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Preludio, a Saint-Jean-Pied-de-Port. 27 giugno 2016

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Accipe hanc peram habitum peregrinationis tuae ut bene castigatus et emendatus pervenire merearis ad limina Sancti Jacobi, quo pergere cupis, et peracto itinere tuo ad nos incolumis cum gaudio revertaris, ipso praetestante qui vivit et regnat Deus in omnia saecula saeculorum.
Ricevi questa bisaccia, segno esteriore del tuo pellegrinaggio affinché, vestito nel modo migliore, tu sia degno di giungere alla soglia di San Giacomo, dove desideri arrivare e, compiuto il tuo viaggio, torni da noi incolume con grande gioia, se così vorrà Dio che vive e regna per tutti i secoli dei secoli.
Accipe hunc baculum, sustentacionem itineris ac laboris ad viam peregrinationis tuae ut devincere valeas omnes catervas inimici et pervenire securus ad limina Sancti Jacobi, et peracto cursu tuo ad nos revertaris cum gaudio, ipso annuente qui vivit et regnat Deus in omnia saecula saeculorum.
Ricevi questo bastone, per sostegno del viaggio e della fatica sulla strada del tuo pellegrinaggio affinché tu possa sopraffare qualunque nemico e arrivare tranquillo alla porta di San Giacomo e, compiuto il tuo viaggio, torni da noi con grande gioia, con la protezione di Dio che vive e regna per tutti i secoli dei secoli.

Poco più di una doppia fila di casette, Saint-Jean-Pied-de-Port, finestre e tendine di pizzo affacciate su quella via selciata che, appena oltre il paese, varcata la Porte d’Espagne e salutato il ponte e il fiume Nive, si perde sulle pendici dei Pirenei in ripidi tornanti, prima di puntare, decisa e una volta per tutte, a ovest. Il bianco dell’intonaco, il rosso delle imposte, il grigio dell’arenaria sono il fondale immobile, quieto, di un andare che attraversa i tempi. In mezzo ai ciottoli della via, ho già individuato il segno più caro che guiderà da domani il cammino.

Le pecore brucano ora silenziose nel tramonto, sui prati della Cittadella.

La breve ascesa è avvolta in una luce ormai grigia e rosata, quasi opaca, che ha smesso, là oltre le montagne, gli ultimi bagliori del mantello arancio. Si avverte una calma dolce, quel momento sospeso fra il giorno e la notte in cui la terra respira calore mentre i rondinoni compiono volteggi spericolati intorno alle torri e ai campanili. Sospeso ancor più oggi, nella vigilia della partenza, sulla soglia.

Eppure il vento leggero, così fresco, che spira dai pascoli, mi fa pensare al mare. Guardo i monti, blu contro il cielo, dal belvedere del castello e mi sento sulla prua di una nave che sta per prendere il largo in mezzo agli scogli. Non mi oriento ancora in questo paesaggio nuovo, e non avrò tempo di farlo, ma riconosco segni noti, la geografia familiare della montagna: per ora mi basta sapere che la direzione in cui adesso tramonta il sole, là dietro i monti in un luogo ancora ignoto, è la direzione che seguirò nelle prossime due settimane.

Questa notte dormirò in una piccola stanza, cinque letti a castello e otto sconosciuti. Alcuni orientali che sono scomparsi immediatamente dentro al sacco a pelo, altri misteriosi compagni di cui ho avuto il piacere di conoscere solo il bagaglio, e un inglese che dimostra più di cinquant’anni ma deve averne meno, il volto scavato e i denti trascurati di chi non ha più messo ordine nella propria vita, e anzi ha smesso di ricercarlo. Ha aperto, con le sue mani dalle screpolature scure, la credenziale, per mostrarmi i timbri, mentre sceglievamo i letti per la notte; un gesto che questa sera mi ha riempita di tenerezza, ma che è in realtà un rituale che ancora non so e che si ripeterà ad ogni nuovo incontro. Arriva da qualche paese nel centro della Gran Bretagna, ha camminato lungo la costa atlantica della Francia, e ha già così tanti chilometri nelle gambe che la tappa di domani, e i Pirenei che incombono scuri nella sera, lo terrorizzano.

La mia credenziale, che conservo gelosamente nello zaino, è ancora intonsa, bianca, profuma di carta nuova e di aspettative, e le mie gambe sono ancora leggere. Il pellegrinaggio inizia domani. Mi sorprende, all’improvviso, pensare questo del cammino che mi accingo ad intraprendere. Non ho pianificato molto, non ho letto siti o guide, ho semplicemente preparato uno zaino il più leggero possibile e sono partita con il desiderio di camminare. Eppure, se osservo in profondità quello che provo, ora che sono lontana da casa, dai giudizi, dal consueto scorrere delle cose, sorretta dal senso di libertà che si prova a viaggiare solo con uno zaino, questo è ciò che sono venuta a fare qui, con il senso pienamente religioso di una iniziazione.

Guardo il cielo a ovest dall’alto della cittadella e il paese disteso là sotto, che si srotola come un tappeto, le mani appoggiate al parapetto di pietra, ancora caldo del contatto del sole.

Domani.

E sconfinati spazi io nel pensier… – A Rocca Calascio

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Nel 1911 il paese di Calascio, sulla strada che dall’altopiano di Navelli raggiunge i pascoli estivi sui monti che da meridione preannunciano le vette più elevate del Gran Sasso, contava quasi 1600 abitanti, ed erano già in calo rispetto ai numeri del censimento del 1881. Non c’era l’acqua in paese, fino a quel momento, perché la natura carsica del terreno impedisce la formazione di sorgenti perenni a quote basse; e la modernità incalzava, così come il richiamo delle città. Chi poteva permetterselo costruiva cisterne sotto le proprie abitazioni, in cui raccogliere la neve e l’acqua piovana, ma i più dovevano recarsi al laghetto vicino al paese per attingerla: acqua spesso stagnante e di cattiva qualità.

