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8_Fred Vargas, “Tempi glaciali”

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Fred Vargas_Tempi glacialiRischio spoileraggio elevatissimo, e trattandosi di un giallo no, non si fa… Provo a camminare sul filo del rasoio dunque!

Sono un’appassionata lettrice di Fred Vargas, di cui ho divorato prima la trilogia dei Tre Evangelisti e poi tutti i volumi che hanno per protagonista il commissario Jean-Baptiste Adamsberg. Gli Evangelisti mi hanno incuriosita dapprima per motivi squisitamente “professionali”, visto che i tre improvvisati detective così soprannominati sono un archeologo specialista di Preistoria, un medievista e uno storico della Prima guerra mondiale, tutti e tre alle prese con il precariato e l’assenza di sbocchi nel loro campo di ricerca. I tre romanzi mi hanno divertita tantissimo, sicuramente perché nelle piccole manie e follie dei personaggi ho rivisto tante delle fissazioni e dei modi di affrontare la realtà tipici degli archeologi e che ben conosco (tipo, per quanto mi riguarda, un gelato non è mai un semplice gelato ma un susseguirsi di strati di colore, consistenza e composizione diverse che è necessario consumare in rigoroso ordine inverso di deposizione nella coppetta, distinguendoli e senza mescolare o sottoscavare…), mentre nel loro cameratismo ho rivissuto l’atmosfera degli scavi, dove la convivenza forzata in luoghi scomodi e per lo più abbandonati se non da Dio sicuramente dagli uomini col tempo crea e poi consolida amicizie e complicità che spesso sono condivisione di pensieri prima ancora della loro formulazione. Ma non è solo questo: la prosa di Fred Vargas è brillante, ironica e avvincente, e gli intrecci ricchi di trovate geniali e difficilmente scontate.

Confesso che quando sono passata ad Adamsberg ho rimpianto un poco i giovani ricercatori un po’ svitati, ma poi sono stata conquistata anche dallo “spalatore di nuvole”. Gli ultimi romanzi mi avevano un po’ delusa, e quindi ho affrontato Tempi glaciali con un po’ di diffidenza, che però è presto svanita, insieme al libro che è finito in tre giorni: una cavalcata fra i ghiacci perenni dell’Islanda e gli spettri della Rivoluzione francese (cosa c’entrano fra loro? eh leggete per capire!) che lascia davvero senza fiato. Adesso ho davvero voglia di leggere una biografia di Robespierre!

7_Vasco Pratolini, “Metello”

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Metello_PratoliniQuando entra a Firenze, attraversando porta alla Croce in un luminoso e trionfale mattino di giugno, Metello ha appena quindici anni ma già è un uomo. Rimasto orfano, è cresciuto come un figlio nella famiglia di contadini in cui era stato messo a balia, condividendone la fatica nei campi di Rincine: ma quando i Tinaj decidono di andarsene in Belgio per cercare fortuna, Metello avverte irresistibile il richiamo della città dove è nato e dove ha vissuto suo padre, l’anarchico Caco, lui che si sente “cittadino” e diverso dalla gente di campagna in mezzo a cui ha vissuto. È deciso anche lui a cercare fortuna, ma soprattutto a trovare la sua strada, quella che la sorte e le sue capacità sapranno indicargli: è solo, giovane, forte, è ruvido ma giusto, ha labili legami con un passato che per lo più ignora e voglia di futuro.

È il 1887: troverà ad accoglierlo una città in pieno fermento, in cui il turbine di Firenze capitale è passato lasciando il pesante retaggio, come un grigio strascico, del Decennio di carestia: ma anche quello è ormai volto al termine, e le occasioni non mancano per chi sa coglierle. Metello, riconosciuto da un antico compagno del padre, il vecchio Betto, sale rapidamente i diversi gradini della scala sociale cui può accedere: dapprima si accontenta di lavoretti di fatica a giornata, ma presto diviene manovale, e poi mezzo muratore e muratore in una Firenze che sta ricominciando a respirare e a crescere al di fuori dell’antica cerchia delle mura, conosce la vita di città, le donne, il piacere di avere in tasca i soldi che si è guadagnato e di disporne, la vanità e la tentazione. Conosce l’amicizia disinteressata di Betto, che lo inizia alla vita insegnandogli a leggere e a scrivere, donandogli le ali che potrà utilizzare per affrontare l’avvenire. Conosce l’amore di Ersilia, che lo completa e lo rinnova anche quando la loro unione sembra prossima a vacillare.

Ma l’apparente benessere in cui la città si ammanta nasconde profonde contraddizioni che hanno antiche radici: sono anni segnati da aspri conflitti di classe. Legge sempre, ragiona, Metello, con la sua logica ineluttabile e testarda: cerca le chiavi per comprendere il presente e per conquistare l’avvenire. Si avvicina al movimento operaio, al socialismo, diviene presto un punto di riferimento per i compagni nella lotta per migliorare i salari dei lavoratori, finirà in carcere e al confino, sarà quasi involontariamente uno dei protagonisti degli scioperi dell’estate del 1902, in cui per sei settimane i muratori di Firenze ingaggiarono un braccio di ferro con gli impresari, riuscendo infine ad ottenere condizioni di lavoro migliori nei cantieri. A quale prezzo tuttavia: la fame, la disperazione, il tradimento, gli scontri a fuoco, la morte.

Intenso e poetico, Metello ha cambiato il mio modo di vedere la città che amo, Firenze, attraverso gli occhi dei personaggi, vivi e reali, che animano la vicenda narrata da Pratolini: non è più possibile passare lungo il Mugnone per via XX settembre senza pensare all’episodio culminante dello sciopero, ai volti cotti dal sole e tesi dei muratori, al silenzio rotto solo dalle grida delle rondini che si disperdono verso campi che adesso non esistono più, ai fucili che tremano in mano ai soldati di leva, agli spari che cementano improvvisamente la solidarietà contro i padroni, agli occhi azzurri del giovane Renzoni, che muore precipitando da un ponteggio insieme al vecchio Lippi, il decano, proprio quando la lotta ha prodotto un’insperata vittoria, quando il futuro sembra realizzabile. Non è più possibile passare da via Ghibellina senza pensare a Ersilia, accecata dal furore, che pedina la bella Ida, minuscola e danzante nuvola lilla destinata a svaporare come rugiada al sole di fronte alla determinazione e alla forza dell’amore tradito ma non vinto.

