In cammino, 10. Da Cardañuela a Burgos

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07.07.2016

Cardañuela è poco più di gruppetto di case e un bar-trattoria che fa anche da accettazione all’albergue municipale. Anziani seduti al fresco a giocare a carte e indolenza malinconica: insomma la tappa ideale. I pochi pellegrini che si fermano si lasciano tentare dall’albergue privato che sventola, dopo la terribile calura della Sierra di Atapuerca, la sostanziosa promessa di aria condizionata e piscina alla modica cifra di 10 euro.

Il risultato è che siamo soli nel municipale: definirlo spartano è un eufemismo generoso. C’è un’unica camerata con letti a castello di metallo, rivestita di legno e con il tetto spiovente, una sistemazione che se non fosse per il caldo torrido e le traiettorie delle mosche farebbe pensare ad una baita di montagna. Un unico bagno unisex e un vestibolo/cucina che, dopo aver sistemato quattro paia di scarpe e i bastoni, lascia poco spazio a ulteriori movimenti. Lo trovo perfetto: qui una delle condizioni più salutari del Cammino, la riduzione all’essenziale, si apprezza in tutta la sua essenza.

Resto a letto fino all’ora di cena, nella patetica speranza che il mio piede migliori. Francesco mi passa del balsamo di tigre, conto sull’effetto placebo dell’aroma balsamico, ma nulla più. Accetto il fatto che ormai non sono più sola: io e il mio piede siamo una coppia, e per andare avanti devo fare i conti con la sua capricciosa volontà, che chiaramente in questo momento della nostra storia non coincide con la mia. Ripartiamo come sempre prima dell’alba, direzione Burgos. Ci diamo un appuntamento, così tanto per vedere cosa succede, alle otto e mezzo davanti alla Cattedrale.

Altri campi di grano, altre file di formiche e fiordalisi. E poi arriva il momento in cui fai ancora un passo e ti trovi sull’asfalto, la campagna è scomparsa di colpo per lasciare il posto a capannoni industriali semiabbandonati e buste di plastica che vagano nei parcheggi deserti. Qualche spiga sopravvive coraggiosa in mezzo alle fessure dei marciapiedi, persa nel turbine del traffico che inizia pian piano a montare: per il mondo normale è un giorno lavorativo come tanti. Sento il calore di grosse lacrime scivolare sulle guance. Scatto una foto di questo non-luogo che racchiude in sé tutta la sconsiderata insensatezza del nostro mondo. In lontananza vedo Letizia ferma sul marciapiede, appoggiata al bastone, che fissa l’affollarsi delle auto intorno al semaforo. Quando la raggiungo mi guarda con gli occhi bagnati, indicando gli automobilisti che si sfogano sui clacson: “questi siamo noi fra due settimane”.

Alle otto e mezzo in punto siamo all’ingresso della Cattedrale. Chiedo, vergognandomi della mia stessa richiesta e già pronta ad incassare un rifiuto, di poter entrare in chiesa con il bastone, perché senza non sto più in piedi, ma la signora in biglietteria non fa una piega, basta lasciare lo zaino. Ridiamo immaginando la stessa situazione al Duomo di Firenze, e ci mettiamo in fila coi nostri cenci sporchi, i calzini nei sandali e quel bastone con l’impugnatura fatta di cerotto. Il risultato estetico deve essere di un certo fascino, perché diverse persone ci chiedono di poterci fotografare o di potersi fotografare con noi, ridotti a inconsapevoli esemplari etnografici.

Poi silenzio, ci lasciamo avvolgere dalla penombra della cattedrale, vagando sotto i merletti aerei delle volte e i pinnacoli disposti da un bambino sapiente e attento, lasciando scivolare fra le dita sabbia e acqua marina. In alto, filtra qualche sprazzo di cielo, delicati arcobaleni sfiorano appena le guance dei Conestabili di Burgos, addormentati nelle loro sontuose e inutili vesti.

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