In cammino, 10. Da Cardañuela a Burgos

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Cardañuela è poco più di gruppetto di case e un bar-trattoria che fa anche da accettazione all’albergue municipale. Anziani seduti al fresco a giocare a carte e indolenza malinconica: insomma la tappa ideale. I pochi pellegrini che si fermano si lasciano tentare dall’albergue privato che sventola, dopo la terribile calura della Sierra di Atapuerca, la sostanziosa promessa di aria condizionata e piscina alla modica cifra di 10 euro.

Il risultato è che siamo soli nel municipale: definirlo spartano è un eufemismo generoso. C’è un’unica camerata con letti a castello di metallo, rivestita di legno e con il tetto spiovente, una sistemazione che se non fosse per il caldo torrido e le traiettorie delle mosche farebbe pensare ad una baita di montagna. Un unico bagno unisex e un vestibolo/cucina che, dopo aver sistemato quattro paia di scarpe e i bastoni, lascia poco spazio a ulteriori movimenti. Lo trovo perfetto: qui una delle condizioni più salutari del Cammino, la riduzione all’essenziale, si apprezza in tutta la sua essenza.

Resto a letto fino all’ora di cena, nella patetica speranza che il mio piede migliori. Francesco mi passa del balsamo di tigre, conto sull’effetto placebo dell’aroma balsamico, ma nulla più. Accetto il fatto che ormai non sono più sola: io e il mio piede siamo una coppia, e per andare avanti devo fare i conti con la sua capricciosa volontà, che chiaramente in questo momento della nostra storia non coincide con la mia. Ripartiamo come sempre prima dell’alba, direzione Burgos. Ci diamo un appuntamento, così tanto per vedere cosa succede, alle otto e mezzo davanti alla Cattedrale.

Altri campi di grano, altre file di formiche e fiordalisi. E poi arriva il momento in cui fai ancora un passo e ti trovi sull’asfalto, la campagna è scomparsa di colpo per lasciare il posto a capannoni industriali semiabbandonati e buste di plastica che vagano nei parcheggi deserti. Qualche spiga sopravvive coraggiosa in mezzo alle fessure dei marciapiedi, persa nel turbine del traffico che inizia pian piano a montare: per il mondo normale è un giorno lavorativo come tanti. Sento il calore di grosse lacrime scivolare sulle guance. Scatto una foto di questo non-luogo che racchiude in sé tutta la sconsiderata insensatezza del nostro mondo. In lontananza vedo Letizia ferma sul marciapiede, appoggiata al bastone, che fissa l’affollarsi delle auto intorno al semaforo. Quando la raggiungo mi guarda con gli occhi bagnati, indicando gli automobilisti che si sfogano sui clacson: “questi siamo noi fra due settimane”.

Alle otto e mezzo in punto siamo all’ingresso della Cattedrale. Chiedo, vergognandomi della mia stessa richiesta e già pronta ad incassare un rifiuto, di poter entrare in chiesa con il bastone, perché senza non sto più in piedi, ma la signora in biglietteria non fa una piega, basta lasciare lo zaino. Ridiamo immaginando la stessa situazione al Duomo di Firenze, e ci mettiamo in fila coi nostri cenci sporchi, i calzini nei sandali e quel bastone con l’impugnatura fatta di cerotto. Il risultato estetico deve essere di un certo fascino, perché diverse persone ci chiedono di poterci fotografare o di potersi fotografare con noi, ridotti a inconsapevoli esemplari etnografici.

Poi silenzio, ci lasciamo avvolgere dalla penombra della cattedrale, vagando sotto i merletti aerei delle volte e i pinnacoli disposti da un bambino sapiente e attento, lasciando scivolare fra le dita sabbia e acqua marina. In alto, filtra qualche sprazzo di cielo, delicati arcobaleni sfiorano appena le guance dei Conestabili di Burgos, addormentati nelle loro sontuose e inutili vesti.

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In cammino, 9. Da Tosantos a Cardañuela

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Ci svegliamo tutti di malumore, fa freddo e il vento, maligno, vaporizza gocce di pioggia. Facciamo colazione al buio, seduti a terra nel giardino dell’albergue, una pesca ammaccata riemersa dal fondo dello zaino e del formaggio a fette che trasuda tristezza.