Proprio in quell’anno, grazie alle donazioni delle famiglie ricche del paese e dei molti migranti che avevano trovato fortuna lontano da quelle montagne, un ingente sforzo ingegneristico portò a Calascio una conduttura di quasi 20 chilometri, da una sorgente alle falde del Monte Prena: e l’acqua zampillò finalmente nelle fontane.

Chissà se risale a quell’epoca la sfera terrestre tracciata con un chiodo e ripassata col carboncino sulla facciata di una casa, con l’indicazione dei Tropici e delle fasce climatiche del pianeta. Ho immaginato un volenteroso maestro dell’eroica Italia postunitaria, e una torma di bimbetti scalzi e con le gote sporche, seduti a terra colle faccine rivolte estatiche verso la magia sprigionata dalla Terra disegnata semplicemente sull’intonaco.

Eppure, era una paese ricco, Calascio, aggrappato al fianco della montagna e posto fin dall’epoca normanna a controllo dei tratturi che collegavano i pascoli estivi dell’Abruzzo con il tavoliere delle Puglie, dove le greggi andavano spostate durante il rigido inverno che serra i monti.

Nel 2011, gli abitanti erano 137.IMG_0013_2E infatti è difficile incontrare qualcuno, nelle viuzze in cui le facciate degli edifici quasi si toccano, e se senti voci allegre di bambini, immagini che provengano da qualche televisore acceso, tanto sembrano incongruenti. Frammenti di conversazioni.

Un’anziana esce concitata dal portone sghembo di una casetta di pietra, e si avvicina alla  finestra di una vicina:

“Maria, c’è il furtivendolo, vieni. Tiene tutto, broccoletti, rape, cavoli. Arance”.

“Sì ora vengo, ma quanto sta?”, risponde Maria invisibile dietro alle tendine di pizzo immacolato.

“Eh vieni, vieni subito, che se ne va”.

Il furtivendolo (questa strana figura professionale, da cui forse bisogna diffidare) non ha un negozio, ma passa col furgoncino telonato fornito di bilancia, si ferma lungo la strada e aspetta un po’ lo sciamare degli acquirenti, ma poi passa al prossimo paese: Maria, affrettati…
CalascioIMG_0015_2Perché vivere sui monti, in un ambiente così ostile anche nei primi giorni di primavera? Oggi, la sopravvivenza di questi paesi in cui non puoi arrivare con l’auto alla porta di casa a lasciare la spesa, perché le strade ripidissime sono fatte di gradini di pietra, è appesa a un filo tenue, sospesa fra l’irrimediabile progressivo abbandono, man mano che si esaurisce la generazione di Maria e della sua tenace vicina, e lo snaturamento che lo sfruttamento turistico già insinua nelle poche case ristrutturate e trasformate in strutture ricettive.

Ma il motivo della passata grandezza di Calascio si scopre arrampicandosi per le strade acciottolate fino a Rocca Calascio, il castello che, sulla dorsale sopra il paese, domina un paesaggio sconfinato che abbraccia tutto il Gran Sasso. Dal punto più alto della Baronia di Carapelle, come dalla prua di una nave sospesa sulle nuvole, si dominavano le vie della transumanza: chi tiene Rocca Calascio tiene mezzo Abruzzo.IMG_0011_2Respirando l’aria fresca, cerco di non pensare aggettivi, perché sono superflui alla nuda potenza di questo luogo. Mi torna alla mente, per la prima volta da anni, un’immagine del Pendolo di Foucault: la terra percorsa sotterraneamente da meridiani di energia che in alcuni luoghi emergono in superficie. Luoghi magnetici in cui l’uomo, fin dalla sua più lontana storia, ha sentito una presenza: luoghi in cui ha abitato sempre, per cui ha lottato e combattuto con altri uomini, in cui ha costruito luoghi di culto e pregato divinità che cambiavano al volgere delle ere.

Questo deve essere uno di quei luoghi.

A nord-ovest, lontano dalle nevi emergono i bastioni rocciosi del Corno Grande, nella prospettiva all’infinito che si apre dietro la chiesa barocca di Santa Maria della Pietà. Dietro di noi, guardando a est, si elevano le torri cilindriche della Rocca, che affondano le radici come un albero fantastico nelle profondità della montagna.

Non c’è solo una logica difensiva nella progettazione di questo castello, perché sarebbe stato sufficiente farlo meno bello. C’è un desiderio di fusione con l’indicibile perfezione della montagna, di presa di possesso da pari a pari di un luogo sino ad allora appartenuto agli dei.IMG_0010_2 IMG_0016_2

La seconda volta [Bursa, moschee e castagne caramellate]

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Bursa è la quarta città della Turchia per numero di abitanti, un centro industriale dalla posizione strategica, che ha avuto un’enorme crescita, dilagando a macchia d’olio dalla Cittadella nella piana ai piedi dell’Uludag. Avrei dovuto tenere meglio presente questo dato pianificando la visita, ma arriviamo invece ormai a tarda sera da Istambul, con il traghetto che collega il porto dello Yenicapi con un approdo non meglio specificato sulla riva meridionale del Mar di Marmara, un traghetto preso del tutto casualmente, ultimi posti disponibili o restare a terra.

Così, seguendo meccanicamente la folla, disorientati dal buio, esaliamo su di un autobus che dovrebbe andare a Bursa. Ma è grande Bursa, la quarta città della Turchia! Questa prima sera è un vagare dall’autobus alla metropolitana a un taxi alla città vecchia, finalmente, dove si trova l’albergo.

