumore, nello spazio vuoto della moschea, e risuona dunque più limpido, eterno e senza sosta, lo zampillo dell’acqua nella fontana.Bursa, Ulu CamiBursa, Ulu CamiBursa, Ulu CamiBursa, Ulu CamiBursaPersa la cognizione del tempo nella sospensione irreale della moschea, corriamo all’otogar per ripartire alla volta della prossima tappa. Afferriamo al volo un pugno di kestane sekeri, la specialità dolciaria di Bursa: castagne caramellate e rivestite di cioccolato.

Il paesaggio muta insensibilmente, nei sobborghi urbani già irrompe l’altopiano anatolico nei contadini che trasportano a dorso di mulo sacchi e fascine: il cioccolato si scioglie fra le dita prima ancora che in bocca.
OtogarKestane sekeri


Fotografie di Janos Agresti©

Raymond Carver, “Di cosa parliamo quando parliamo d’amore”

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CarverQuando una persona non si sente valorizzata, coinvolta, considerata, o al contrario all’altezza della situazione e crede di soccombere, finisce spesso per scivolare in un angolo angusto e opaco, dietro una cortina di protezione più o meno densa, più o meno fumosa, più o meno irta di spine.

Sono quelli che si nascondono da qualche parte a leggere il giornale, che non salutano, che non puoi dir loro niente senza essere aggredito, quelli che assumono comportamenti irrazionali e imprevedibili, oppure al contrario standardizzati in una routine imprescindibile e inattaccabile da qualunque evento esterno.

Quante volte, soprattutto nella vita lavorativa, capita di incontrare persone così?

Le stesse persone che magari, prese nel verso giusto o motivate, sanno rivelarsi preziose, sfoderando risorse ed energie inattese. Non sai mai, in fondo, che storia o quale tortuoso percorso si celi dietro alla maschera dell’indifferenza, della maleducazione, del disinganno.

Leggendo tutti d’un fiato i racconti raccolti in Di cosa parliamo quando parliamo d’amore, ho dato inconsapevolmente ai personaggi di Carver i volti delle tante persone che, intorno a me, mostrano segni di sofferenza e di disagio nelle loro piccole o grandi idiosincrasie quotidiane. Travolti dallo scorrere degli eventi, dall’ascolto di sé stessi, è comodo giudicare sbrigativamente. Ma quanto è resistente l’argine che si può opporre alla forza della corrente? Quanto è lontano quel guizzo apparentemente incomprensibile di follia che cogliamo negli altri?

Nella catena serrata che si snoda da uno all’altro dei diciassette racconti, da una storia di scivolamento – nell’alcool, nella violenza, nella solitudine, nell’incomunicabilità – all’altra, l’amore del titolo sembra il grande assente. Eppure, l’amore finito, l’amore deluso, l’amore mal diretto, l’amore leggero, l’assenza d’amore o il troppo amore – l’amore dunque, in definitiva – è il motore immoto di ciascuna delle vicende narrate da Carver, nella loro nuda, spietata realtà. La scrittura – asciutta, essenziale, implacabile – coglie in un lampo fulmineo giusto un istante nel flusso continuo e inarrestabile della vita, proprio quell’attimo appena prima o appena dopo che si mostri la crepa nell’argine, che si compia l’irreparabile, che inizi lo scivolamento nel fondo limaccioso. Lascia narrare agli oggetti la loro nascosta, sublime, poetica e disperata tristezza, quella che resta imprigionata lì quando li dimentichiamo, o quando ci sopravvivono.

La seconda volta – [Perché Ankara?]

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L’avvicinamento ad Ankara, dai finestrini dell’autobus, è un passaggio repentino dalle sconfinate e solitarie piane anatoliche, dalla terra riarsa, dagli alberi annodati, dai cieli che si incontrano con l’orizzonte a distanze incommensurabili, ad una periferia onirica e dilagante, dove nel volgere di una notte sembrano essere sorti abnormi grattacieli, paradigmi del mondo nuovo, attuale, baluardi contro quell’altopiano che segna la memoria di un passato rurale troppo vicino ancora, e che la moderna Turchia in piena ascesa economica forse desidera dimenticare.

All’apparenza, di questi grattacieli la maggior parte sembra ancora del tutto disabitata. Quale urgenza dunque ne ha determinato la nascita, è difficile e insieme spaventoso da dire. È un paese che di terra ne ha così tanta, basta allontanarsi un poco dalle città per vedere dispiegarsi un paesaggio che ha il respiro delle carte geografiche e confini apparentemente illimitati.

Eppure, la terra si consuma velocemente. Quale Turchia sarà fra cinque, dieci, venti anni?Altopiano anatolicoAltopiano anatolicoPeriferia di AnkaraPerché Ankara?

