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C’è chi sogna la California – breve viaggio tra i contrasti di una civiltà

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Questa è la California?

La prima mattina in cui mi sveglio a Los Angeles scosto con un moto di disappunto la tendina della mia camera su di un cielo che si srotola basso e grigio svaporando in densi meandri fra i grattacieli. Ma la decisione è presa, e inizio a correre nel campus della celebre UCLA – sì, proprio quella cosa che campeggiava tronfia sul 90% delle felpe che indossavamo negli anni ’80 e che per anni non ho proprio capito che cosa significasse.

Incrocio ragazzi in divisa da medico, col caffè in mano e la musica nelle orecchie, professori in giacca e cravatta, col caffè in mano e la valigetta sottobraccio, e operai che si concedono un attimo di riposo su una panchina, col caffè in mano e gli occhi persi sulla punta delle scarpe. Se allora non capivo cosa significasse, correndo fra i giganti di vetro e acciaio oggi immagino che cosa debba significare studiare e lavorare in un posto come questo.

Presto il cielo si apre a compiere una trasformazione che vedrò tutte le prossime mattine: non nuvole, ma nebbia, nebbia che sale dal mare al tramonto e che ristagna sulla notte della città, per squarciarsi a metà mattina e liberare le profondità di un cielo di lapislazzuli.

Bouganville a Los AngelesSolo ora compaiono, come se prima non esistessero, le palme, le enormi siepi di bouganville, gli incredibili sconosciuti alberi dai grappoli di fiori violetti o gialli. Ma nonostante il verde fresco dei prati, nonostante il tepore del sole sulla pelle, nonostante lo scoppiare dei colori, una vena di malinconia non smette di stringermi: quel contrasto fra la nebbia e l’astro, la prossima classe dirigente che beve il caffè sfogliando il giornale sull’iPad e l’operaio che continua a fissare testardamente la punta delle scarpe.

Tutto è gigantesco: il campus, i palazzi, le automobili, le porzioni dei cibi, le strade, i mazzi di carte di credito. Una gigantesca, continua bulimia. Punteggiano le strade, in un assordante incognito, tende improvvisate, carrelli carichi di oggetti e abiti, incupiti da una patina di smog e di tempo. Perché una vita si è racchiusa in quelle vecchie valige fermate con nastro da pacchi?

Arrivo sul Sunset Boulevard. Sulla collina qua sopra ci sono le ville di Bel Air, agglomerato tentacolare racchiuso da un muro e da un cancello. Non ha un senso camminarci, e nessuno lo fa: si può solo sorvolare in macchina le strade fantasma dove nemmeno esistono marciapiedi.

Mi sembra che solo correre mi permetta di vedere di più questa città e di cogliere meglio il contrasto che mi fa così paura.
IMG_1203 University of California

Di tutto quello che vivrò qui, in una parentesi di scoperta che durerà pochi giorni, come fossi un esploratore giunto infine nel cuore di una lontanissima tribù selvaggia da studiare, quello che più mi resta impresso – con buona pace degli amanti degli States – è il viaggio di ritorno. Io che quando sono in viaggio mi chiudo in una meditazione muta che pendola dallo scorrere del paesaggio nei finestrini al mio libro (e il mio libro oggi è Il Conte di Montecristo – pregustando da giorni le ore del volo per finirlo), mi ritrovo a parlare con i due compagni di viaggio che la lotteria dei posti mi ha sorteggiato.

Italiani che rientrano dopo un paio di mesi in America, vent’anni entrambi: lui che cerca di inventarsi una carriera da attore e pensa che l’unico modo per avere qualche possibilità sia trasferirsi a Los Angeles, sposarsi per avere la cittadinanza e finalmente lavorare, lei che studia in una facoltà che non le piace e che proprio non sa cosa vuol fare da grande e dove, Londra sarebbe bello ma anche l’America. In Italia no, sicuramente.

Che bei sorrisi che hanno.

Dopo il decollo, iniziamo a parlare, dopo un’oretta ci prendiamo in giro come se stessimo viaggiando insieme e ridiamo come matti dicendo una montagna di fesserie e scambiandoci di posto a seconda di come ci viene meglio. Lui dice che gli mancano i fratelli, le sorelle, i genitori, che non vorrebbe andarsene da casa ma altrimenti i sogni restano nel cassetto. Lei mi dice: “mi racconti un po’ la tua vita?“, e dopo che le dico che lavoro faccio mi scruta come se fossi una che è arrivata, indovino il desiderio di un consiglio che sono ben lungi dal poter dare. Che tenerezza che mi fanno questi due.