La geografia immaginaria tracciata nel romanzo dall’andirivieni dei suoi personaggi, con la loro umanità imperfetta e fugace, si sovrappone ormai alla geografia attuale e consueta di Firenze, intessendone le strade di voci e di volti, di storie insieme dure e piene di speranza.firenze_ottocento

6_Edward M. Forster, “Camera con vista”

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Firenze, inizi del Novecento. Nelle stanze della Pensione Bertolini il caso raduna un gruppo di viaggiatori britannici assai diversi gli uni dagli altri per età e condizione sociale. La giovane Lucy viaggia per la prima volta fuori dal suo paese, accompagnata dalla cugina Charlotte; al loro arrivo scoprono che le stanze che avevano chiesto, quelle con vista sull’Arno, sono state assegnate ad altri turisti. Questo banale incidente crea il presupposto per una grottesca rappresentazione delle norme sociali che regolano i rapporti fra le persone: gli Emerson, un anziano signore e il figlio George, propongono uno scambio di stanze che lascerebbe alle due signore le camere migliori. La generosa offerta, ritenuta contraria alla buona educazione, viene accolta con un imbarazzato diniego, segue un’estenuante e affettata schermaglia, al termine della quale Lucy e la cugina prendono possesso delle camere, senza che nessuno ne tragga piacere, poiché gli Emerson ne escono umiliati e come se l’accettazione della loro proposta costituisse un gesto di condiscendenza nei loro confronti, mentre le due donne continuano a provare insieme senso di colpa e offesa.  

L’episodio definisce fin da subito i due poli fra cui si dibatteranno tutti i personaggi del romanzo: spontaneità e convenzione, libertà e rispetto delle regole, natura e cultura, alcuni soggiacendo consapevolmente o inconsapevolmente al polo negativo, altri in lotta con esso, altri nella ricerca di un impossibile compromesso. La “camera” è la gabbia in cui ci spingono le norme che siamo abituati a rispettare, mentre la “vista” indica un mondo più ampio cui è possibile affidarsi e in cui è possibile proiettare il proprio destino.

Gli Emerson sembrano vivere una loro dimensione libera dalle norme sociali, ma senza goderne la felicità: su di loro aleggia continuamente il giudizio degli altri, che li trovano sempre fuori luogo, sopra le righe, ignoranti e fastidiosi. Ogni loro tentativo di comunicazione si infrange in una commedia del ridicolo. Lucy avverte la distanza che la separa da questi spiazzanti compagni di viaggio con un imbarazzo misto a curiosità: non può fare a meno di restarne in qualche modo affascinata. Finché, durante una luminosa passeggiata sulle colline di Fiesole, George Emerson la bacia, in un lampo di sole vento e fiori di campo. La ridda di emozioni, turbamenti, sensi di colpa culmina in una improvvisa fuga delle due donne a Roma. I due si incontreranno nuovamente in Inghilterra, quando Lucy ha già accettato di sposare un altro uomo. Posta davanti alla realtà, ella comprende di non amarlo, e deciderà di rompere il fidanzamento per inseguire la vera felicità.

Non so celare il mio disappunto verso questo romanzo, ricco di spunti narrativi interessanti (fra tutti, il bagno liberatorio di George e di Freddy nel laghetto della foresta) e di contrasti concettuali carichi di significato ma risolti tuttavia in modo sbrigativo e banalizzante. Il senso di fastidio maggiore è dato dalla descrizione dell’Italia e degli Italiani costantemente mantenuta su un taglio etnoantropologico da spedizione coloniale, senza risparmio di luoghi comuni triti e disprezzabili, dalla truffaldina proprietaria della pensione al vetturino lussurioso e infido, al venditore di fotografie che inscena una miserabile tragedia da quattro soldi per ottenere un rimborso. Non c’è un briciolo di verità e di spessore in questa Firenze di inizio secolo vista attraverso la lente degli stereotipi e non senza un malcelato senso di superiorità. Lo stesso taglio si percepisce nelle pagine introspettive dedicate al personaggio principale, Lucy, basate su una visione maschilista e convenzionale del mondo femminile, analizzato come su un tavolo anatomico con conclusioni inconsistenti. Dopo aver ricevuto il primo bacio della sua vita (il primo bacio!),  improvviso come un fulmine, tutto il turbamento emotivo di Lucy si risolve nell’aspettativa della prossima confessione con la cugina, senza che il suo pensiero si posi un istante su di lui, sull’uomo che l’ha stretta fra le braccia. Dopo questo episodio, non sei più disposto a a dare un po’ di fiducia al narratore e ai pensieri della protagonista. Imperdonabile.

Firenze

5_Ugo Pesci, “Firenze capitale (1865-1870)”

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Ugo PesciNel 1864, quando la clausola segreta della Convenzione di Settembre stabilì il trasferimento della capitale del neonato Regno d’Italia da Torino ad altra città da individuare (segno tangibile della rinuncia a Roma, nelle intenzioni della Francia, che aveva imposto la clausola come condizione del ritiro da Roma), Firenze era ancora una città medievale: le mura arnolfiane (XIII-XIV secolo), progettate in vista di un auspicato incremento demografico che sarebbe stato interrotto bruscamente dalle ondate di peste del Trecento, racchiudevano un tessuto urbano disomogeneo, in cui la mole imponente del Duomo gettava la sua ombra su basse casupole, e in cui i palazzi nobiliari erano intervallati agli orti e ad ampie distese non edificate. Pochi mesi dopo, la modernità avrebbe bussato prepotentemente alle porte della città, mutandone per sempre il volto. L’abbattimento delle mura, la creazione dei viali di circonvallazione, l’estensione del centro urbano con la nascita di nuovi quartieri residenziali, la demolizione dei quartieri più cadenti del centro storico e l’apertura di nuove piazze ci consegnano Firenze così come è oggi.