Se ci arriviamo, infine, è solo merito di un ragazzo che incontriamo in autobus, un’apparizione provvidenziale in una giornata di caos e disorganizzazione. Abbiamo parlato molto, durante il viaggio, perché da quando gli chiediamo aiuto per orientarci nella mappa della città, Aydin ci prende sotto la sua protezione: dall’autobus ci porta alla metropolitana, ci fa entrare con la sua carta magnetica e rifiuta tassativamente di prendere i soldi dei biglietti, ci indica la fermata a cui dobbiamo scendere, che è quella dopo la sua. Finge di dimenticare, ne sono fermamente convinta, di scendere alla sua fermata, e quindi scende alla nostra e ci accompagna fino al parcheggio dei taxi, dove dà indicazioni al tassista, che non spiccica una parola d’inglese, e si dilegua nella notte.Bursa, ingresso alla Ulu CamiEppure abbiamo camminato per una giornata intera a Bursa, visitato la Cittadella e i mercati storici del Kapali Carsi, la Yesil Camii e la Yesil Türbe con i loro arabeschi in maiolica e oro e i tappeti verticali di ceramiche verdi e turchese, fra il pigolare delle scolaresche: ma ricordo adesso solo quell’incontro e, il giorno successivo, ore passate nell’ombra fresca della Ulu Camii, immenso spazio coperto da venti cupole ruotante attorno al riflesso azzurro della fontana di marmo.

Non finisce di meravigliarci la vita palpitante delle moschee, che quando non è l’ora della preghiera sembrano prive di trascendenza. L’entrata filtra un poco il fluire della vita quotidiana: bisogna togliere le scarpe, e chi entra per pregare si lava alle fontane all’ingresso, ma una volta all’interno ognuno declina la propria permanenza in una gamma di atteggiamenti che hanno poco di rituale.

C’è chi prega e chi dorme, disteso in un angolo; c’è un gruppo di donne che ascoltano, sedute a terra, la spiegazione della guida. Ci avviciniamo pur non capendo niente della spiegazione. Una bambina, da poco deve avere imparato a camminare, prende in mano un tasbih e ondeggia instabile ruotandolo sopra la testa, girandosi verso la madre con piccoli gridi estatici. Come in una piazza, la gente va e viene. Mi piace l’odore polveroso dei tappeti, il contatto dei piedi nudi con la loro superficie soffice e calda. I passi non fanno alcun rumore, nello spazio vuoto della moschea, e risuona dunque più limpido, eterno e senza sosta, lo zampillo dell’acqua nella fontana.Bursa, Ulu CamiBursa, Ulu CamiBursa, Ulu CamiBursa, Ulu CamiBursaPersa la cognizione del tempo nella sospensione irreale della moschea, corriamo all’otogar per ripartire alla volta della prossima tappa. Afferriamo al volo un pugno di kestane sekeri, la specialità dolciaria di Bursa: castagne caramellate e rivestite di cioccolato.

Il paesaggio muta insensibilmente, nei sobborghi urbani già irrompe l’altopiano anatolico nei contadini che trasportano a dorso di mulo sacchi e fascine: il cioccolato si scioglie fra le dita prima ancora che in bocca.
OtogarKestane sekeri


Fotografie di Janos Agresti©

La seconda volta – [Perché Ankara?]

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L’avvicinamento ad Ankara, dai finestrini dell’autobus, è un passaggio repentino dalle sconfinate e solitarie piane anatoliche, dalla terra riarsa, dagli alberi annodati, dai cieli che si incontrano con l’orizzonte a distanze incommensurabili, ad una periferia onirica e dilagante, dove nel volgere di una notte sembrano essere sorti abnormi grattacieli, paradigmi del mondo nuovo, attuale, baluardi contro quell’altopiano che segna la memoria di un passato rurale troppo vicino ancora, e che la moderna Turchia in piena ascesa economica forse desidera dimenticare.

All’apparenza, di questi grattacieli la maggior parte sembra ancora del tutto disabitata. Quale urgenza dunque ne ha determinato la nascita, è difficile e insieme spaventoso da dire. È un paese che di terra ne ha così tanta, basta allontanarsi un poco dalle città per vedere dispiegarsi un paesaggio che ha il respiro delle carte geografiche e confini apparentemente illimitati.

Eppure, la terra si consuma velocemente. Quale Turchia sarà fra cinque, dieci, venti anni?Altopiano anatolicoAltopiano anatolicoPeriferia di AnkaraPerché Ankara?

In Cappadocia ce l’hanno chiesto tutti, un po’ increduli. Per fare uno scalo, sulla via di ritorno per Istambul?

Perché andare a visitare questa strana enorme città, che ha spodestato solo nel 1923 Istambul come capitale della Turchia? Prima di allora, Ankara era solo uno dei tanti agglomerati urbani che costellano gli altopiani dell’Anatolia centrale, situata peraltro in uno dei luoghi più aridi e inospitali del paese. È a seguito della guerra greco-turca, che sancisce la caduta dell’Impero Ottomano e la nascita della Repubblica, che Ataturk innalza Ankara ad un ruolo che forse non era scritto nel suo destino. Istambul ha il prestigio innegabile, l’antichità, la grandiosità della capitale, il suo innato atteggiamento regale. È stata capitale, nei millenni, di paesi così diversi, e nonostante sconvolgimenti epocali: nonostante le crociate, nonostante la caduta dell’Impero bizantino, nonostante i sultani. Ankara, al confronto, è solo un punto sulla carta, il semplice centro geografico di un paese che desidera essere nuovo.