La ragazza con cui mi incrocio ogni volta che vado al bagno, invece, ha la mia età: una massa di corti ricci neri e un sorriso altrettanto bello, ma dietro un fondo di consapevolezza. Lei si è trasferita a Los Angeles da Roma dopo anni di precariato, ha cambiato totalmente lavoro, ha fondato una società e sta bene, ora, “ma questo è un paese per giovani“.

E domani?

La seconda volta – [@Istanbul]

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Istambul 3La seconda volta è necessario essere un po’ più coraggiosi, perché è difficile sottrarsi al timore che venga meno la magia e che il disincanto irrompa a colmare senza pietà la distanza fra realtà e immaginazione. La seconda volta, le cose hanno un aspetto usato o sono forse gli occhi ad esserlo, la stessa musica ormai muove pupazzi appesi agli specchietti retrovisori e il vento spira meno fresco nelle strade, senza sollevare polvere di aspettative.

La seconda volta è ancora una volta Ramazan fra i minareti pavesati di lumi della Moschea Blu e nelle aiuole dell’Ippodromo, ancora si stendono tappeti sull’erba e le nonne li cospargono di pomodori e trionfi di miele, ancora si attende a piedi nudi il tramonto riverberato dal canto mentre i gozleme già sfrigolano sulle piastre. Per un attimo il copione sembra già noto e consunto l’amalgama degli ingredienti. IstambulInizia così la seconda volta, nella sera calda di Istanbul. Quella pericolosa sensazione che il momento attuale non possa gareggiare con il ricordo e con l’ideale si infrange immediatamente. Questa volta la notte della città è già un po’ nostra: non ci spaventano la sua complessa topografia, né i suoni di una lingua così diversa dalla nostra. La consapevolezza che parleremo con tutti senza sapere più di dieci parole di turco ci regala una disinvoltura nuova: questa volta non stiamo ai margini della festa ma sappiamo che possiamo sedere nell’erba con gli altri e godere lo strano e poetico risveglio crepuscolare che sta per compiersi.

Afferriamo a casaccio da uno degli enormi vassoi che gli ambulanti, grondando sudore ma senza tradire fatica in volto, fanno volteggiare senza posa per l’Ippodromo, questo millenario cuore pulsante di Bisanzio, un qualcosa di commestibile ma incomprensibile nella sua essenza e nella sua modalità di consumazione. Siamo dunque sprovvisti di tutto, nel nostro stile più caratteristico, eccetto una bottiglietta d’acqua e queste strane polpette in cui si indovina la forma del pugno chiuso che le ha modellate – scopriremo più avanti in quante varianti possono declinarsi queste deliziose çig köfte, carne cruda bulgur e spezie, piccantissime da far venire le lacrime agli occhi: ecco perché la vaschetta si vende sempre accompagnata da foglie di lattuga. Le persone che si affollano attorno, riempiendo pian piano ogni angolo della stretta aiuola fra la Colonna Serpentina e il muro perimetrale della Moschea Blu, scrutano fra lo stupito e il divertito la nostra totale mancanza di organizzazione, e si danno un po’ di gomito fra loro.

È buffo essere così esotici e strani in Turchia. E così, con quel misterioso incantesimo che ci accompagna in questo paese e fa diventare ogni cosa semplice, la nostra mensa si arricchisce lentamente: qualcuno accanto sbuccia cetrioli in quantità per una famiglia numerosa, ed ecco che adesso ne possediamo un paio anche noi, qualcun altro ci posa davanti un piatto colmo di involtini di riso e foglie di vite, un ragazzino porta due bicchieri di aranciata, arrivano dolci, frutta secca e bicchieri di tè bollente, continuamente riempiti, per concludere degnamente la cena. Finché non decidiamo ad alzarci qualcuno continua a portarci qualcosa: almeno sappiamo dire grazie in turco! I giovani sono come sempre curiosi, ci chiedono da dove veniamo, vogliono raccontare se stessi e lo spirito del Ramazan, si parla a lungo in inglese della Turchia e di Istanbul; gli anziani guardano e sorridono con gli occhi, agitano sacchetti di plastica e fanno gesti che vogliono dire: prendeteli e sedetevici sopra, che diamine, l’umidità inizia a sentirsi sull’erba! Istambul 1Per fortuna, anche la seconda volta la magia è intatta.