Il libro di Ugo Pesci, scritto all’inizio del Novecento, offre una semplice ma vivida cronaca degli anni in cui Firenze ebbe il rango di Capitale del Regno d’Italia, dalle vicende politiche alla vita mondana, improntata ad una visione ottimistica (non so quanto sincera e quanto ancillare) che mi ha molto colpita. Non vi è spazio, nelle pagine di Pesci, per la nostalgia di quella vecchia Firenze che si annidava nelle sordide strade del centro e che fu spazzata via, in quei cinque anni e nei decenni successivi, nel corso di una febbrile operazione urbanistica del tutto ignara (o volutamente ignara) del valore delle testimonianze storiche e architettoniche che si cancellavano in nome dell’avanzare del progresso, dell’igiene e della sicurezza pubblica. Una nostalgia che tuttora aleggia e che ho sempre provato, con il cuore di chi ama il passato e ne vorrebbe comprendere le ragioni e le storie, passeggiando in Piazza della Repubblica, dove solo la Colonna dell’Abbondanza resta a testimoniare la presenza, un tempo, di quello che fu il Mercato Vecchio e il Ghetto, con le sue botteghe, la sua gente e le sue rumorose e non sempre limpide attività. Eppure, afferma nettamente Pesci, Firenze non avrebbe potuto incontrare il nuovo secolo abbigliata con le sue vecchie vesti, per quanto auliche fossero: il cambiamento era necessario, in effetti era già iniziato, in sordina, a partire dagli anni della dominazione francese ed era proseguito durante il regno degli ultimi Granduchi. Certo, sarebbe avvenuto gradualmente e in modo meno traumatico, vogliamo immaginare, se non fosse stato sotto la pressione di una trasformazione decisa dall’alto e imposta in tempi serratissimi.

Telemaco Signorini, Mercato Vecchio a Firenze (1882-1883)

Telemaco Signorini, Mercato Vecchio a Firenze (1882-1883)

Nonostante il rimpianto per ciò che è irrimediabilmente scomparso, le austere facciate della Firenze umbertina in fondo fanno ormai parte della sua identità quanto Palazzo Vecchio e Santa Maria Novella. Nessuna città, come ogni organismo, può restare ancorata ad un momento unico del suo destino se il cambiamento è la cifra unica di tutte le cose, ci piaccia o meno. Abbracciare il cambiamento è una virtù che va saputa coltivare. Quel quinquennio di Firenze capitale, che proprio quest’anno si celebra con una serie interessantissima di iniziative promosse sia dal Comune che da altri enti, porta un turbine di cambiamento improvviso e fugace, segnato dalla percezione della provvisorietà. Era infatti chiaro a tutti i contemporanei, sia a chi cercò di contrastare il trasferimento della capitale o lo criticò vedendovi solo un rischio per Firenze, sia a chi si affrettò a trarne rapidi quanto effimeri guadagni, che quella stagione non sarebbe stata eterna: troppo forte era il richiamo di Roma e il suo statuto simbolico come centro ideale del Regno.

Per pochi anni si affollano dunque a Firenze migliaia di impiegati giunti al seguito del Governo e dei Ministeri, che lasciano con rimpianto Torino immaginando ingenuamente la città toscana una sorta di far west privo delle comodità cui erano abituati e ne restano invece incantati; per pochi anni deputati provenienti da zone diverse del Regno e che per la prima volta si chiamano italiani siedono sugli scranni di Palazzo Vecchio; per pochi anni è Firenze il fulcro della nuova Italia, fino al settembre del 1870, fino a Porta Pia. E così, il vento passò.

Fu in casa Corsini, si può dire, l’ultima festa di Firenze capitale, la sera del lunedì grasso del 1870 – riuscita stupendamente quantunque ballerine e ballerini fossero stanchi davvero, dopo una ventina di notti di non interrotto lavoro – ma la mattina dopo, quando sul far del giorno andavamo per via Palazzuolo verso il centro della città, nessuno di noi pensava che nell’inverno del 1871 si sarebbe ballato a Roma.

4_Wladimiro Settimelli, “Garibaldi. L’album fotografico”

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GaribaldiAll’indomani della caduta della Repubblica romana, nel luglio 1849, un fotografo percorre con la sua apparecchiatura le strade deserte della città, per documentare i luoghi dove più aspri si sono svolti i combattimenti: l’obiettivo si sofferma sulle barricate, sui tetti sventrati, sui muri crivellati di proiettili. La fotografia è nata da appena 10 anni, ma già tutte le sue dirompenti potenzialità sono ben evidenti, sia a chi ne fa uso, sia al potere.

La nuova tecnica ha tutte le caratteristiche per essere democratica e sovversiva, potenzialmente rivoluzionaria: finalmente, trattenere un ricordo visivo non è più appannaggio di chi può permettersi di pagare un pittore. Farsi eseguire un ritratto diviene un’operazione alla portata se non di tutti, sicuramente di buona parte della popolazione. Ma soprattutto chiunque, armato semplicemente di carta salata, di una camera oscura e di sali d’argento può scendere in strada e fermare per sempre frammenti di realtà così come essa è, senza il filtro propagandistico o agiografico dell’incisione e della stampa. E forse ancor peggio, il confine fra realtà e finzione è messo in serio pericolo dal fotografo che in studio, con l’uso sapiente dell’aerografo e del taglierino, può dare una sicura parvenza di realtà alla finzione, come si vedrà nel 1862, quando scoppia a Roma lo scandalo dei fotomontaggi infamanti che hanno per protagonista Maria Sofia di Baviera, ex Regina delle due Sicilie.

Comprende bene tutti i rischi della fotografia Napoleone III, che nel 1859 vieta alle macchine fotografiche l’accesso al campo di battaglia di Solferino, dove si è svolto un massacro destinato a sollevare l’indignazione di tutta Europa; li comprende bene il governo papale che nel 1861 subordina la detenzione di apparecchiature fotografiche, sia per diletto personale che per professione, al controllo delle autorità di polizia. Li comprende bene anche Giuseppe Garibaldi: ma con spirito visionario egli ne mette a fuoco soprattutto gli straordinari vantaggi.

Il volume esamina il ruolo della fotografia nel Risorgimento italiano, soffermandosi in particolare proprio sull’uso che di questo mezzo espressivo seppe fare uno dei maggiori protagonisti di quella controversa stagione che portò alla liberazione della penisola dai poteri europei e alla formazione del Regno d’Italia. Valutata da questo punto di vista, la figura di Garibaldi acquista una sconcertante modernità.