Arrivare al bagno è già stata un’impresa: il piede fa un male cane, il riposo notturno è servito a poco. Fa male ad appoggiarlo, fa male ad alzarlo da terra, trafitto da mille spilli.

Ci aspetta, oggi, l’ascesa ai Montes de Oca, un dislivello non impegnativo a dire il vero, ma che adesso, nella situazione in cui mi trovo, non mi sembra affatto banale. Già, perché a cena i miei sintomi sono stati valutati, soppesati e analizzati nel dettaglio. Il verdetto, accolto dalla tavolata con sguardi definitivi e compassionevoli, è stato unanime: tendinite. Dicono che l’unico rimedio sia fermarsi. Fermarsi!

Un’altra alba di solitudine in mezzo ai campi. Per la prima volta dalla partenza, canto. Canto forte con la voce rotta dalla fatica, per farmi coraggio. Do fondo ad un limitato repertorio di canzoni di Battisti e Guccini, sempre le stesse, come un mantra. Piano piano, scaldandosi, il piede mi dà tregua, quanto basta per poterlo appoggiare a terra e mettere avanti l’altro, ma appena mi fermo la magia svanisce.

Lasciando Villafranca Montes de Oca, la strada imbocca subito, senza ipocriti mezzi termini, una ripida salita sterrata. Mi fermo mille volte. Vecchi edifici abbandonati, dalla funzione ormai irriconoscibile. Appoggiato ad un muro, in mezzo alle erbacce alte fino alla vita e a bottiglie di birra, c’è un ramo, che qualcuno ha tagliato a misura di bastone, fasciandone con del cerotto un’estremità per fare una sorta di impugnatura. Quel qualcuno doveva essere parecchio più alto di me: sarà per quello, o sarà per la birra, mi immagino un qualche bellimbusto nordeuropeo; però ha dimenticato il suo bastone lì, e gliene sono molto grata. Se lo incontro, forse glielo renderò.

I Montes de Oca, un tempo, erano uno di quei luoghi che i pellegrini attendevano con trepidazione: boschi solitari e selvaggi, rifugio di briganti e covo di lupi. Quando si scorgeva, oltre le fronde, il campanile del monastero di San Juan de Ortega, era segno che il peggio era passato. Ci si poteva fermare, allora come oggi, per riposare e mangiare. Io entro nella chiesa, spoglia e metafisica, accendo un bastoncino di incenso e riparto. Non voglio che il piede si freddi.

Il cammino prosegue in piano per qualche chilometro prima della prova successiva: la Sierra di Atapuerca. Il nostro quartetto si ritrova ad Agés per pranzo, e decidiamo di affrontare anche Atapuerca e fermarci per la notte di là della sierra, alle porte di Burgos. Ci diamo appuntamento, prima di ripartire, al municipale di Cardañuela: nessuno di noi ha voglia di passare la notte in città.

Si dice che il cervello dimentichi con facilità i dolori troppo intensi, per evitare di bloccarsi nell’empasse: io di quella salita non ricordo assolutamente niente, se non lo scorrere dei sassi bianchi sotto i sandali e un indistinto turpiloquio che mi frullava in testa.

Ad un tratto, so solo che il sentiero si è spianato, e davanti si è aperto per la prima volta il paesaggio della Castiglia, un orizzonte infinito, maestoso e placido allo stesso tempo: “no ha gozado de vista más hermosa como esta“.

In cammino, 8. Da Santo Domingo de la Calzada a Tosantos

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La pioggia che ha accompagnato l’ingresso a Santo Domingo de la Calzada è ancora là ad attenderci al mattino.

Dopo tanto sole, tanto caldo, tanta polvere e sudore, adesso camminare fra i campi e le spighe mature con l’impermeabile addosso e la faccia umida, in un repentino ma fugace autunno, ha un che di paradossale. Per tutta la mattina, mi diverto a guardare il mondo dall’altezza delle spighe di orzo che si perdono a destra e a sinistra, interrotte solo da qualche albero isolato e solitario.