Il giorno dopo, la luce galleggia acquosa nelle stanze senza finestre del Topkapi, silenziose e ovattate, penetrando in lame dal soffitto, trascorrendo e ondeggiando sulle pareti ricoperte di piastrelle colorate (aggiunte, tolte, sostituite chissà quante volte nei secoli, fino a che i disegni hanno cessato di incorniciare le porte e di dare un senso all’intrico decorativo). Deve esserci il mare, lassù in alto, e noi siamo negli abissi: non si spiega altrimenti il fresco che trasmettono i muri.

Ma soprattutto la città. Camminiamo, vaghiamo per ore senza cercare niente in particolare nelle stradine di Beyoğlu, fra la Torre di Galata, Istiklar Caddesi e il mare, profumo di panetterie e vecchi negozi di antiquariato pieni di cianfrusaglie, bambole e bauli, velocipedi e sciabole. Le lunghissime strade fra Sultanhamet e la Yenikapi sono un susseguirsi ininterrotto di enormi negozi che commercializzano sfarzosi e improbabili abiti da cerimonia in quantità che difficilmente possono trovare un mercato (quanti matrimoni, quante ricorrenze, quante festività devono esserci a Istanbul per giustificarli?), un enigma di difficile comprensione sovrastato dai clacson di onnipresenti ingorghi metropolitani, che si spengono di colpo nei vicoli dove i seminterrati odorano di pelle semilavorata.

Entriamo nelle moschee a tutte le ore per trovare il silenzio o il canto: nella Moschea Blu al mattino presto, nella Moschea di Beyazit sfuggendo al caos del Gran Bazar, nella Moschea di Solimano poco prima che inizi la preghiera e che l’immenso spazio orizzontale definito dalle basse orbite dei candelabri si riempia di gente. Poco prima di imbarcarci, allo scalo di Yenikapi, per Bursa, entriamo nella Küçük Aya Sofya Camii, la piccola Santa Sofia: piccolo gioiello del VI secolo voluto da Giustiniano e Teodora. Le colonne bizantine dai complicati capitelli a traforo, gli architravi in marmo che si incurvano a formare ampi golfi incorniciano le calligrafie cinquecentesche in azzurro e bianco. Non c’è nessuno in questo spazio che odora ancora un poco di polvere e di tappeti ma già respira di vento marino. Finché un gruppo di bambini e bambine irrompe nella moschea, i tappeti ospitano spericolate capriole, le nicchie si trasformano in nascondigli e le volte risuonano di grida e risate.
Istambul 7Istambul 8Istambul 9


La seconda volta era nel luglio 2014

Nel Carnevale delle orchidee

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Orchidea 8Solo strisciando fra cielo e mare sui sentieri dell’Isola d’Elba ho scoperto, lo scorso anno, che con un minimo di allenamento botanico si possono riconoscere le orchidee selvatiche quasi ovunque, nei boschi e nei prati: scoperta mirabile, che nel mio immaginario ha strappato questi fiori al loro altero ed esotico isolamento, per renderli finalmente vicini e familiari.

Come tutte le piante, anche le orchidee hanno il loro carattere: le Serapias e le Ophrys si divertono a nascondersi, in mezzo all’erba e al tripudio dei fiorellini primaverili, come nobili di tempi ormai andati che si aggirino per le strade e in mezzo al popolo, protetti dall’incognito della maschera nei giorni di Carnevale. Mentre le Serapias ammantano di organza rosa i merletti di polline, le Ophrys per attirare gli insetti si vestono di velluto, di ali dai riflessi metallici, di zampe ricoperte di ispida peluria, e per meglio calarsi nella parte si raggruppano in sparuti sciami. Minuscoli palloncini, si librano nel sole quasi dimentiche di quel sottile stelo che ancora le trattiene a terra.

In mezzo alle maschere, tuttavia, può passare talvolta la carrozza della famiglia reale. Le Orchis non si nascondono mai, né potrebbero, ma impongono con semplice naturalezza la loro presenza sui cigli assolati così come nella mezza ombra del sottobosco, improvvisa macchia bianca e porpora contro lo sfondo del verde primaverile.

Ho incontrato qualche settimana fa l’Orchis purpurea sui sentieri del Chianti fiorentino, nella valle del Virginio, in una mattina ammantata ancora di nebbie basse, e sui petrosi rilievi che separano la val di Greve dalla val di Pesa, in un pomeriggio sospeso di silenzio e ormai arso. Grandi foglie verde smeraldo, ovali e carnose, un lungo stelo che sorregge l’infiorescenza di forma conica, come fosse un antico tirso, drappeggiata da festoni di sottili ragnatele: anche da lontano questa pianta non passa inosservata. Ma è avvicinandosi che si apprezzano i colori dei fiori e soprattutto la loro forma singolare. I tre labelli superiori, color porpora, formano una sorta di pudico cappuccio, mentre i tre labelli inferiori, maggiormente sviluppati in ampiezza e dalle tonalità più chiare, si allargano a formare una silhouette grossolanamente umana: i due petali laterali le braccia, mentre quello inferiore si divide a sua volta in due dando vita alle gambe della figura… Tanto che nel linguaggio comune piante appartenenti a specie del genere Orchis possono essere individuate dai nomi Omini nudi oppure Ballerine.