Mustafa Kemal Ataturk. Questo nome è la chiave del mio desiderio di visitare Ankara. In ogni angolo del paese, c’è un tributo per il fondatore della Turchia moderna. Controverso, certo, un personaggio pericolosamente in bilico fra il volto del tiranno e quello confortante del benefattore, nell’epoca dei totalitarismi incentrati sul culto della personalità del leader.

Ataturk, policromo in mezzo ad una polverosa rotonda stradale, che parla con i contadini; Ataturk, che ti fissa con sguardo imperioso dalle vetrine di souvenirs, ora calamita, ora tazza, ora quadernetto; Ataturk, un poster che assapora il profumo del pane dai muri di ogni panetteria; Atatuk, busto bronzeo in mille giardini diversi.

A volte, sorridiamo dell’ingenuità, così tremendamente al limite fra celebrazione e irrisione, dei tributi che la Turchia offre al suo eroe. Non ne ridiamo, mai, non solo perché in Turchia recare offesa all’immagine o alla persona di Ataturk è un reato, ma perché questa presenza ha un mistero sincero da sondare.

Così, diciamo che andiamo ad Ankara per fermarci una notte, e da lì raggiungere Hattusa, l’antica capitale ittita. Essere un archeologo può talvolta fornire un valido alibi per le proprie stranezze.Ankara, la CittadellaAnkara, la cittadellaIn ostello, abbiamo due posti in camerata da sei: passiamo del tempo, prima di notte, nel gazebo tappezzato di erba artificiale, un puntino in mezzo ai grattacieli di Kizilay, a raccontare e ascoltare storie. Una coppia di belgi è arrivata in treno da Teheran, un tragitto infinito lungo un giorno intero, ci fanno sognare nuove mete; un finlandese che viaggia solo, beve un sacco di birra e non si capisce che cosa stia cercando, forse solo di infrangere le barriere della propria educazione; due iraniani che passano la loro giornata in camera, sdraiati a osservare il soffitto, in attesa di documenti che non arrivano. Lo so che gli Ittiti aspetteranno. Già la prima sera decidiamo di restare una notte in più.

La Cittadella sembra sia l’unica cosa da vedere ad Ankara, oltre al Museo delle Civiltà Anatoliche, ma le sue stradine rileccate, i muri in cui sono incastonati in modo apparentemente casuale antichi marmi romani, i restauri sfacciati delle palazzine ottomane, stuccano velocemente. Dall’alto, non si vede il confine della città, i grattacieli si dispiegano inafferrabili uno dietro l’altro, sotto un cielo ambiguo che ha l’opacità dello sviluppo non controllato. Gli attimi di verità sono quando lo sfondo si strappa, e contro il paesaggio della modernità si staglia una vecchia casa abbandonata, rannicchiata in se stessa sulle travi imbarcate, o da una porta si intravedono le galline che razzolano in una corte, mura di fango tirate su alla meno peggio in dieci diverse tecniche edilizie tutte ugualmente instabili.Anit KabirCenotafio di AtaturkKemal AtaturkE infine, il viale fiancheggiato da leoni ci conduce fino all’immenso piazzale dell’Anit Kabir, il mausoleo di Kemal Ataturk, circondato da un porticato a pilastri rettangolari, di nitido rigore geometrico, come un antico tempio egizio. Il sole, benché sia mattina presto, riverbera implacabile sull’impiantito di travertino, e il cambio della guardia deve essere un tormento per i giovani che lo compiono, i marinai in un’immacolata divisa bianca, su cui gocciola il sudore dai loro volti congestionati dal caldo e dal laccio dell’elmetto.

Ce ne sono, ovviamente, di turisti, ma i più sono volti di scolaresche e famiglie turche, una paziente processione laica che lambisce in silenzio il cenotafio di lucida pietra nera. Mi torna alla mente la visita antropologica al santuario di San Giovanni Rotondo e alla salma di Padre Pio, ma allora le donne piangevano, il pianto rituale delle prefiche, mentre qua si osserva, si saluta e si omaggia, prima di scendere nelle viscere della macchina celebrativa, nel museo dove diorami e cimeli narrano le gesta del padre della Turchia.

Aspettino, gli Ittiti. Ormai, aspettano da millenni. Guardiamo sfilare i volti. Non sappiamo quanto durerà: molte cose, da un anno, sono già cambiate.Cambio della guardiaCambio della guardia


Le foto dell’Anit Kabir sono di Janos Agresti©

La seconda volta [In Cappadocia, il respiro dell’alba]

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Palloni aerostatici in CappadociaPoco prima dell’alba, quando i nuovi raggi del sole spazzano via le ombre rincorrendole in fretta giù lungo i declivi, un brulichio occulto attraversa le valli della Cappadocia: enormi autotreni si inerpicano sui crinali, per raggiungerne i punti più elevati e propizi. Di giorno si nascondono, esseri notturni e schivi, e li trovi addormentati come draghi nelle pieghe confuse di agglomerati pseudourbani ormai estesi a livello incontrollabile, ma al mattino si destano per svolgere pazientemente il compito loro affidato, trasportando i palloni aerostatici alle basi di lancio e dar vita a quello spettacolo-Cappadocia, in vendita a presso ormai relativamente accessibile a tutti gli angoli di strada.

I palloni, con il tramestio che comporta il loro solo apparentemente etereo innalzarsi in aria, hanno cacciato i piccioni che risiedevano stabilmente nelle valli. È la prima cosa che ci racconta il proprietario dell’alberghetto, quando arriviamo stanchi da una camminata infinita nella Valle di Ihlara e vorremmo solo salire e fare una doccia. E invece ci fa sedere, ci fa il tè, e ripete come una nenia ossessiva la storia dei piccioni, e del prezzo del benessere.