Passiamo il paese di Grañón, uno dei luoghi simbolo della rinascita del pellegrinaggio jacopeo a partire dagli anni ’70 e ’80, conosciuto per l’ospitalità semplice e calda offerta nell’albergue parrocchiale. Percorrendo adesso il Cammino sembra che tutto sia così da sempre, le conchiglie, le frecce gialle, gli albergue per tutti i gusti che si incontrano in ogni paese. Eppure, dopo il periodo di massima fioritura nel XII e XIII secolo, a partire dal Quattrocento con lo svilupparsi di una diversa spiritualità, ma anche a causa del grande numero di pellegrini in viaggio, non sempre con intenzioni del tutto limpide, e dei conseguenti episodi picareschi che ne derivavano, le stesse autorità religiose iniziarono a sconsigliare di mettersi in cammino per la tomba dell’Apostolo. La Riforma e le guerre di religione del Cinquecento interruppero quasi del tutto il flusso dei pellegrini, certo non consono poi alla razionalità dell’Illuminismo, e solo nel Novecento alcuni visionari hanno messo mano alla vernice gialla e hanno iniziato a riscoprire percorsi, sentieri, luoghi di sosta, un intero mondo di storie sepolte.

Ma certo non possiamo fermarci a Grañón alle otto del mattino, e dunque proseguiamo fino a Belorado e oltre, fermandoci per la notte a Tosantos.

Occupato il posto nell’ostello, salgo all’Ermita de Nuestra Señora de la Peña, un minuscolo edificio dalla pianta del tutto atipica, in parte scavato nella roccia sedimentaria, e poi più su, fino alla sommità della collina. Da qui si domina tutta la vallata, un verde acerbo e brillante su cui trascorrono quiete le nuvole, modificando provvisoriamente la geometria dei campi.

Cerco solitudine stasera. Abbiamo scherzato tanto, con i compagni, sul fatto che sul Cammino non passa giorno che tu non abbia qualcosa: ti fa male una gamba, poi ti passa ma ti fa male una spalla, poi ti passa e ti viene uno sfogo rosso sulla pancia, poi ti passa e rifà male la gamba e poi ti scopri delle strane punture biancastre su un braccio, poi non vai in bagno e poi vai troppo in bagno e ti rifà male la spalla, ti vengono le vesciche sotto un piede ti passano ti tornano all’altro piede, ti fa male la testa ti fa male lo stomaco… e via di nuovo.

Questo tema è uno dei grandi spunti di conversazione durante il Cammino, e vi ho quindi partecipato di buon grado, come si partecipa a tutti quei rituali che cementano i gruppi umani, se non vuoi apparire un completo asociale.

Ma in realtà, a parte quel ginocchio i primi tre giorni, mi sono sentita un leone, con l’unico desiderio di divorare la strada insieme a tutte le gabbie, ai miei limiti e alle mie insicurezze. Ho avuto gambe e ho avuto fiato per tutte le salite. Ho visto gente ungersi i piedi di vasellina, chi al mattino e chi è meglio la sera, mettere cerotti per la notte e cerotti diversi per il giorno, piangere nonostante qualunque accorgimento, ho scoperto i mille modi di bucare le vesciche con o senza filo, ma per fortuna o per grazia divina sempre da spettatrice.

Ora però, dopo otto giorni il dolore è arrivato. Ancora confusamente, sento che qualcosa non va nel piede sinistro, quando lo appoggio a terra. Posso trascurarlo ancora e andare avanti, come oggi, che mi ha accompagnato nell’ultima parte della giornata, facendosi sentire ogni metro un po’ di più, ma qualcosa mi dice che adesso si apre una pagina nuova del mio cammino.  

In cammino, 7. Da Navarrete a Santo Domingo de la Calzada

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Al momento di lasciare Logroño, Laura ed io ci siamo sedute sotto l’ultimo albero prima che il Cammino si tuffasse di nuovo fra i campi gialli e assolati, abbiamo tolto calzature e calzini e assaporato un po’ l’aria falsamente fresca e il ristoro dell’ombra, ridendo fra noi senza un motivo preciso. Allegria di naufragi?

Forse attratto da quel riso insulso, un signore canuto, asciutto e lucente come una statua di bronzo, si è avvicinato e ci ha fatto quelle solite domande che tutti ci fanno e che tutti ci facciamo a vicenda, da dove siete partite, ieri dove avete dormito, stasera dove andrete. Ci ha consigliato di fermarci a Santo Domingo de La Calzada e alla Confradía del Santo, dove dice di essere stato hospitalero per qualche settimana. Santo Domingo sembrava davvero lontana un giorno fa, e non ci abbiamo più pensato.

