La seconda volta [Bursa, moschee e castagne caramellate]

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Bursa è la quarta città della Turchia per numero di abitanti, un centro industriale dalla posizione strategica, che ha avuto un’enorme crescita, dilagando a macchia d’olio dalla Cittadella nella piana ai piedi dell’Uludag. Avrei dovuto tenere meglio presente questo dato pianificando la visita, ma arriviamo invece ormai a tarda sera da Istambul, con il traghetto che collega il porto dello Yenicapi con un approdo non meglio specificato sulla riva meridionale del Mar di Marmara, un traghetto preso del tutto casualmente, ultimi posti disponibili o restare a terra.

Così, seguendo meccanicamente la folla, disorientati dal buio, esaliamo su di un autobus che dovrebbe andare a Bursa. Ma è grande Bursa, la quarta città della Turchia! Questa prima sera è un vagare dall’autobus alla metropolitana a un taxi alla città vecchia, finalmente, dove si trova l’albergo.

Se ci arriviamo, infine, è solo merito di un ragazzo che incontriamo in autobus, un’apparizione provvidenziale in una giornata di caos e disorganizzazione. Abbiamo parlato molto, durante il viaggio, perché da quando gli chiediamo aiuto per orientarci nella mappa della città, Aydin ci prende sotto la sua protezione: dall’autobus ci porta alla metropolitana, ci fa entrare con la sua carta magnetica e rifiuta tassativamente di prendere i soldi dei biglietti, ci indica la fermata a cui dobbiamo scendere, che è quella dopo la sua. Finge di dimenticare, ne sono fermamente convinta, di scendere alla sua fermata, e quindi scende alla nostra e ci accompagna fino al parcheggio dei taxi, dove dà indicazioni al tassista, che non spiccica una parola d’inglese, e si dilegua nella notte.Bursa, ingresso alla Ulu CamiEppure abbiamo camminato per una giornata intera a Bursa, visitato la Cittadella e i mercati storici del Kapali Carsi, la Yesil Camii e la Yesil Türbe con i loro arabeschi in maiolica e oro e i tappeti verticali di ceramiche verdi e turchese, fra il pigolare delle scolaresche: ma ricordo adesso solo quell’incontro e, il giorno successivo, ore passate nell’ombra fresca della Ulu Camii, immenso spazio coperto da venti cupole ruotante attorno al riflesso azzurro della fontana di marmo.

Non finisce di meravigliarci la vita palpitante delle moschee, che quando non è l’ora della preghiera sembrano prive di trascendenza. L’entrata filtra un poco il fluire della vita quotidiana: bisogna togliere le scarpe, e chi entra per pregare si lava alle fontane all’ingresso, ma una volta all’interno ognuno declina la propria permanenza in una gamma di atteggiamenti che hanno poco di rituale.

C’è chi prega e chi dorme, disteso in un angolo; c’è un gruppo di donne che ascoltano, sedute a terra, la spiegazione della guida. Ci avviciniamo pur non capendo niente della spiegazione. Una bambina, da poco deve avere imparato a camminare, prende in mano un tasbih e ondeggia instabile ruotandolo sopra la testa, girandosi verso la madre con piccoli gridi estatici. Come in una piazza, la gente va e viene. Mi piace l’odore polveroso dei tappeti, il contatto dei piedi nudi con la loro superficie soffice e calda. I passi non fanno alcun rumore, nello spazio vuoto della moschea, e risuona dunque più limpido, eterno e senza sosta, lo zampillo dell’acqua nella fontana.Bursa, Ulu CamiBursa, Ulu CamiBursa, Ulu CamiBursa, Ulu CamiBursaPersa la cognizione del tempo nella sospensione irreale della moschea, corriamo all’otogar per ripartire alla volta della prossima tappa. Afferriamo al volo un pugno di kestane sekeri, la specialità dolciaria di Bursa: castagne caramellate e rivestite di cioccolato.

Il paesaggio muta insensibilmente, nei sobborghi urbani già irrompe l’altopiano anatolico nei contadini che trasportano a dorso di mulo sacchi e fascine: il cioccolato si scioglie fra le dita prima ancora che in bocca.
OtogarKestane sekeri


Fotografie di Janos Agresti©

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