Davanti all’obiettivo, si può scegliere di apparire naturali, incuranti della macchina, oppure di affrontarla e sostenerne lo sguardo: fin dai primi ritratti fotografici noti, risalenti agli anni ’50 dell’Ottocento, Garibaldi ha fatto la sua scelta. Si mette sempre in posa accuratamente, preferisce mostrarsi in piedi, eretto e in atteggiamento fiero, sceglie l’abbigliamento e gli accessori, ma soprattutto guarda sempre diritto in camera, consapevole che il suo sguardo si poserà su tutti coloro che osserveranno la sua immagine. Sembra essere estremamente consapevole del fatto che quelle immagini andranno oltre la sua stessa vita, saranno uno degli ingredienti essenziali della creazione del “personaggio” Garibaldi e della mitopoiesi delle sue imprese: per questo seleziona i fotografi da cui farsi ritrarre, autografa con cura maniacale le fotografie che dona generosamente in tutta Italia, patrocina la creazione di un album che conservi il ricordo  dei volti di tutti i Mille.

Il vestiario congiuseppe_garibaldi_1866 cui si fa fotografare, lo stesso con cui si presenta alle sedute parlamentari, diviene la sintassi di una politica dell’immagine consapevole e mai gratuita. La camicia rossa, il fazzoletto annodato al collo, il berretto cilindrico coi ricami, il poncho a righe gettato sulle spalle, il bastone su cui si appoggia dopo la ferita in Aspromonte: nessuno allora, eccetto Garibaldi, poteva vestire così ed essere considerato una persona rispettabile. Noi che viviamo nell’epoca del casual, difficilmente comprendiamo la carica sovversiva di questo stile, che ricorda al popolo le avventure sudamericane e le tante lotte sostenute e insieme sputa in faccia all’establishment un chiaro “non sono come voi!”.

Dalle fotografie di Garibaldi saranno tratte innumerevoli stampe, incisioni, cartoline: la sua immagine viene consegnata all’idolatria popolare, perdendo mano a mano concretezza e scivolando nella retorica e talvolta nel grottesco, fino all’identificazione con Gesù Cristo. Il burattinaio di se stesso sembra restare vittima del potere dell’immagine.

O forse aveva previsto anche questo?

3_Lorenzo Scaramella, “Fotografia. Storia e riconoscimento dei procedimenti fotografici”

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scaramellaSi fa presto a parlare di lastre al collodio, stampe all’albumina e calotipi: ma che cosa sono e come si riconoscono? Il libro di L. Scaramella, fotografo e specialista delle antiche tecniche fotografiche, esamina in modo analitico le diverse tecniche che si sono succedute dalla nascita ufficiale della fotografia (1839) fino ad oggi per la produzione di negativi e di positivi. Un libro certamente molto tecnico e destinato a un pubblico settoriale, ma che si legge con piacere e regala spunti di riflessione interessanti sulla storia del mezzo fotografico e l’evoluzione della cultura visiva.

Dal punto di vista tecnico, la storia della fotografia si può suddividere in tre ere principali, in ciascuna delle quali c’è una predominanza di uno o due procedimenti particolari. Il libro, essendo del 1998, si arresta alle soglie del digitale (se ben ricordo allora le foto digitali a risoluzione piena erano grandi quanto un francobollo e se le avevi non sapevi proprio che farne): adesso siamo di fatto nella quarta era.

Dal 1839 alla fine degli anni ’60 dell’Ottocento coesistono i due procedimenti più antichi, estremamente differenti concettualmente e per aspetto finale. Il dagherrotipo veniva realizzato sensibilizzando una lastra di rame argentato, che viene posta nell’apparecchio dagherrotipico: l’immagine si forma direttamente sulla lastra e viene successivamente stabilizzata. Si tratta di un positivo diretto, unico: dal dagherrotipo non si possono infatti ottenere altre stampe della medesima immagine. La sua unicità e la sua delicatezza (esposto all’aria tende inevitabilmente a ossidare, e deve dunque essere protetto da una apposita custodia) ne fanno un oggetto di lusso. Il calotipo è invece un negativo su carta cerata, da cui si possono tirare innumerevoli positivi, che in questa fase vengono realizzati su carta salata, ovvero su di un semplice foglio di carta di buona qualità su cui viene spalmata (successivamente l’operazione si compie per galleggiamento) prima una soluzione di acqua e sale, e dopo una soluzione contenente nitrato d’argento).

Questi antichi procedimenti possiedono ciascuno un fascino particolare. Il dagherrotipo è davvero un oggetto magico: l’immagine con tutti i suoi dettagli è di una nitidezza sorprendente, che la fa apparire viva; questo effetto è aumentato anche dal fatto che, muovendolo, l’immagine appare successivamente positiva e negativa, e sembra danzare. Poiché l’immagine si trova su una superficie riflettente, guardandola essa si arricchisce dei riverberi dello spazio che si trova attorno all’osservatore, acquisendo la sua profondità e i suoi colori, e l’osservatore stesso entra a far parte dell’immagine attraverso il suo riflesso. L’osservazione di un dagherrotipo è un’esperienza temporale del tutto particolare. Le carte salate, invece hanno in genere un aspetto opaco, ma il loro fascino risiede nel fatto che l’immagine si forma nelle fibre stesse della carta, acquisendo una piacevole morbidezza di piani e di toni. Un aspetto molto interessante, che Scaramella mette più volte in evidenza, è che i precursori della sperimentazione fotografica avevano per obiettivo la realizzazione di immagini direttamente positive della realtà: il concetto di negativo/positivo, a cui noi siamo ormai abituati e che diamo per scontato (ma lo sarà ancora fra qualche decennio? – la fotografia digitale non lo contempla, e i nativi digitali non conoscono il brivido di incertezza che si prova ad “andare a sviluppare un rullino”), era allora sentito come una limitazione nella capacità della fotografia di porsi come “pencil of nature”.Memnon

Queste tecniche vengono soppiantate a partire dagli anni ’50 dell’Ottocento dalla rivoluzione del negativo su vetro al collodio (umido o secco) e dalla stampa all’albumina, che costituiscono il binomio per eccellenza fino a circa il 1880. L’evoluzione tecnica consente di ridurre drasticamente i tempi di esposizione: la fotografia si avvia ad essere praticabile davvero ovunque e in qualunque situazione. In questo momento, le vedute di città e paesaggi si animano improvvisamente: nel periodo precedente infatti i lunghi tempi di ripresa non consentivano di fermare l’immagine delle persone in movimento, ragion per cui le città di metà Ottocento sembrano invariabilmente deserte e sospese in un tempo in cui gli esseri umani non esistono più o non sono mai esistiti.