In Cappadocia ce l’hanno chiesto tutti, un po’ increduli. Per fare uno scalo, sulla via di ritorno per Istambul?

Perché andare a visitare questa strana enorme città, che ha spodestato solo nel 1923 Istambul come capitale della Turchia? Prima di allora, Ankara era solo uno dei tanti agglomerati urbani che costellano gli altopiani dell’Anatolia centrale, situata peraltro in uno dei luoghi più aridi e inospitali del paese. È a seguito della guerra greco-turca, che sancisce la caduta dell’Impero Ottomano e la nascita della Repubblica, che Ataturk innalza Ankara ad un ruolo che forse non era scritto nel suo destino. Istambul ha il prestigio innegabile, l’antichità, la grandiosità della capitale, il suo innato atteggiamento regale. È stata capitale, nei millenni, di paesi così diversi, e nonostante sconvolgimenti epocali: nonostante le crociate, nonostante la caduta dell’Impero bizantino, nonostante i sultani. Ankara, al confronto, è solo un punto sulla carta, il semplice centro geografico di un paese che desidera essere nuovo.

Mustafa Kemal Ataturk. Questo nome è la chiave del mio desiderio di visitare Ankara. In ogni angolo del paese, c’è un tributo per il fondatore della Turchia moderna. Controverso, certo, un personaggio pericolosamente in bilico fra il volto del tiranno e quello confortante del benefattore, nell’epoca dei totalitarismi incentrati sul culto della personalità del leader.

Ataturk, policromo in mezzo ad una polverosa rotonda stradale, che parla con i contadini; Ataturk, che ti fissa con sguardo imperioso dalle vetrine di souvenirs, ora calamita, ora tazza, ora quadernetto; Ataturk, un poster che assapora il profumo del pane dai muri di ogni panetteria; Atatuk, busto bronzeo in mille giardini diversi.

A volte, sorridiamo dell’ingenuità, così tremendamente al limite fra celebrazione e irrisione, dei tributi che la Turchia offre al suo eroe. Non ne ridiamo, mai, non solo perché in Turchia recare offesa all’immagine o alla persona di Ataturk è un reato, ma perché questa presenza ha un mistero sincero da sondare.

Così, diciamo che andiamo ad Ankara per fermarci una notte, e da lì raggiungere Hattusa, l’antica capitale ittita. Essere un archeologo può talvolta fornire un valido alibi per le proprie stranezze.Ankara, la CittadellaAnkara, la cittadellaIn ostello, abbiamo due posti in camerata da sei: passiamo del tempo, prima di notte, nel gazebo tappezzato di erba artificiale, un puntino in mezzo ai grattacieli di Kizilay, a raccontare e ascoltare storie. Una coppia di belgi è arrivata in treno da Teheran, un tragitto infinito lungo un giorno intero, ci fanno sognare nuove mete; un finlandese che viaggia solo, beve un sacco di birra e non si capisce che cosa stia cercando, forse solo di infrangere le barriere della propria educazione; due iraniani che passano la loro giornata in camera, sdraiati a osservare il soffitto, in attesa di documenti che non arrivano. Lo so che gli Ittiti aspetteranno. Già la prima sera decidiamo di restare una notte in più.

La Cittadella sembra sia l’unica cosa da vedere ad Ankara, oltre al Museo delle Civiltà Anatoliche, ma le sue stradine rileccate, i muri in cui sono incastonati in modo apparentemente casuale antichi marmi romani, i restauri sfacciati delle palazzine ottomane, stuccano velocemente. Dall’alto, non si vede il confine della città, i grattacieli si dispiegano inafferrabili uno dietro l’altro, sotto un cielo ambiguo che ha l’opacità dello sviluppo non controllato. Gli attimi di verità sono quando lo sfondo si strappa, e contro il paesaggio della modernità si staglia una vecchia casa abbandonata, rannicchiata in se stessa sulle travi imbarcate, o da una porta si intravedono le galline che razzolano in una corte, mura di fango tirate su alla meno peggio in dieci diverse tecniche edilizie tutte ugualmente instabili.Anit KabirCenotafio di AtaturkKemal AtaturkE infine, il viale fiancheggiato da leoni ci conduce fino all’immenso piazzale dell’Anit Kabir, il mausoleo di Kemal Ataturk, circondato da un porticato a pilastri rettangolari, di nitido rigore geometrico, come un antico tempio egizio. Il sole, benché sia mattina presto, riverbera implacabile sull’impiantito di travertino, e il cambio della guardia deve essere un tormento per i giovani che lo compiono, i marinai in un’immacolata divisa bianca, su cui gocciola il sudore dai loro volti congestionati dal caldo e dal laccio dell’elmetto.