Ripartendo da Navarrete, percorriamo di prima mattina insieme la strada fino a Nájera, dove ci fermiamo per la seconda o terza colazione del giorno, a base di tortilla di patate e caffè. Ormai abbiamo costituito un quartetto di toscani, noi due, Francesco e Letizia, che si distende e si sfilaccia sul sentiero durante il giorno ma si ricompone immancabilmente alla sera. Prima di separarci di nuovo, decidiamo di ritrovarci proprio a Santo Domingo e alla Confradía, la giornata è coperta e non troppo calda, abbiamo già percorso 16 chilometri e sembra possibile farne in tranquillità altri 22, prima di sera. Allunghiamo così progressivamente le tappe, mano a mano che ci sentiamo più sicuri delle nostre gambe e che il percorso si appiana sui fondovalle e le dolci colline della Rioja.

Così, arrivando a Santo Domingo, avremo percorso in sette giorni nove tappe “classiche”, secondo la guida. Inizio a pensare che, nel tempo a disposizione, posso arrivare fino a León. Dopo Pamplona ho sostituito le scarpe, che sono un po’ piccole, con i sandali, indossati sempre ed elegantemente con i calzini, e il ginocchio non fa più male, ma continuo ad accompagnare la colazione con l’Ibuprofene 500, perché si vive una volta sola e perché non si sa mai.

E così ci tuffiamo in quei 22 chilometri che sono un assaggio della meseta, il Cammino è qui una strada bianca che punta a ovest diretta come un fulmine, senza svolte, distendendosi a perdita d’occhio sulle colline. Segui il nastro fino al sommo della prossima, e poi di nuovo giù e di nuovo su, di nuovo giù e di nuovo su. Già, 22 chilometri: calcoliamo poco meno di 5 ore di cammino. Di nuovo su, di nuovo giù. La testa si svuota definitivamente, forse solo così riesci ad andare avanti, di nuovo su, di nuovo giù. Laura e Letizia si perdono indietro, quando avvistiamo il paese sono le cinque del pomeriggio e probabilmente manca ancora un’ora. Di nuovo su, di nuovo giù. Inizia a piovere, poche gocce grosse e caldissime da cui non ci curiamo di ripararci.

Nell’ingresso dell’albergue, una scrivania di legno scuro a cui siede l’hospitalero con il suo registro, davanti due sedie e accanto un divanetto esausto di pelle, in cui Francesco ed io ci lasciamo affondare, mentre aspettiamo che la signora prima di noi finisca l’accettazione.

Si gira e ci guarda, sorridendo. Where are you coming from, today? La stessa domanda che tutti ci fanno, che tutti ci facciamo. Io e Francesco ci guardiamo. France, da dove siamo partiti stamani? Silenzio. Continuiamo a guardarci attoniti. In quel vuoto della mente, io non me lo ricordo proprio. Alzandosi dalla sedia, la signora si avvicina e mi abbraccia forte. It doesn’t matter, you’ve done it! Ride e ci lascia il posto.

Noi, ancora non ci ricordiamo da dove veniamo.

In cammino, 6. Da Torres del Río a Navarrete

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Sveglia.

Il telefono vibra da qualche parte, là nel sacco lenzuolo. In silenzio, come un topolino, con una bracciata raccogli gli oggetti disposti con previdente cura, alla sera, sul letto e intorno al letto.

Dopo cinque giorni, il corpo obbedisce automaticamente alla routine che con minime ma piacevoli variazioni ti porta dalla branda, immersa ancora nel buio e nel tepore, al bagno, dove ricomponi i tuoi averi nello zaino e provvedi con rapido disinteresse all’igiene personale, fino alla porta e alla strada.

Dieci minuti al massimo per sparire da ogni luogo senza lasciare traccia, lasciando il paese ancora addormentato alle spalle.

Questo strappo, solo apparentemente brutale, che si riproduce ogni giorno, ha un potere salutare che è difficile da definire e spiegare, ma che giorno dopo giorno ti rigenera.

Al sorgere del sole, con pochi gesti semplici ed efficaci butti tutto alle spalle e ricominci daccapo.

Ogni giorno è un giorno fresco e nuovo, come le sfumature dell’alba, che sono sempre uguali ma sempre diverse.

A volte c’è proprio poco da dire.