Intorno al 1870-1880 viene introdotto il procedimento alla gelatina sali d’argento che, pur con evoluzioni, miglioramenti e modifiche rimane sostanzialmente quello principale fino all’avvento del digitale: con esso termina l’era della “protofotografia” e inizia quella dell’industria fotografica. Avviene un salto epocale su cui è interessante riflettere: fino a quel momento, in genere ciascun fotografo preparava autonomamente i materiali di ripresa e di stampa (per quanto le carte albuminate fossero disponibili anche in commercio). Era un’epoca di sperimentazione e di fantasia: si diffondevano manuali e riviste che spiegavano i materiali e le tecniche, ma poi ciascuno faceva miscugli e prove per ottenere effetti adatti al gusto personale, aveva i suoi zibaldoni e i suoi ricettari. Da questa sperimentazione nascevano in continuazione procedimenti alternativi a quelli più diffusi, destinati magari a vivere solo una breve stagione, per non parlare delle contraffazioni e delle imitazioni. Non desti stupore trovare fra i fotografi della prima ora tanti medici e farmacisti, gente abituata a mescolare polverine e a produrre pozioni. L’industria fotografica spazza via alla fine dell’Ottocento tutto questo, al grido voi premete il bottone, noi facciamo il resto! (era lo slogan pubblicitario della Kodak nel 1888): certo, la fotografia diventa davvero alla portata di tutti. Il Romanticismo però si arresta alle soglie del Novecento.

2_Frederick N. Boher, “Photography and Archaeology”

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boherDa quando ho memoria avverto il profondo richiamo del passato, in tutte le sue forme: è una malia da cui è assai difficile guarire, come sanno tutti quelli che la inseguono fino a farne una professione, come gli storici e gli archeologi; un filtro che pervade il presente e il modo di percepire la realtà.

Le fotografie storiche sono una delle sirene al cui canto l’ammaliato non si può resistere. Quella carta ingiallita dal passare del tempo, le macchie che denunciano le vicende che hanno passato e i luoghi che hanno attraversato, gli sguardi delle persone fissati in un attimo ormai trascorso, che ci osservano da profondità incommensurabili. Nei mercatini dell’usato e dell’antiquariato capita di trovarne: chi è specializzato in questo genere le propone spesso ordinate in raccoglitori, suddivise per tematiche o per epoche, così depotenziate e quasi innocue. Più spesso accade di vederne gettate alla rinfusa in qualche vecchia valigetta, in mezzo a flaconi da farmacia in vetro e a rocchetti di filo da cucito, testimoni muti di vite ormai senza nomi, senza legami, prossime a dissolversi. Non ne ho mai acquistate: mi affascinano, ma anche mi inquietano. No, non vorrei portare con me, nella mia casa, questo fardello di vite trascorse.

Il volume di F.N. Boher, elegante e curatissimo, ricco di strepitose illustrazioni, tratta un aspetto particolare della storia della fotografia: il suo rapporto con l’archeologia. Un connubio indissolubile  che si stabilisce fin dal primo apparire della nuova tecnica: sia J.-L. Daguerre, inventore del dagherrotipo, sia W.F. Talbot, inventore della tecnica a sviluppo e del negativo in carta, percepiscono immediatamente l’importanza della fotografia non solo per la riproduzione di monumenti, oggetti d’arte e iscrizioni, e per la conservazione dei dati relativi al loro aspetto, ma anche per il modo di avvicinarsi ad essi e di studiarli. Boher analizza questo rapporto in quattro diversi capitoli che trattano la fotografia archeologica dalle origini a oggi come documentazione della realtà (cap. 1), come pratica nel concreto della campagna archeologica e del viaggio di esplorazione (cap. 2), come oggetto di archivio (cap. 3) e infine come base per lo studio scientifico (cap. 4).

Siamo nel 1839. Pochi mesi dopo l’annuncio della nascita della fotografia, i cinque continenti pullulano già di fotografi che applicano la nuova tecnica per documentare la realtà come essa è: questa è la promessa della fotografia, come annuncia già nel 1844 il titolo del volume di W.F. Talbot, The Pencil of Nature. L’immagine si crea sul supporto sensibile senza l’intervento mistificatore dell’uomo, la natura ritrae se stessa. Questa ingenua convinzione degli albori verrà presto smascherata: se l’uomo non produce fisicamente l’immagine, opera tuttavia una serie di scelte (soggetto, inquadrature, esposizione, per non parlare delle elaborazioni successive, in fase di stampa) che imprimono all’immagine la propria volontà e creano un documento che è altro dalla realtà che rappresenta.

La nascita della tecnica fotografica e i rapidi sviluppi che determinano nel volgere di pochi anni la riduzione dei tempi di posa, la possibilità di preparare precedentemente i supporti, la riduzione dell’ingombro degli strumenti di ripresa consentono di documentare in tempi in precedenza inimmaginabili architetture, scavi, sculture e reperti in ogni parte del globo. Nelle campagne di esplorazione il disegnatore viene sostituito – non immediatamente ma inesorabilmente – dal fotografo. La prima campagna di esplorazione archeologica a fare uso di apparecchiature fotografiche è la spedizione prussiana in Egitto condotta da Karl Richard Lepsius nel 1842-1843: sono passati appena tre anni dalla data di nascita ufficiale della fotografia.

La fotografia sostanzia il soggetto di una verità che il disegno e l’incisione, con la loro dimensione necessariamente mediata e quindi metafisica, concettuale o agiografica, non poteva avere. Ma forse ancor più che nella documentazione, la vera rivoluzione portata dalla fotografia in campo archeologico è, come mette in evidenza Boher, nell’archiviazione e nello studio. L’immagine fotografica consente di avvicinare oggetti lontani nello spazio, di confrontarli, di porli in serie, di praticare montaggi di parti separate dalle vicissitudini storiche o non più esistenti ed è in quanto tale elemento essenziale della metodologia archeologica.