Lascio le ballerine ad ondeggiare al vento e proseguo il mio solitario percorso: la loro presenza mi rassicura un po’.Orchidea 2 Orchidea 4 Orchidea 7

Diaspri rossi e ofioliti per Pasqua. Olè! Il pranzo è servito!

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Il giorno di Pasqua solo due pazzi potevano rinunciare al tradizionale e lauto pranzo in famiglia. Al telefono ci raccontano di mostruose mangiate di lasagne e pastiera, ma noi mettiamo nello zaino due panini con il formaggio, prosciutto e insalata e due con frittata di zucchine e ci dirigiamo senza rimpianto (lei) e lacrime agli occhi (lui) verso la spiaggia di Nisportino, sulla costa settentrionale dell’Elba. Anche se la giornata non arride appieno, la bellezza del luogo, selvaggio quanto basta e deserto (gli altri stanno finendo le lasagne e attaccando la pastiera), stempera la nostalgia del tetto e della tavola parentale.

Nisportino

Il golfo di Nisportino dalla scogliera a Nord

Ma ciò che veramente svolta la giornata ed evita la crisi di senso di colpa incombente è la meravigliosa geologia del luogo. L’entusiasmo ci fa dimenticare quanto gli strati di roccia somiglino a immensi millefoglie e possiamo dunque passare serenamente un paio d’ore a guardare gli infiniti e cangianti colori dei ciottoli arrotondati dal mare e la parete di arenaria che si erge a chiudere il lato settentrionale della spiaggia, che si scaglia in corrispondenza dei piani di deposizione frammentandosi in migliaia di schegge, punte e blocchi. Se non condividono la medesima dieta, un archeologo e un naturalista possono tuttavia essere accomunati da una smisurata ammirazione per le fratture concoidi dei diaspri rossi e per le striature brune causate dai fenomeni ossidativi. Terminati i gridolini isterici possiamo attaccare la vera meta dell’escursione: il percorso denominato “delle Pietre Rosse” proprio per i suddetti diaspri, che forma un anello di 8 chilometri con partenza e arrivo proprio dalla scogliera settentrionale di Nisportino e un simpatico dislivello totale di 430 metri in salita.

Arenaria Isola d'Elba

Strati di arenaria, Nisportino

Insomma c’è da sentirsi male, ma il sentiero (perfettamente indicato dai classici segnavia rossi e bianchi, come sempre ci è capitato nelle nostre escursioni all’Elba) sale veloce senza dartene il tempo fino in cima alla scogliera, si inoltra in una bella faggeta con stupendi scorci sulla costa, per riemergere poi su un crinale da mozzare il fiato. A camminare sul filo della montagna con il mare a strapiombo non si sa quanti metri sotto sembra di volare, a patto di non soffrire di vertigini. La risacca sfuma il blu del mare in un celeste brillante, quasi turchino, e il sole finalmente si mostra deciso illuminando di smeraldi il sottobosco.

Smeraldi nel sottobosco

Smeraldi nel sottobosco

Nisportino

Il vento modella rocce e radici

Nisportino

Blu e azzurro

Subito dopo questo passaggio da fibrillazione cardiaca il sentiero scende rapidamente, attraversando un vasto affioramento di diaspri rossi che assumono in alcuni punti un andamento a gradini curiosamente di forma triangolare, fino alla cosiddetta Cala dell’Inferno, che veramente niente ha di infernale se non il completo isolamento. Una bellissima spiaggia di ciottoli colorati, il mare cristallino, il piacevole sole primaverile, il silenzio assoluto rotto solo dal frangersi delle onde, un tronco trasportato dal mare che reca impresse nelle venature del legno chissà quali storie di vita, sradicamento e attesa… Non c’è un luogo migliore per trascorrere un’ora di pace con l’universo.