Dopo cinque giorni i ricordi coscienti si impastano. Attraversi città e paesi senza ricordarne più il nome, osservando distrattamente campanili e volute barocche, annusando il profumo di incenso nelle chiese.

Segui semplicemente le frecce e le scie nel cielo, attraverso i vigneti per chilometri, fino al prossimo letto e alla prossima sveglia.

In cammino, 5. Da Estella a Torres del Río

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L’albergue municipal di Estella è pervaso alla sera da un’atmosfera leggera e festosa, da sagra paesana: la penombra delle camerate si svuota al tramonto e il patio si riempie per la consueta cena, sbrigativa e improvvisata, in cui il gusto del cibo è completamente subordinato alla necessità di incamerare una certa quantità di energia per il giorno successivo, e al desiderio di condividere esperienze e pensieri.

Per la prima volta viaggio, con deliberata premeditazione, senza un libro nel bagaglio. Sulle fredde scale in travertino che portano al piano delle camerate, si allineano volumi lasciati chissà da chi, chissà da quanto tempo, che portano i segni non dissimulabili della strada percorsa per arrivare sin qui, dove sono diventati un peso o si sono semplicemente fermati.

Scorro i titoli, fino al primo libro in italiano: Le confessioni di Agostino.

Dai meandri della memoria riemergono frammenti e immagini della prima lettura dell’opera, un compito scolastico trasformatosi inaspettatamente in piacere autentico, la voce infantile che giunge dall’intima distanza di una casa vicina: «Prendi e leggi, prendi e leggi» a consolare e indirizzare la vita di Agostino… «Non volli leggere oltre né mi occorreva». Un rituale semimagico che talvolta ho ripetuto, nel tempo, senza mai conquistare quella pace: «appena terminata infatti la lettura di questa frase, una luce, quasi, di certezza penetrò nel mio cuore e tutte le tenebre del dubbio si dissiparono». Apro allora a caso il libro, e leggo «ma il cielo e la terra ti contengono dunque, o Signore, dal momento che tu li riempi?»

Dal momento che terra e cielo, pieni di qualcosa che non si lascia definire, sono una costante di questi giorni, porterò con me Agostino.

Al mattino, salendo fino al monastero di Irache dove la famosa fontana del vino stilla infelice solo poche gocce di nettare, una coltre di nubi, sospesa sotto il cielo, fluttua così in basso da infrangersi contro un contrafforte di bianche scogliere, lontano, ricamandole di mistero. Mi fermo ad osservarle, a lungo, nell’aria immobile e già calda, affascinata da quel crinale affacciato nel vuoto, che si tinge di rosa mentre il sole avanza nel cielo. Ma forse qualcuno lo percorre nello stesso istante, osservando qualche dettaglio a me invisibile del luogo in cui mi trovo e trovandolo incredibilmente attraente…

Attraversando l’ultimo tratto della Navarra ed entrando nella Rioja, il paesaggio cambia di nuovo volto, il Cammino si distende in un ondulato fondovalle dove i campi di grano, ormai mietuti, lasciano il posto ai vigneti, in un susseguirsi di rapide pennellate dai colori contrastanti. Ci accompagnano fino a Torres del Río le stesse nuvole basse, che sfiorano le colline senza trasformarsi in pioggia, fondendosi con l’orizzonte come il tocco di pennello che conclude l’opera.

Non ci sono molti motivi validi per fermarsi a Torres del Río, un altro agglomerato di case basse, cemento e facciate di pietra in anacronistico accostamento. L’elenco è banale: la stanchezza, che in effetti oggi si fa sentire di meno, il caldo e il desiderio di togliere le scarpe dopo quasi trenta chilometri di cammino.

Ma la signora Mari Carmen apre la Chiesa del Santo Sepolcro al tardo pomeriggio.

Restiamo dunque, solo per passare un’ora immemore nell’ombra fresca della cupola, innervata dalla geometria mistica dei costoloni e dalla vibrazione del vuoto. Se in basso il ghigno di qualche animale fantastico ricorda ancora la multiforme varietà del mondo, lassù in alto la forma si dissolve in una metafisica perfezione.

In cammino, 4. Da Uterga a Estella

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In pochi si fermano a Uterga, un pugno di case senza pregio perse fra i campi, in mezzo alle ben più attraenti Pamplona e Puente la Reina. Così, l’alba ti raggiunge sul cammino in una solitudine completa, come un compagno di viaggio che silenziosamente si avvicina alle spalle per poi sorridere nell’affiancarti.