Eppure, se ti svegli per tempo, quando il cielo da pervinca si fa rosa e poi rifulge di energia, sembra che tutto si svolga in un silenzio lirico e irreale. Sembra quasi che questo insensato rituale sia una costante del paesaggio. Apparenza.

Ma il silenzio è davvero totale, senza vento. In mezzo alle guglie appuntite, animati dal respiro caldo e costante del fuoco, lentamente i palloni si scuotono dal sonno, tremano un po’ ma si dispiegano infine donandosi fiduciosi all’aria. Balleranno dolcemente su e giù con grazia stanca per il breve volgere di un’ora. Fa freddo sulla terrazza mentre i galli cantano in lontananza, ma l’abbraccio in cui sembra di stare sprofondati è troppo magico per riuscire a staccarsene.

Eppure, siamo della razza che rimane a terra, contenti di osservare le piroette altrui, in cerca di altre forme di poesia.

Palloni aerostatici in CappadociaPalloni aerostatici in CappadociaPalloni aerostatici in Cappadocia Palloni aerostatici in Cappadocia Palloni aerostatici in Cappadocia Palloni aerostatici in Cappadocia Palloni aerostatici in Cappadocia


Fotografie di Janos Agresti©

 

La seconda volta – [Tre giorni in Cappadocia]

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Per chi voglia visitare la Cappadocia, Göreme è probabilmente il posto più comodo per fare base, visto che si trova praticamente al centro della regione, ed è collegato comodamente tramite dolmus alle altre cittadine: UçhisarÇavusinÜrgüp, Ortahisar, Avanos, Zelve, molte delle quali d’altra parte si possono anche raggiungere a piedi in giornata, distando pochi chilometri, magari prendendo un passaggio per il ritorno.

A lungo abbiamo esitato, nel programmare il viaggio, se andare davvero in Cappadocia, temendo di ricevere una grande delusione: dopo il primo incredibile viaggio ormai abbiamo elaborato una nostra personale idea platonica di Turchia, in cui la possibilità di condividere un paesaggio mozzafiato con orde di turisti russi in maglie fluo che scattano selfie con selfiestick (con tutto il rispetto, ma la poesia ne risente davvero) non trova facilmente posto.

Ma alla fine ci andiamo, in Cappadocia. Scegliamo, per puro spirito di contraddizione, e anche per mantenere basso il budget giornaliero in uno dei luoghi più turistici del paese, l’hotel più scrauso che sia possibile reperire su Booking.com. In questo non veniamo delusi affatto: la camera è circa sei metri quadrati, il letto è incastrato in una nicchia e stando sdraiato puoi aprire graziosamente la finestra con l’alluce. Il bagno – che pure è presente, per quanto incluso nei sei metri quadrati – è chiuso da una tenda da doccia, con buona pace della privacy.

Da qui possiamo partire per i nostri trekking improvvisati, dopo aver fatto sulla splendida terrazza la tipica colazione composta di pomodori e cetrioli, muniti di una cartina totalmente inadatta a rappresentare la complessità degli intrichi geologici della zona. L’incoscienza ci sospinge come sempre.CappadociaIl primo giorno ci dirigiamo decisi verso il Museo a Cielo Aperto di Göreme, patrimonio dell’Unesco, un complesso imperdibile di chiese, cappelle e monasteri scavati nella morbida roccia, collegati da scalette e affrescati. La coda irta di selfiestick che si presenta alla biglietteria ci convince in circa 5 secondi ad abbandonare il progetto. Dunque, che fare con la nostra ridicola cartina? Saltiamo semplicemente il guardrail, ci allontaniamo dalla strada lungo sentieri segnati nella sterpaglia, e via. Ci dirigiamo, seguendo da un certo punto – imprecisabile – in poi, improvvisati cartelli scritti con la bomboletta su cartone, verso la Valle delle Rose (Güllüdere), una delle mete indicate anche dalla Lonely Planet.

Se si vuole, una delle cose più assurde della Cappadocia è che le cittadine hanno una densità di bancarelle di ridicoli souvenir, ristorantini e pensioni che nemmeno la Riviera romagnola a Ferragosto, e le strade sono ingombre di torpedoni come S. Pietro la domenica mattina, però basta saltare il guardrail per entrare immediatamente in un’altra dimensione. Non importa inoltrarsi nella boscaglia per chilometri, bastano pochi metri per essere catapultati in uno dei paesaggi più incredibili che abbia mai visto.

Cappadocia 2In tre giorni, abbiamo camminato per circa venti chilometri al giorno, perdendoci continuamente e ritrovando la strada sempre, semplicemente, salendo più in alto e riorientandoci: Uçhisar arroccata sul suo pinnacolo come un castello di sabbia ha un profilo inconfondibile, ed è perciò il punto di riferimento per eccellenza della Cappadocia.

Sui sentieri che si inerpicano fra i camini delle fate e le intricate volute scavate dalle acque nella tenera roccia vulcanica, non troverai molte persone: c’è troppo caldo, e troppa polvere, evidentemente. Deve essere più comodo ammirare il paesaggio dalle mongolfiere, all’alba, e ritenere così di aver visto la Cappadocia. Cappadocia 3

Ogni valle ha le sue caratteristiche geologiche particolari, ed è perciò unica: ci sono quelle in cui i fianchi delle colline sono stondati, bianchi e soffici come nuvole di zucchero filato, e luccicano al sole in mezzo alle viti color smeraldo. In quelle valli non c’è polvere, c’è sempre un gran silenzio, e ci fermiamo a cogliere qualche ciocca d’uva e a mangiarla, pur temendo il classico arrivo del contadino imbelvito, perché abbiamo dimenticato di portare il pranzo.

