Raymond Carver, “Di cosa parliamo quando parliamo d’amore”

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CarverQuando una persona non si sente valorizzata, coinvolta, considerata, o al contrario all’altezza della situazione e crede di soccombere, finisce spesso per scivolare in un angolo angusto e opaco, dietro una cortina di protezione più o meno densa, più o meno fumosa, più o meno irta di spine.

Sono quelli che si nascondono da qualche parte a leggere il giornale, che non salutano, che non puoi dir loro niente senza essere aggredito, quelli che assumono comportamenti irrazionali e imprevedibili, oppure al contrario standardizzati in una routine imprescindibile e inattaccabile da qualunque evento esterno.

Quante volte, soprattutto nella vita lavorativa, capita di incontrare persone così?

Le stesse persone che magari, prese nel verso giusto o motivate, sanno rivelarsi preziose, sfoderando risorse ed energie inattese. Non sai mai, in fondo, che storia o quale tortuoso percorso si celi dietro alla maschera dell’indifferenza, della maleducazione, del disinganno.

Leggendo tutti d’un fiato i racconti raccolti in Di cosa parliamo quando parliamo d’amore, ho dato inconsapevolmente ai personaggi di Carver i volti delle tante persone che, intorno a me, mostrano segni di sofferenza e di disagio nelle loro piccole o grandi idiosincrasie quotidiane. Travolti dallo scorrere degli eventi, dall’ascolto di sé stessi, è comodo giudicare sbrigativamente. Ma quanto è resistente l’argine che si può opporre alla forza della corrente? Quanto è lontano quel guizzo apparentemente incomprensibile di follia che cogliamo negli altri?

Nella catena serrata che si snoda da uno all’altro dei diciassette racconti, da una storia di scivolamento – nell’alcool, nella violenza, nella solitudine, nell’incomunicabilità – all’altra, l’amore del titolo sembra il grande assente. Eppure, l’amore finito, l’amore deluso, l’amore mal diretto, l’amore leggero, l’assenza d’amore o il troppo amore – l’amore dunque, in definitiva – è il motore immoto di ciascuna delle vicende narrate da Carver, nella loro nuda, spietata realtà. La scrittura – asciutta, essenziale, implacabile – coglie in un lampo fulmineo giusto un istante nel flusso continuo e inarrestabile della vita, proprio quell’attimo appena prima o appena dopo che si mostri la crepa nell’argine, che si compia l’irreparabile, che inizi lo scivolamento nel fondo limaccioso. Lascia narrare agli oggetti la loro nascosta, sublime, poetica e disperata tristezza, quella che resta imprigionata lì quando li dimentichiamo, o quando ci sopravvivono.

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  1. e se l’argine proprio non è abbastanza resistente …. per sopravvivere i pulcini intelligenti scendono in acqua e cominciano a nuotare nella corrente!

  2. Pingback: Julio Cortásar, “Bestiario” | 12mq

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