La fotografia archeologica nasce, per così dire, già saggia, con criteri e regole che, una volta fissati, resteranno immutabili e che chiunque abbia partecipato ad uno scavo archeologico ben conosce: li individua chiaramente già W.M. Petrie nel suo Methods and Aims in Archaeology del 1904. StillmanInquadrature frontali o laterali, che descrivano il soggetto nelle sue diverse componenti e nelle sue articolazioni; minimizzazione delle ombre; assenza degli esseri umani e delle loro tracce; inserimento di un termine di confronto dimensionale; uso preferenziale del bianco e nero (a lungo contrapposto al colore, riservato alle riviste e alle pubblicazioni non di carattere scientifico)… E così via. Ma queste poche e inflessibili regole non rendono conto  dell’alchimia di queste visioni oniriche sospese in un tempo indefinito. Una delle loro cifre, l’assenza dell’uomo, ne rende impossibile, spesso, decifrare l’enigma della datazione.

Allora nuove e rivoluzionarie, allora prodigio della tecnica: neppure un secolo fa. Il passare del tempo ha trasformato queste fotografie stesse in “reperti” provocando un loro graduale, insensibile ma ormai avvenuto slittamento indietro, nel passato. Vestigia anch’esse di modi di vivere, di vedere, di approcciarsi alla realtà ormai desueti e inafferrabili. Il cielo color crema della stampa all’albumina al di sopra dell’Eretteo è lontano e muto quasi quanto il cielo di Pericle.

1_Fra tenebra e luce – Victor Hugo, “I miserabili”

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miserabiliIl furto di un tozzo di pane conduce il giovane Jean Valjean in galera, e i ripetuti tentativi di evasione ne dilatano la reclusione fino a diciannove lunghi anni: al momento in cui egli ottiene la libertà condizionata nulla rimane dell’uomo che era un tempo. Il suo animo è pieno soltanto di risentimento e d’odio per l’intera società, che l’ha privato insieme della libertà, della gioventù, del futuro e del passato.

Siamo nel 1815: dopo la sconfitta di Napoleone a Waterloo il gelo della Restaurazione spazza via definitivamente l’utopia rivoluzionaria dall’Europa. È il ritorno al potere costituito e alle monarchie.

Ovunque egli si rechi, Jean Valjean è costretto a mostrare il documento che lo marchia indelebilmente come ex galeotto: nessuna locanda lo ospiterà, nessuna porta si aprirà, nessun lavoro gli sarà offerto. Per giorni vaga, in bilico sul sottile margine dell’abisso: se nessuna speranza è data, il suo destino è imboccare la via del male, senza ritorno. Infine, trova insperatamente riparo in casa del vescovo di Digne, Monsignor Myriel, che vive il proprio apostolato in povertà donando ciò che possiede e facendo il bene ogni volta in cui si presenti l’occasione. L’accoglienza è semplice ma piena di calore e bontà, ma durante la notte Jean Valjean non riesce a resistere al maligno fascino incantatore della poca argenteria di casa. I gendarmi lo ricondurranno in catene il giorno seguente davanti a Myriel, che ne impedisce la nuova incarcerazione sostenendo di aver donato lui stesso a quell’uomo ciò che gli è stato trovato addosso. Anzi, nella fretta di andarsene, egli ha dimenticato di prendere i due candelabri d’argento. Jean Valjean è sconvolto: il prelato, per cui lui è niente e che per lui è niente, lo chiama amico e fratello, il prelato pur potendo perderlo definitivamente con una sua sola parola, lo salva.

“Jean Valjean, fratello mio, voi non appartenete più al male, ma al bene. E’ la vostra anima che ho comperato; la tolgo ai pensieri tenebrosi e allo spirito di perdizione e la dono a Dio.”

Inizia dallo sguardo buono dell’anziano vescovo la risalita di Jean Valjean, che riesce a costruirsi una nuova identità e a iniziare una nuova vita a Montreuil-sur-Mer, dove apre una fabbrica e diviene sindaco del paese: per tutti egli è adesso il signor Madeleine, il benefattore. Ma il destino continua ad inseguirlo nella persona dell’ispettore Javert: gli soffia sul collo, gli è vicino, gli è addosso. Ogni qual volta la sua strada sembra appianarsi, un evento inatteso lo costringe ad abbandonare tutto e scappare: di fuga in fuga giunge a Parigi, dove si troverà coinvolto nei moti popolari del giugno 1832.

Non è proprio il caso di riassumere qui l’intera trama di questo romanzo incredibile, che ti tira dentro fin dalle prime pagine e non ti lascia riprendere fiato fino all’ultima: è fin troppo noto. Jean Valjean tiene fede per tutta la vita all’ideale di rettitudine che si è riproposto per redimersi, lottando contro le prove che la sorte continua a imporgli: solo la morte è in grado di donargli quella pace che la vita gli ha negato incessantemente. Ai bivi più terribili che si presentano al protagonista, l’autore analizza i tormenti della sua anima dissezionandone come su un tavolo anatomico le ondate di sentimenti contrastanti: la rabbia, l’orgoglio, il desiderio di riscatto, la nostalgia per una vita non vissuta, la fede, la speranza, l’amore, la rassegnazione. Viviamo al fianco di Jean Valjean, al ritmo dei suoi pensieri e del suo respiro, la terribile notte in cui egli decide di sacrificare la sua nuova, rispettabile esistenza come sindaco di Montreuil per impedire che un innocente venga imprigionato al suo posto; scrutiamo l’oscurità con i suoi occhi, ci sorprendiamo a tentare di anticipare le sue rocambolesche soluzioni di fuga.

Un romanzo in continuo oscillare fra tenebra e luce, fatto di contrasti stridenti fra passato e futuro, fra utopia e realtà, fra spirito e materia. La scrittura di Hugo getta improvvisi fasci di luce nel buio dei bassifondi parigini, ad illuminare squarci di vite, attimi fugaci in cui i miserabili appaiono sul palcoscenico della storia per sprofondare nuovamente nel loro destino irrevocabile, nell’anonimato, nel fango. Quante Fantine, quante Eponine, quanti Gavroche nella pancia del tempo! Personaggi che restano impressi nella memoria, indimenticabili nella loro disarmante e dolente umanità.