Albero

Le storie argentee dell’albero

Cala dell'Inferno

Cala dell’Inferno

Diaspri

Diaspri sulla scogliera meridionale di Cala dell’Inferno

Sassi

Ciottoli e colori

I segni dell’uomo: le vie del granito e i rifugi dei pastori

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Salire le pendici del Monte Capanne, la vetta più elevata dell’Isola d’Elba, sopra il paese di San Piero in Campo, significa confrontarsi con un passato solo apparentemente remoto. I sentieri che risalgono la montagna attraversano infatti un paesaggio modellato prima, fino ad una cera quota, dall’attività di estrazione del granito, che dall’epoca romana prosegue tuttora, benché in misura molto minore, e successivamente disseminato di strutture in pietra dall’aspetto ancestrale: i caprili, ricoveri poverissimi per i pastori e le bestie, realizzati sovrapponendo filari di pietre a secco, così semplici da fondersi con la roccia da cui sembrano trarre radici.

Il Golfo di Lacona da sopra San Piero in Campo

Il Golfo di Lacona da sopra San Piero in Campo

Ci incamminiamo, lasciandoci alle spalle il campo sportivo di San Piero, in una incerta giornata di vento e di nubi che non appaiono minacciose ma offuscano solo a momenti la luce del sole. Un percorso che le nostra cartina indica di circa otto chilometri, da percorrere in sei ore. Sono le due e chissà dove riusciremo ad arrivare, ma tanto i sentieri della zona sono molti, ed è possibile volendo tornare indietro prima del previsto seguendo un diverticolo del percorso principale.

Saliamo seguendo il sentiero al di sopra delle cave tuttora attive e delle cave romane, da cui provenne forse il granito per il Pantheon e per il Colosseo, a Roma, e quello per la Torre pendente di Pisa. Ma in questo paesaggio, che presto diviene quasi lunare, non risuonano le memorie degli antichi romani: qui c’è solo cielo e macchia, il profumo delle ginestre che si mescola al ronzare dei calabroni, il riverbero bianco degli asfodeli e i petali appena aperti e ancora spiegazzati dal sonno del cisto. In questo oceano verde di foglie in cui nuotano i fiori come pesci colorati, i massi di granito sono isole, su cui ci arrampichiamo come esploratori: talvolta sono piatti, lisci e levigati, abbacinanti e infidi come scogli, talvolta invece si innalzano e si contorcono, modellati dall’erosione in forme fantastiche, come fossero spuma marina.

I petali appena aperti del cisto

I petali appena aperti del cisto

Asfodelo

Stelle di asfodelo

"Odorata ginestra, contenta dei deserti..."

“Odorata ginestra, contenta dei deserti…”

Leopoldia comosa

Leopoldia comosa, detta anche Lampascione

Saliamo rapidamente, in un silenzio mai rotto dalla presenza umana, fino ad un quadrivio dove ci fermiamo per consumare un panino e riposare un poco. Capiamo, scambiando qualche parola con un paio di escursionisti che incrociamo in quel punto, che abbiamo sbagliato strada rispetto al percorso che volevamo compiere, ma due ragazzi ci consigliano di proseguire comunque e di arrivare in un punto detto Masso alla Quata, dove si trova un caprile di avvistamento. Il nome sembra suggestivo e proseguiamo.

Salendo sulla montagna, le formazioni piatte di granito su cui abbiamo camminato sino ad ora lasciano il posto a enormi massi che spuntano erratici nel paesaggio, lo disegnano e lo caratterizzano profondamente. Uno di essi è la Pietra Murata, un blocco allungato e piatto alla sommità, che sembra fatto apposta per fungere allo stesso tempo da punto di riferimento e da punto di controllo dei territorio. Da quassù, la costa si distende ai nostri piedi alternando promontori e calette, Pianosa sembra di vederla su una carta geografica e Montecristo disegna all’orizzonte il suo profilo misterioso e carico di promesse. Alla Pietra Murata sedettero a scrutare il mare vedette etrusche, a giudicare dai graffiti e dai resti di ceramica che vi sono stati rinvenuti, e vedette medievali, come indicano alcuni documenti d’archivio. Da qua si possono infatti avvistare senza difficoltà le navi in avvicinamento e comunicare tramite segnali luminosi le loro manovre. Da questo punto in poi, tuttavia, la montagna è il regno del pastore e della capra, e il terreno è disseminato di ricoveri e recinti. Poco sopra Pietra Murata si trovano i due caprili di Collaccio Basso e di Collaccio Alto, con le loro volte a filari progressivamente aggettanti di scaglie di pietra, e segni ancora recenti di fuochi accesi al loro interno.