Ce ne sono, ovviamente, di turisti, ma i più sono volti di scolaresche e famiglie turche, una paziente processione laica che lambisce in silenzio il cenotafio di lucida pietra nera. Mi torna alla mente la visita antropologica al santuario di San Giovanni Rotondo e alla salma di Padre Pio, ma allora le donne piangevano, il pianto rituale delle prefiche, mentre qua si osserva, si saluta e si omaggia, prima di scendere nelle viscere della macchina celebrativa, nel museo dove diorami e cimeli narrano le gesta del padre della Turchia.

Aspettino, gli Ittiti. Ormai, aspettano da millenni. Guardiamo sfilare i volti. Non sappiamo quanto durerà: molte cose, da un anno, sono già cambiate.Cambio della guardiaCambio della guardia


Le foto dell’Anit Kabir sono di Janos Agresti©

In bianco e nero – La Pieve di Gropina

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Ormai il giorno sta per terminare, e piove, piove incessante e ostile, senza un attimo di tregua.

Non minaccioso, mai: il cielo è uniforme e bianco, senza profondità e senza violenza. Non si accanisce, ma come da una vasca troppo piena, inevitabile, la pioggia continua a riversarsi sulla nostra auto e sui nostri sopralluoghi.

Scorre sull’erba, come un fiume calmo, e proseguiamo a piedi, nonostante gli inviti a tornare indietro. Eppure, non vorrei essere altrove. L’ombrello da cacciatore di colui che ci conduce sul posto, di quelli grandi e verdi, di tessuto a trama un po’ larga, col manico che sembra sgrossato a mano, mi fa così tenerezza. Fragile e nodoso quest’uomo, come lo sono gli anziani. Un abbagliamento studiato nel dettaglio, e adatto al luogo e al clima, i suoi stivali di gomma, il berretto pesante: come retaggi di un passato che non può appartenergli più, come attaccamento al se stesso di un tempo.

E infatti, lui vorrebbe abbandonare l’impresa, ma siamo due e siamo determinate ad arrivare. Non vorrei essere altrove: ogni cosa mi sa di antico, di vecchie abitudini e di avventura. I miei gesti si fanno quasi meccanici. Mi basta stare qua, in un posto che non conosco, ad assaporare la pioggia.Melo giapponeseUna pioggia così, finisce con l’appiattire nella scala di grigi tutti i colori: resiste ancora un poco il rosa caldo dei meli giapponesi, unica macchia viva in un paesaggio come sotto incantesimo. Alla fine, ritornando verso Firenze, ormai all’imbrunire, compare lungo la strada, fra il verde argenteo degli olivi, la mole della Pieve di San Piero a Gropina.

Varcando la soglia, si allontana lo stillicidio della pioggia e con esso ogni rumore. L’incantesimo per cui siamo qui è così completo: l’interno della chiesa è silenzio, è in bianco e nero. Scende una luce diffusa dalle finestre strette e sottili, come feritoie, chiuse da lastre diafane di alabastro, innervato di calde tonalità brune. Non si capisce se sia ancora possibile respirare, in quest’aria densa eppure fredda.

Sarà vero che il nome del borgo, Gropina, deriva dell’etrusco Krupina? Certo è che questa pieve, eretta nel 1016, sorge sui resti di almeno altri due edifici, uno paleocristiano, risalente al V secolo, e uno longobardo, del IX, e che negli scavi eseguiti negli anni Sessanta del ‘900 durante il rifacimento della pavimentazione, sono emersi resti sicuramente di epoca romana.

Le pievi romaniche che si snodano come torri di avvistamento contro i pirati, lungo le pendici del Casentino, con la loro enigmatica antichità, sembrano ponti verso un passato ancora più remoto. Luoghi da sempre santi, di una sacralità innegabile e riconosciuta da una generazione dopo l’altra. Pieve di Gropina internoIn luoghi come questo, con la mente vuota e rimbombante, accendo sempre una candela, che resti ancora un po’ lì ad ardere danzando, quando me ne sarò andata.

Ogni capitello, diverso dai compagni, cerca di narrare una storia diversa, ma la sua voce è così arcaica, così lontana, così arcana, che sembra cantare una melodia senza suono. I codici figurativi che conosco sono spade senza filo e senza punta. Eppure cantano, la scrofa che allatta i piccoli, le sirene del pulpito, le aquile e i pesci e le onde in cui si rincorrono.

Non c’è simmetria, né prospettiva o profondità, in questi intagli di pietra che hanno il calore del legno, eppure ogni dettaglio di questo complesso mondo simbolico, che racchiude i segreti della fede, della vita e della morte, ha la raffinatezza estetica, la purezza, dell’alba del mondo.

Cantano per sé soli, perché non li comprendiamo, mentre due colonne si fondono in un abbraccio.PulpitoPieve di Gropina