Il racconto si dipana, un colpo di scena dopo l’altro, intervallato da memorabili digressioni. Quando ho affrontato la prima, quella sulla battaglia di Waterloo, ho scorso un attimo le pagine in avanti e contato: 50. Ho pensato: nooooo, non mi passa mai più, e mentre io leggo di Napoleone che sta succedendo a Jean Valjean? Invece, fiato sospeso anche in queste sospensioni dell’intreccio. La descrizione della battaglia è intensa e viva, sembra di vedere scintillare sotto gli occhi le armature dei dragoni e di sentire il nitrito dei cavalli. Le pagine dedicate alle fogne di Parigi, dove gli escrementi gocciolanti dalla vita che si consuma in superficie trascinano insieme carogne e cappelli cardinalizi, corde d’impiccati e lustrini, il torsolo di mela insieme al lenzuolo funebre di Marat, sono una riflessione sul trascorrere del tempo, sulla dissoluzione fisica, sul valore delle cose come testimonianza che ho trovato, io che di mestiere faccio l’archeologo, illuminante. La descrizione delle due barricate del 1848, l’una mostruoso prodigio irto del potere sordo del caos, l’altra liscia e fredda di determinazione e precisione matematica, rappresenta le molte facce che può assumere l’opposizione dell’uomo al destino. Già, perché il destino pedina dappresso ciascuno dei personaggi, i docili come i temerari, li incalza, li perseguita, li conduce là dove devono andare… C’è una sola forza, luminosa, che si oppone al destino: l’avvenire. Quell’avvenire che i giovani rivoluzionari sognano sulla barricata, quando non ci saranno più re, non ci saranno più vinti, ma diritti e pane per tutti: il destino di Marius e Cosette abbraccia l’avvenire in nome di tutti coloro che hanno dovuto soccombere.

“Fratelli, colui che muore qui, muore nell’irradiamento dell’avvenire, e noi entriamo in una tomba tutta soffusa di aurora”. Enjolras, più che tacere, si interruppe. Le sue labbra continuavano a muoversi silenziosamente come se continuasse a parlare a se stesso, il che fece sì che tutti, tesi nell’ascoltarlo ancora, lo fissarono. Non vi furono applausi, ma un sussurro serpeggiò a lungo tra gli astanti. Poiché la parola è un soffio, i fremiti dell’intelligenza assomigliano ad uno stormire di foglie.

Cosa fa vivere gli uomini

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Ricordo distintamente l’estate fra la quarta e la quinta ginnasio, Anna Karenina nell’edizione Einaudi fra le mani e gli sterminati pomeriggi passati a leggere in una stanza un po’ isolata della casa dei miei genitori, con lame di sole che filtravano appena dalle imposte a illuminare la danza di minutissimi granelli di polvere.

Ho pianto di notte per Anna Karenina come ho pianto successivamente, fra le pagine di Guerra e pace, per Andrej Bolkonskij ferito e disteso nel campo di battaglia di Austerliz, intento a fissare il cielo nella convinzione di vederlo per l’ultima volta, e per Nataša Rostova nel turbinio del suo primo ballo. E poi La sonata a Kreutzer, La felicità familiare, Resurrezione… Mi piaceva rintanarmi in quella stanza, su quella poltrona che mi ricordava tante cose, oppure in un angolo del giardino, dove cogliere qualche susina dell’albero e passare ore così, sognando.

Solo un po’ più tardi ho iniziato a dipanare la complessità delle riflessioni sul senso della storia e sul mistero della vita, e a interessarmi a lui, a Lev Tolstoj, al tormento intellettuale e profondamente religioso che lo ha accompagnato per tutta la vita, dagli anni scapestrati della gioventù fino alla tragica fuga dalla famiglia e da se stesso intrapresa ormai ottantaduenne, e che lo avrebbe condotto alla morte.

I suoi Diari sono la testimonianza viva di questa ricerca costante, di questa tensione verso l’alto: perchè “ciò che conta è solo fare della propria vita qualcosa di intero, razionale, bello”.
IMG_5744E quindi, amo guardare il cielo, soprattutto in mezzo al luccicare delle foglie, e non posso guardare un cielo senza pensare al Principe Andrej ad Austerliz.

Eppure ieri, mentre osservavo un cielo particolarmente bello al di sopra del Parco della Villa il Ventaglio, un angolo poco noto di Firenze dove è possibile andare a fare pace col mondo, se ce n’è bisogno, mi è tornato in mente un racconto breve di Tolstoj, scritto nel 1881, che si intitola Cosa fa vivere gli uomini. Pensato come una sorta di parabola per gli strati rurali della popolazione russa, da poco liberati dalla servitù della gleba e da poco ammessi all’istruzione scolastica, il racconto ebbe un vero boom editoriale al momento della pubblicazione, mentre oggi è ingiustamente poco noto.

La semplicità disarmante dell’intreccio rivela profondità dense di significato, e un messaggio pieno di speranza.

Il poverissimo calzolaio Semen, di ritorno a casa, incontra presso una chiesetta di campagna un giovane completamente nudo, infreddolito e quasi privo di parola. Vinta la propria resistenza, decide di vestirlo col proprio mantello e di portarlo a casa, dove la moglie, Matrena, accoglie il nuovo venuto con l’ostile resistenza di chi deve privarsi del pane per sfamare l’ospite inatteso. Ma anche il cuore di Matrena si scioglie, tuttavia, di fronte all’innocenza del giovane. Quando la donna gli offre infine un pasto caldo, Michaijl sorride.

Il giovane inizia a lavorare per Semen, ed in breve diventa talmente abile da costituire un valido aiuto per il calzolaio, i cui affari iniziano a decollare. Un giorno, un ricco possidente si reca dal calzolaio per commissionare un paio di stivali, portando con sè la pelle necessaria, e ordinando con tracotanza che glieli facciano resistenti e durevoli. Michaijl sorride una seconda volta, e prepara non un paio di stivali, ma un paio di babbucce da morto. Le disperate proteste di Semen, terrorizzato per la certa ira del signore, si spengono quando giunge la notizia che egli, tornando a casa, è morto per strada.