Isola d'Elba

Pietra Murata e il recinto di Collaccio Alto

Se ci voltiamo adesso verso la montagna, cercando con gli occhi il sentiero che dobbiamo seguire, scorgiamo in alto una struttura assurda e surreale: in cima ad un masso, apparentemente invalicabile se non dal passo di giganti, si staglia contro il cielo una piccola costruzione. Sicuramente quello è il Masso alla Quata. Continuiamo l’ascesa, in un vuoto che sa di sospensione del tempo, fino ad un ultimo caprile prima della meta, una vera e propria tholos in miniatura, che ripropone soluzioni architettoniche antichissime, uguali forse sin dall’età del Bronzo e diffuse ovunque nel Mediterraneo dalla Spagna, alla Croazia, alla Turchia, alla Palestina, e che parlano di un destino comune a tante esistenze, di solitudine e fatica.

Il caprine poco sotto il Masso alla Quata

Il caprile poco sotto il Masso alla Quata

Masso alla Quata

Il Masso alla Quata

Ma eccoci nella radura appena ai piedi del Masso, che affrontiamo infine dalla parte posteriore, dopo aver avvistato degli animali selvatici, camosci o cervi, pascolare ai suoi piedi… Senza fatica, e ormai come volando per l’impazienza, raggiungiamo la cima dello sperone roccioso, da dove la vista spazia su tre lati dell’isola: si vede il mare a nord, a Portoferraio, si vede la costa orientale che prospetta la terraferma, e naturalmente tutta la costa a sud. Lontanissimo nel tempo e nello spazio il nostro punto di partenza, San Piero in Campo: e meraviglia quanto si possa percorrere a piedi in poche ore, superando quasi cinquecento metri di dislivello, senza preparazione e quasi senza pensarci, seguendo l’istinto e la voglia di scoperta, snocciolando i pensieri dietro ai passi, su per le rocce e nel silenzio della montagna.

Vengono a mente le parole di Rousseau riguardo al suo viaggio fra Parigi e Soleure: “Impiegai in quel viaggio una quindicina di giorni, che posso annoverare fra i più felici della mia vita. Ero giovane, in buona salute, avevo sufficiente denaro e molte aspettative, e viaggiavo… Viaggiavo a piedi e viaggiavo da solo. Mai ho pensato, ho vissuto, sono stato vivo e me stesso, come in quei viaggi che ho fatto a piedi e da solo…”

Dal Masso alla Quata

La vista dal Masso alla Quata

 

Sui sentieri delle orchidee

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Per me le orchidee sono sempre state dei fiori enormi e pazzeschi, eleganti, raffinati, e avvezzi sicuramente al lusso della vita di città, dove sono solite abitare appartamenti e negozi. Certo, un qualche dubbio avrebbero dovuto farmelo venire le loro bocche spalancate dai colori sgargianti, che racchiudono un cuore carnoso e segreto.

Ho scoperto solo qualche giorno fa, passeggiando sui sentieri dell’Isola d’Elba, che in realtà le orchidee vere, le orchidee selvatiche, hanno fiori minuti, quasi invisibili in mezzo al verde dei campi, talvolta sì delicati e aerei, ma talvolta terribili e irsuti come insetti, incredibilmente in bilico fra il mondo vegetale e quello animale. I sentieri delle orchidee selvatiche si snodano nella parte sud-orientale dell’isola, fra la cittadina di Capoliveri e la costa che si affaccia verso la terraferma toscana, lambendo i fianchi del Monte Calamita con le sue miniere di ferro. Si tratta di percorsi ben segnalati sulle mappe in distribuzione sull’isola, che fanno parte della rete escursionistica del Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano, e che si possono affrontare anche senza una preparazione specifica, o nel perfetto stile “turisti-fai-da-te” che ci contraddistingue ormai dal nostro viaggio in Turchia, e da cui non abbiamo intenzione di discostarci. D’altra parte, siamo o non siamo riusciti a prendere miracolosamente un traghetto due ore prima di quello che abbiamo prenotato, salendo sul primo che ci capita a tiro nel porto di Piombino? Scegliamo dunque un sentiero che si diparte dietro la Spiaggia dell’Innamorata, a sud di Capoliveri, in vista del mare azzurro e degli isolotti Gemini, in un calda mattinata del week-end di Pasqua.