Ci sono valli invece dai profili acuti e taglienti, tormentati, in cui strati di roccia rossa si sovrappongono a strati di roccia gialla. In quelle valli si cammina su uno strato spesso e finissimo di polvere morbida come talco, che finisce per colorarti i piedi di splendide nuance arcobaleno, sembra che non finiscano mai ed è davvero difficile orientarsi. Ti prende un po’ di sconforto, ti sembra di esserti perso definitivamente, ma poi avvisti in alto, in mezzo a due pinnacoli, un incongruo insieme composto da una tettoia di canne e un tappeto con intorno un divano e due poltrone: là c’è modo di riposare e di bere qualcosa.

C’è una valle (Valle dell’Amore – Görkündere) in cui enormi blocchi di pietra hanno protetto dall’erosione colonne altissime di sedimenti vulcanici, e ti chiedi come facciano ad essere ancora in piedi, così sottili e apparentemente fragili. In altre, in mezzo agli sterpi bruciati dal sole, improvvisamente appare un giardino verde e curato, e c’è un uomo che con la zappa arieggia il terreno intorno alle bietole.

Nella Valle dei Piccioni (Güvercinlik) incontriamo, del tutto inaspettato, un maestoso albero di gelso rosso, carico di more. Sono anni che non ne mangio e, per quanto possa temere l’ira funesta del contadino turco, non resisto, ne afferro qualcuna, le mani, le braccia, la maglia bianca si tingono di succo come fosse sangue: le more di gelso, ormai del tutto mature, si spaccano solo a sfiorarle. Allora mi metto sotto l’albero e stacco i frutti direttamente con i denti, e sanno di sole e polvere insieme quando esplodono in bocca. Ormai, se i passi che si sentono in avvicinamento sono quelli del suddetto contadino, sarà difficile dissimulare la malefatta: mi vedo già al posto di polizia di Göreme.
Cappadocia 4L’attesa del tramonto è un momento magico, sempre. Quando l’ora si avvicina, desidero sempre restare ferma dove mi trovo, e guardare il paesaggio, seppure immobile, cambiare a vista d’occhio al mutare delle ombre, percepire il momento preciso in cui davvero, indipendentemente dall’orologio, con l’inabissarsi del sole il giorno finisce.

E così abbiamo atteso il tramonto nella Valle di Zelve, seduti su un crinale, le ombre che si allungavano a complicare i già labirintici merletti di cenere vulcanica, il vento fresco che si alzava e l’ultimo autobus che partiva, lasciandoci da soli nel silenzio.Cappadocia 5Cappadocia 6

La seconda volta – [La fine del Ramazan nella Valle di Ihlara]

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IMG_8515_FotorAlla fine del Ramazan si celebra Șeker Bayrami, la Festa dei Dolci, tre giorni di festività con cui si conclude il mese del digiuno. È una di quelle occasioni da trascorrere rigorosamente in famiglia, e dunque la Turchia nei giorni precedenti all’inizio della festa ribolle di vitale fermento: tutti si spostano, tornano dalle città al paese d’origine, caricano sugli autobus a lunga distanza, o sui più domestici dolmus, bambini e anziani genitori per andare in visita dai parenti lontani, recando con sé monumentali pacchi di provviste e doni.

Abbiamo notato, in effetti, un certo andirivieni più intenso del solito, ma senza allarmarci eccessivamente; abbiamo viaggiato un po’ stretti ma niente più.

Poi, durante la festa il paese si ferma, come la bonaccia improvvisamente investe la superficie del mare al calare del vento. I negozi sono chiusi, i taxi non circolano, i dolmus dormono negli otogar. Ci dà questa informazione, come fosse un’inconfutabile rivelazione divina ma con un tono fra l’esterrefatto e l’incredulo per la nostra dabbenaggine, il proprietario dell’Akar Pansion di Ihlara, servendo un enorme vassoio fumante di saç tava: il giorno dopo non ci possiamo sicuramente muovere di lì. Il padre si affaccia dalla porta della cucina asciugando le mani nel grembiule, e annuisce gravemente, suggellando la profezia con un lampo degli occhi profondi, nascosti fra sopracciglia color neve sul volto asciugato dal sole.

Ma l’inconveniente sopraggiunto non ci farà modificare il nostro piano: il giorno dopo vogliamo essere a Göreme in Cappadocia, dopo aver percorso la Valle di Ihlara, e ci saremo. La camminata nella valle faceva già parte del programma. Vuol dire che invece di tornare a prendere gli zaini, ce li porteremo dietro, come le lumache portano il guscio. In fondo basta percorrere la valle per circa 14 chilometri per ritrovarsi a Selime, sulla strada per Aksaray, dove in qualche modo si dovrà pur fare.

IMG_8513_FotorLa Valle di Ihlara è già quasi Cappadocia, ma non ancora, incastonata e quasi nascosta com’è fra ripidi fianchi rocciosi, brulli e modellati dall’erosione, ma rasserenata dallo scorrere sul fondovalle del Melendiz Suyu, che crea una inaspettata oasi verde, distendendosi con le sue acque fresche e scintillanti, su cui si allungano come lunghissimi capelli ciuffi di alghe, danzanti nella corrente. La osserviamo dall’alto al calare del sole, mentre una mandria di vacche rosse e stanche, visione campestre di infinita malinconia, incrocia il nostro cammino, e ci sembra in fondo una cosa fattibile.