La terza volta, Michaijl sorride quando una donna entra nella bottega con due bambine, a cui vuol comprare delle scarpine, e racconta che non sono figlie sue, ma di una povera vicina, morta quando le piccole erano ancora in fasce, e che lei ha voluto prenderle con sè, finendo per amarle come se fossero sue.

Ma perchè sorride così misteriosamente, Michaijl? Perchè egli è un angelo, che ha osato ribellarsi all’ordine del Signore di portare via l’anima di una donna, commosso dal fatto che ella avrebbe lasciato due bambine, da poco venute alla luce, ad una morte certa. Per punizione, è stato inviato sulla terra come uomo, per scoprire che cosa c’è dentro gli uomini, che cosa non è dato agli uomini, e che cosa fa vivere gli uomini. E progressivamente l’ha compreso, e ogni gradino di questa conquistata conoscenza gli ha strappato un sorriso. Negli uomini c’è amore, e l’ha compreso quando Matrena gli ha offerto l’ultimo pezzo di pane che conservava per il giorno successivo. Non è dato agli uomini di conoscere che cosa è bene per se stessi, e l’ha compreso quando il ricco possidente ha ordinato un paio di stivali resistenti e duraturi, senza sapere che di lì a poco avrebbe avuto bisogno di un paio di babbucce da morto. L’amore degli uni per gli altri fa vivere gli uomini, e l’ha compreso quando ha visto le figlie della donna di cui ha dovuto portar via l’anima, salvate, accudite e profondamente amate da una donna che per loro non è niente.

E così l’angelo può dispiegare le ali, e tornare in cielo in una colonna abbagliante di luce.Parco Ventaglio (Medium)Parco Ventaglio (1) (Medium) Parco Ventaglio (2) (Medium)Parco Ventaglio (4) (Medium)

Il secolo che ha rivoluzionato la botanica

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E’ avvincente come un romanzo il saggio La confraternita dei giardinieri di Andrea Wulf. L’autrice prende le mosse da una constatazione statistica: la maggior parte degli inglesi ha la mania del giardinaggio. I vivai spuntano ovunque, le riviste specializzate inondano le edicole, ogni casa ha almeno un angolo di giardino… e le conversazioni non possono prescindere dalla fioritura dell’ortensia o dall’esposizione da riservare alla peonia! Ma da che cosa deriva questo fervore, che non ha eguali nelle altre nazioni europee? Le sue radici (è proprio il caso di dirlo) affondano nel Settecento, quando i primi pionieristici esperimenti di Thomas Fairchild, vivaista di Hoxton, rivelarono la natura sessuale della riproduzione delle piante e la possibilità da parte dell’uomo di manipolarne la fecondazione, realizzando ibridi e dettando tempi e modalità. Allora, l’Inghilterra non era certo un paese all’avanguardia nell’arte dei giardini: la moda era imposta dalla Francia e dall’Italia, e il giardino formale, con i suoi spazi rigidamente scanditi e le sue leziose geometrie, imperversava, mentre chi avesse voluto acquistare piante rare e pregiate avrebbe dovuto rivolgersi ai famosi vivaisti olandesi.

Ma i tempi stavano per cambiare. L’interesse suscitato dagli ibridi di Fairchild in un’epoca assetata di progresso e di scoperte scientifiche, e la concomitante espansione dell’impero britannico nel Nuovo Mondo avrebbero fatto il resto. Il libro rievoca con sapienti pennellate il contesto culturale delle Londra settecentesca, attraverso le storie degli uomini protagonisti della “rivoluzione botanica”: Peter Collinson, commerciante di tessuti e appassionato orticoltore, con la sua curiosità iniziò a richiedere ai conoscenti e successivamente ad importare sistematicamente semi e talee dalle colonie dell’America settentrionale, raccolti selezionati catalogati e impacchettati amorevolmente da John Bartram. In quegli stessi anni, Philip Miller dava alle stampe il suo Gardeners Dictionary, che sarebbe divenutopresto la Bibbia di tutti i giardinieri del tempo: una guida alla realizzazione e al mantenimento dei giardini, alla scelta delle piante e alla loro cura, accessibile anche a chi non conoscesse il latino, la lingua scientifica dell’epoca. Il libro segnò così profondamente un’epoca che anche il borioso Carl Linnaeus, ideatore del rivoluzionario sistema di classificazione del mondo vivente su cui si basa tuttora la tassonomia di animali e piante, avrebbe passato quasi tutta la vita a convincere Miller a utilizzare la nomenclatura binomiale nelle successive edizioni dell’opera. La rocambolesca spedizione dell’Endeavour, capitanata da Cook ma mossa dall’entusiastica energia (e dal denaro) di Joseph Banks avrebbe infine riportato a Londra le meraviglie botaniche dei Mari del Sud e dell’Australia.

Storie di amicizie e dissapori, collaborazioni e invidie, successi e sconfitte: il risultato fu la nascita del cosiddetto giardino all’inglese, in cui la geometria lascia spazio al libero accostamento di colori, altezze e forme e le regole cedono il passo alla meraviglia e all’emozione. Il giardiniere è come un pittore, foglie e fiori sono i suoi pennelli e i suoi pigmenti. Piante oggi diffusissime e ormai naturalizzate in Europa, come la betulla, la magnolia, la camelia, la callicarpa, il cipresso bianco, il diospero, l’eucalipto, furono trasportati a mezzo nave dall’America, dall’Asia e dall’Oceania all’Inghilterra, con tutti i rischi connessi al viaggio – salsedine, roditori, attacchi nemici, tempeste – e poi amorevolmente coltivati in modo che potessero vegetare e fiorire lontane dalla loro terra. L’emozione della scoperta di terre sconosciute, il meraviglioso spettacolo offerto dalla loro flora e dai loro paesaggi si intrecciano con gli sforzi compiuti da questi uomini per comprendere e classificare con rigore scientifico un mondo che stava divenendo di giorno in giorno incomparabilmente più vasto e multiforme. Un grandioso affresco storico, da leggere tutto d’un fiato.