Strisciando a terra fra i fiori di campo

Strisciando a terra fra i fiori di campo

Non è difficile trovare le orchidee, perché ce ne sono tantissime: a meno di non andar cercando quelle grandi orchidee da salotto, perché così non le scovereste mai: è necessario infatti inerpicarsi sui pendii, ma soprattutto strisciare faccia a terra con gli occhi sul terreno, per scovarle nascoste fra il turbinio viola, bianco e rosa degli innocenti fiori di campo. Perché innocenti non sono, queste orchidee, soprattutto la prima che incontriamo, Ophris incubacea: i tre sepali superiori sono verde chiaro appena bordato di scuro, e quasi scompaiono in mezzo all’erba, ma dei tre petali inferiori quello centrale, rigonfio e ricoperto di peluria, si è sviluppato in modo da imitare perfettamente l’addome della femmina di un insetto impollinatore, e attirare così i maschi sul fiore. Ogni specie del genere Ophris si è specializzata ad ingannare uno specifico insetto: la nostra orchidea attira la forse ignara Andrena morio, una grande ape solitaria. Non si può forse dire bella in senso assoluto, questa Ophris, ma è affascinante come solo un prodigio della natura sa essere: una pianta pronta in realtà a dispiegare le ali e a spiccare il volo, ali forse nascoste in quel petalo metamorfico dal colore rosso-bruno e segnato al centro da una vistosa macchia viola.

Opris

Ophris incubacea

Ophris

Ophris incubacea

Molto più rassicurante è l’aspetto delle diverse orchidee appartenenti al genere Serapias, che sono invece raccolte in fitti grappoli di calici appena dischiusi, dalla terminazione inferiore allungata e morbidamente ricadente come la manica del costume di una dama medievale. Al posto della ispida peluria e dei colori violenti delle Ophris, queste orchidee hanno corolle vellutate declinate nel bianco e nelle diverse tonalità, sempre delicate, del rosa e del viola.

Orchidee del genere Serapias

Orchidee del genere Serapias

Orchidee del genere Serapias

Orchidee del genere Serapias

Serapias

Orchidee del genere Serapias

Serapias

Orchidee del genere Serapias

E’ incredibile la quantità di specie che si possono osservare, in cui naturalmente non mi raccapezzo: ogni angolo riserva una qualche sorpresa, che sia un nuovo fiore ancora non avvistato, i dettagli che si notano osservando le piante da vicino, la loro peluria costellata di granuli di polline, il contrasto offerto dal colore dei petali con il verde fresco dell’erba, la complessità delle loro strutture e l’apparente indifferenza con cui affrontano il volgere del giorno.

Orchidea selvatica

Orchidea selvatica

Orchidea selvatica

Orchidea selvatica

Le più diffuse in assoluto sono le diverse specie di Anacamptis, alcune davvero minuscole e distribuite in infiorescenze piramidali, altre più vistose per dimensioni e colori, che punteggiano i campi con i loro petali in due diverse tonalità del rosa.

E’ inutile che lo dica, vero? I fiori e le piante si cercano, si osservano, si fotografano, si guardano per ore incantati come abbiamo fatto noi sul Monte Calamita, ma non si toccano, mai! Reciderli per portarli a casa è un gesto assolutamente stupido e inutile: se vogliamo una pianta in caso andiamo dal fioraio, mi raccomando…

Anacamptis papilionacea

Anacamptis papilionacea

Anacamptis papilionacea

Anacamptis papilionacea

Anacamptis papilionacea

Anacamptis papilionacea

Anacamptis pyramidalis

Anacamptis pyramidalis

“A Delo una volta un giovane fusto di palma vidi levarsi”

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Palma Bucarelli 7

Che ve l’ho detto quanto mi è piaciuta la GNAM? Ah no? Ah sì!

I luoghi hanno un’anima, anzi più di una a dire il vero, e i musei non fanno eccezione. Spesso la loro anima più evidente è la personalità di chi per primo li ha curati e ordinati, oppure di chi ha dato loro l’impronta decisiva, e che spesso resta, incancellabile, nonostante i riallestimenti successivi, gli ampliamenti e il mutare delle mode e delle filosofie.

Talvolta, questa impronta è talmente viva e presente da essere chiaramente percepibile. E’ strano come, visitando proprio la Galleria di Arte Moderna di Roma, camminando con il naso in aria per le sue ampie sale, perdendomi fra i quadri e le sculture, da totale profano del campo, io sentissi fortissima una di queste presenze, tanto da inquietarmi un poco, in certi momenti. La rivelazione tuttavia non è mancata, e giungendo – quasi al termine della visita – al book shop del museo, ho capito chi fosse: Palma Bucarelli.Palma Bucarelli 2

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GNAM GNAM GNAM

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Io, con i miei studi di antichistica alle spalle, di arte contemporanea sono completamente digiuno. La mia comprensione dei fenomeni artistici, già di per sè limitata, lambisce il III secolo d.C. con una certa tranquillità, e si avventura nei secoli successivi con l’appoggio di qualche solida nozione liceale, ma dopo l’Ottocento si apre un mondo incomprensibile e arcano, le cui chiavi sono del tutto nascoste.