Mettersi in cammino quando ancora è buio e le frecce gialle, per quanto frequenti, si vedono appena, non è una cosa che piace a tutti. Si corre il rischio di perdere la strada, la si perde in effetti, ma si capisce poi l’errore, e la si ritrova. Anche questo è il bello di non avere nessun impegno da rispettare, nessuna tabella prestabilita, nessuna prenotazione.

Si deve partire senza colazione, perché i negozi e i bar sono ancora chiusi, oppure si mangia un qualcosa di improbabile scovato in una tasca dello zaino, sui gradini dell’ostello o su una panca davanti a una chiesa. Avvolto nel buio, nell’aria fredda, il paesaggio è fitto di mistero. Capisco che non piaccia a tutti andare senza sapere cosa c’è attorno, nel silenzio della natura al termine della notte. Ma per me, quel momento incredibile in cui il vento si alza lieve ad annunciare l’inizio del giorno e le stelle appassiscono controvoglia mentre il cielo si tinge di rosa, è un dono che ogni volta mi scuote nel profondo delle fibre e mi lascia lì, a piangere sul sentiero in mezzo al palpito dei campi, finché le ombre non hanno smesso di danzare fra i cespugli. Per vivere quel momento perdo il sonno ogni notte.

Decidiamo di compiere una non breve deviazione nel mare di spighe per raggiungere la romanica ermita di Nuestra Señora di Eunate, di fondazione templare, con il suo portico ottagonale abitato di facce che si nascondono giocosamente fra i capitelli. Percorriamo quindi pochi chilometri del Cammino aragonese, che attraversa i Pirenei al Passo di Somport ed era storicamente il più percorso dai pellegrini italiani provenienti da Ventimiglia attraverso Arles e Tolosa, per ritrovare il Cammino francese a Puente la Reina: y desde aquí todos los Caminos a Santiago se hacen uno solo. Qui la rete di vie che innervava l’Europa del Medioevo, proveniente dalla Francia, dall’Italia, dall’Impero Germanico, dalla Polonia e da paesi ancora più lontani converge in un unico grande fiume che scorre placido fino all’Oceano.

Attraversiamo con religioso rispetto il ponte sull’Arga, considerato una delle architetture civili romaniche più belle del cammino francese, con i suoi archi a tutto sesto e gli archetti che alleggeriscono il peso della struttura e offrono una via ulteriore alle acque in caso di piena. La leggenda vuole che un uccellino si prendesse cura di un’immagine della Virgen del Puy detta anche del Txori (uccellino, in basco) che si trovava in una torre costruita in mezzo al ponte, rinfrescandole il volto con le ali bagnate dell’acqua dell’Arga.

Ci allontaniamo con in mente questa delicata immagine, per affrontare un interminabile saliscendi che conduce a Estella, sotto un sole che ha perso lo sguardo benigno del mattino. Il Cammino jacobeo si sovrappone per alcuni tratti ad una via romana secondaria che da Pompaelo scendeva verso l’Ebro, e camminiamo per la prima volta sui basoli ancora segnati dal passaggio del carri, in questo lembo di terra in cui a lungo la resistenza dei Celtiberi si oppose all’avanzata romana. Ancora nel 50 a.C., fra le Asturie e la Cantabria c’era chi non si rassegnava al corso della storia.

Gli ultimi chilometri a Estella sono un ricordo confuso di sentieri eternamente in salita e caldo ormai insopportabile.

All’ingresso in città, poco dopo la chiesa gotica del Santo Sepolcro, una vecchia porta in legno testimonia il passaggio indifferente dei secoli nella costellazione simbolica delle sue borchie di ferro: le stelle, richiamo alla Via Lattea che di notte sembra una perfetta proiezione in cielo del Cammino nel suo svolgersi da Est a Ovest, e la conchiglia di San Giacomo, quel segno confortante che incontriamo così spesso, ancora più delle moderne frecce gialle. Undici raggi che convergono verso un centro, Santiago e la tomba dell’Apostolo.

Il centro? La meta? O forse, più semplicemente, quel luogo, qualsiasi esso sia, in cui lasciare che le cose ci conducano dove dobbiamo arrivare?