La mattina successiva, zaino in spalla, ci inoltriamo nella valle deserta. Come ci era capitato altrove l’anno precedente, si ripete l’incanto della biglietteria chiusa e sguarnita, i cancelli aperti, e con un misto di timore reverenziale e di incredulità iniziamo a scendere i ripidi gradini che conducono presto al sentiero di fondovalle, dove gorgoglia il fiume. Quella discesa conduce in una dimensione nuova, ammantata di silenzio austero e potente.

Chiese rupestriSui fianchi riarsi della montagna, apparentemente morbidi come nuvole di zucchero filato, fra i massi erratici che sembrano quasi compagni di viaggio, si aprono carichi di promesse gli ingressi delle chiese rupestri, dai nomi poetici ed evocativi, la Kokar Kilise, la Yilanli Kilise, la Sümbüllü Kilise: la Chiesa Profumata, la Chiesa del Serpente, la Chiesa dei Giacinti. Riecheggiano di storie perdute e incomprensibili, da inventare di nuovo, sempre diverse, una storia per ogni viaggiatore che vi giunga all’interno. Tutte ti accolgono con la stessa penombra lacerata da qualche polverosa striscia di sole, che appena lambisce gli affreschi dai vivaci contrasti.

Teorie di ieratici santi, dagli occhi vuoti e cancellati dalla parentesi iconoclasta, ma di cui si indovinano ancora i tratti volitivi segnati da pennellate compatte, si allineano sulle pareti silenziose, campite di tappeti geometrici che si distendono a coprire ogni angolo. Quella roccia che all’esterno, alla luce del sole, si modula semplicemente nelle tonalità dall’arancio al rosso al bruno, è che come se scavandola avesse liberato un mondo nuovo di colori e figure.Il fiume Melendiz SuyuQuesto silenzio surreale accompagna tutto il percorso: sembra uno di quei giorni in cui l’umanità si è nascosta e la natura è rimasta da sola. Di lontano, volteggia una piccola colonia di rapaci attraverso la stretta striscia di cielo racchiusa fra le cime delle colline. Sembra quasi sacrilego avventurarsi, e il viaggiatore si sente osservato.

Sulla sponda del fiume ci sediamo a consumare frutta secca e acqua prima di riprendere il cammino. I fianchi delle montagne si avvicinano, il fiume scivola in mezzo, basta continuare a seguirlo. Infine, nel pomeriggio ormai inoltrato, il respiro della valle si dilata e ci troviamo al termine del percorso, si scioglie l’incanto nelle voci delle persone che finalmente ricominciamo ad incontrare sul sentiero.

A Selime, come ci era stato predetto davvero non ci sono mezzi.

Per la prima – e unica – volta in Turchia, proviamo la sensazione, con i nostri zaini che denunciano chiaramente il nostro status di stranieri, di essere prede. Ci si avvicinano più persone, a turno, che offrono un passaggio in cambio di soldi, dicendo che tanto non troveremo un modo diverso per muoverci quel giorno. Quando cerchiamo un passaggio sui pulmini turistici, gli autisti ci mettono i bastoni fra le ruote e si rifiutano di farci salire, accampando problemi di assicurazioni e controlli, ridicoli per noi che abbiamo viaggiato seduti nei corridoi degli autobus e nei cofani posteriori dei taxi. Ma in effetti, camminando lungo la strada e provando ad alzare il pollice, la macchine che sfrecciano in direzione di Aksaray rispondono suonando il clacson, gli uomini alla guida alzano le spalle e allargano le braccia, tutte le vetture sono colme di nonni nipoti e animali domestici in corsa verso casa, verso la festa.
IMG_8517_FotorQuando ormai, passate alcune ore di inutile autostop, ci stiamo rassegnando, si fermano due ragazzi su una macchina rossa, musica a palla e finestrini completamente abbassati. Una cabrio, praticamente. Loro, vestiti di jeans attillati e camicie squillanti che dovrebbero essere alla moda, ma ti proiettano invece in una serie tv d’infima categoria. Ci fanno cenno di salire e partono lanciati come folli. Non parlano altra lingua eccetto la loro, non ci parlano ma non parlano nemmeno fra di loro.

Più volte, osservando le nude colline sfrecciare ai lati della macchina e a tratti il tachimetro che segna costante fra i 100 e i 120 km/h, mi chiedo se la mia vita non dovrà finire in un avventato sorpasso mediorientale. Ma poi questi enigmatici ragazzi ci porteranno davvero dove ci hanno detto che stanno andando? Non poter guardare in faccia due persone che ti portano in auto e non ti parlano ha un che di poco rassicurante. Gli incontri del pomeriggio hanno lasciato uno strascico amaro.

Arriviamo infine ad Aksaray, e la tensione inizia a sciogliersi quando di nuovo possiamo guardarli in viso: sorridono, rifiutano decisamente qualsiasi cosa per il passaggio, ripartono in una nube sonora che non si è mai interrotta, verso quel loro misterioso impegno che li ha condotti sulla nostra strada, e che resto con la curiosità di conoscere. Prendiamo l’ultimo autobus per Nevsehir, da dove si diparte la ragnatela dei percorsi della Cappodocia. Ci sediamo nell’ultimo sedile, stanchi e ancora silenziosi. Piano piano il dolmus si riempie.

Un ragazzino dal braccio ingessato e fermato al collo con un fazzoletto, poco dopo la partenza si alza dal suo posto a fianco della mamma e ci si siede accanto. Ci osserva, a lungo, incuriosito. Occhi scuri luccicanti come stelle sotto la frangetta nera. Infine rompe il silenzio, col suo coraggio di bambino. Parla per due ore, fa domande, ascolta attento le risposte perché vuole sapere molte cose, un dialogo in lingue eterogenee guidato dalla luce degli occhi.