Ma chi non sente il fascino dell’ignoto?Galleria Arte Moderna Roma (6) (Medium)

E così mi sono deciso a visitare la Galleria Nazionale di Arte Moderna di Roma (GNAM al tempo degli acronimi), un’idea che accarezzavo a dire la verità da qualche anno, non riuscendo mai a concretizzarla. E’ stato amore a prima vista. La mia visita è durata, ho calcolato, quasi cinque ore. Cinque ore volate, letteralmente. Leggi il resto di questa voce

Là dove il cerchio si chiude

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Istanbul 2All’arrivo, all’aeroporto Sabiha Gokcen di Istanbul, mi sembrò chiaro che non eravamo affatto preparati: non sapevamo nemmeno in che fuso orario ci trovavamo rispetto all’Italia. Beh, sì, avevo letto, ma distrattamente, i passaggi più importanti della guida Lonely Planet, almeno per quanto riguardava quelli che sarebbero stati i nostri primi momenti su suolo turco. Avevo quindi pressappoco in mente dove andare a prendere un mezzo pubblico per spostarci verso il Bosforo e l’otogar di Harem, da dove volevamo partire per Bergama, ma l’impatto linguistico fu straniante, e per un attimo pensai: non ce la possiamo fare. Ci siamo fatti trasportare dagli eventi, e abbiamo preso un mezzo del tutto sulla fiducia, seguendo le incomprensibili indicazioni del bigliettaio del chiosco davanti all’aeroporto. E invece superato quel primo impatto, e preso quel primo autobus per Kadiköy, ogni cosa avrebbe preso il verso giusto. Leggi il resto di questa voce

Turchia on the road 10 (congedo)

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Siamo giunti al termine di questa avventura, e ci congediamo dalla Licia trascorrendo una giornata a Phaselis, una di quelle giornate folgoranti, con il cielo di un azzurro intenso e il mare liscio e pacificato come mai ci è apparso nelle settimane precedenti. Phaselis è un antico porto, sviluppato su tre insenature naturali che dovevano fornire un approdo sicuro e anche piacevole, direi! Le rovine di edifici, banchine, strade e acquedotti sono disseminate in mezzo ad un bosco di pini, dal verde brillante, che diffondono un aromatico profumo.

Le scale degli approdi affondano pigramente nell’acqua vitrea, e ci lasciamo contagiare dal ritmo e dal fluire delle onde. Basta non affacciarsi alla prima delle tre baie, che lì ci sta la masnada furente vomitata da barconi pesantemente kitch, inspiegabilmente propensa a non allontanarsi in cerca di un po’ di pace. Ma noi siamo davvero stanchi, dopo quasi due settimane di galoppate, e quindi per questa volta diamo solo un’occhiata superficiale al sito invece di schiacciarci quelle quattro-cinque ore come siamo soliti fare, e ci concediamo qualche ora di relax sulla spiaggia.

Phaselis (1) Phaselis (3)Che poi è il caso di dirlo, il sito arriva direttamente sulla spiaggia, dove si affacciano mausolei e sarcofagi, esposti dalle mareggiate in un perfetto esempio didattico di stratigrafia archeologica che ci si potrebbe fare il matrix in un nanosecondo. Un ultimo sarcofago giace sul fondo marino, a pochi metri di distanza dalla battigia. Immagino un paradiso degli archeologi che prendono allegramente il sole compilando schede US e scavano con la trowel stando comodamente sdraiati sull’asciugamano…
Phaselis (1) Phaselis (2)Poco dopo, avremmo preso un dolmus per Antalya, e da lì saremmo tornati a Istambul. Al termine del viaggio, abbiamo calcolato che in tutto abbiamo percorso più di 2000 chilometri, ripartiti fra 3 traghetti, 6 autobus urbani e 4 extraurbani, 3 tram, 39 dolmus, 7 passaggi in auto, 4 tratte in bicicletta e innumerevoli chilometri a piedi…

Ma non mi sento sazio di questo paese, e per il prossimo anno mi scopro già a sognare l’Anatolia centrale e la Cappadocia, il Mar Nero e il Lago di Van, il Nemrut Dag e l’Ararat. E anche per la Licia, non mi sento di dirle addio ma solo arrivederci…