Dire i numeri con le dita è la cosa più semplice del mondo, e se troviamo un argomento che contenga dei numeri si può parlare così per ore. Così ci dice quanti anni ha lui, otto, quanti ne hanno la mamma e le sorelle che viaggiano anche loro sull’autobus, quanti ne hanno tutte le persone che conosce. Si è rotto il braccio andando in bicicletta, anche questo è semplice da spiegare. Ma un’altra cosa facile da dire è il nome dei luoghi, e così dice i nomi dei paesi che attraversiamo, dei paesi che vediamo lontano sulle colline, di quelli a cui conducono le strade che incrociamo. È facile anche dire il nome delle persone, e quindi ci chiede il nostro, ci dice il suo, ci presenta tutti coloro che siedono nell’autobus, quando scendono e quando salgono.

Quando infine arriva alla sua fermata, scrivo sulla cartina, in corrispondenza del suo paese, Acigöl, un puntino vago sulle strade della Cappodocia, senza stelline a contrassegnare qualcosa di notevole da vedere, il suo nome. Mustafa. Allora davvero ci rilassiamo sui sedili, ci guardiamo e i nostri occhi sono bagnati di commozione: sottovoce, ci diciamo che tutti i momenti di quel giorno ci hanno portato lì, e gli occhi luminosi di Mustafa che saluta con la mano, incorniciato nel finestrino, hanno già cancellato le sensazioni spiacevoli delle ultime ore.IMG_8516_Fotor


La seconda volta era nel luglio 2014

La seconda volta – [Egirdir e Sagalassos, città antiche e moderne incastonate fra le vette]

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EgirdirArriviamo a Egirdir in un tramonto rarefatto, quando la montagna distende il suo vasto corpo stanco sull’acqua madreperlacea. Egirdir è uno smilzo funambolo sospeso sulla superficie senza onde, legato ancora alla sponda da un nastro sottilissimo ma ormai sul punto di sciogliersi per permettergli di iniziare il volteggio. È un fanciullo in calzamaglia verde che esegue il suo numero per la corte delle vette millenarie, su cui domina di lontano il turrito Davraz Daği.

Un paesaggio pacato, senza suono, senza eccessi, in cui l’apparente immobilità del quadro è il risultato di innumerevoli minutissimi moti: il granchio che si lascia lambire sulla battigia, la foglia che plana roteando senza peso, il sasso che canta sommesso quando il respiro del lago si ritira.

Forse ancor più della prima volta, questa seconda volta in Turchia non posso raggiungere una meta senza immaginarne infinite altre. Quante città perdute in mezzo a queste grandi montagne, quanti sentieri, quante gole ombrose e quante assolate pietraie. Come lo sguardo, volgendosi intorno ad interrogare il perimetro del lago, così anche il pensiero, instancabile, cerca di spingersi sempre oltre, come ad accarezzare almeno tutto ciò che non riesce a possedere. Ogni partenza non può essere che un arrivederci.

SagalassosDi città in città, da un otogar all’altro, si rivelano infiniti insondabili spazi inabitati, deserti, regno della capra e del rettile. Ma non si può escludere che un tempo questo paesaggio non fosse profondamente diverso. Ci sono città accuratamente nascoste sui fianchi delle montagne, dai nomi fantastici ad evocativi.

Su un altopiano dell’Ak Dağ, la Montagna Bianca, andiamo ad incontrare la pisidia Sagalassos, che forse già si cela dietro la Salawassos menzionata nelle tavolette ittite, più di tremila anni fa. Ad inafferrabile altezza, fra 1400 e 1700 metri sul livello del mare, i marmi bianchi distesi a scaldarsi fra gli arbusti spinosi rappresentano un immenso rompicapo archeologico. Ci saranno state risorse a giustificare la grandezza di questa città, ci saranno state strade e motivi per arrivarvi, per raggiungerla dopo un cammino certo faticoso: non solo la maestosa bellezza del luogo.

Bellezza, che parola abusata e logora. Ne detesto ormai il suono, trasformato in stolido vessillo promozionale, così facile e di sicuro effetto. Eppure sotto il bagliore accecante del sole è complicato trovare un altro termine che riassuma i contrasti violenti dei colori, la forza della roccia, la purezza dell’aria e l’enormità dell’abbraccio di cielo e terra in cui ci troviamo stretti.

Sacro. Forse, la parola sacro mi piace di più. In bilico con le spalle alla montagna e il volto esposto al vento che sale dalle gole montane, penso a Delfi, al respiro sotterraneo che emerge dal profondo. Penso alle incisioni rupestri che nella Valle delle Meraviglie, sulle Alpi Marittime, omaggiano il Monte Bego da tempi immemorabili. Penso alla danza dei dervisci, un palmo rivolto al cielo e uno alla terra. Anche Sagalassos in mezzo alle montagne potrebbe roteare così, selvaggia e primordiale.

Alessandro Magno e gli imperatori romani adornarono di merletti di marmo queste solitudini. Quando ripetute serie di terremoti ne ebbero ragione, nel VII secolo della nostra era, semplicemente la città fu abbandonata, senza rimpianti forse, lasciando indietro i complicati intrecci e i sapienti lavori di trapano e scalpello. Mentre altrove le città crescono una sull’altra, o servono da cava per gli insediamenti futuri, in Pisidia sotto la cupa vegetazione le colonne, gli architravi, i fregi scolpiti giacciono come castelli di carte atterrati per scherzo dal soffio di un bambino, che attendono solo, con altrettanta grazia, di essere risvegliati per nuovi giochi.

Ninfeo di SagalassosNinfeo di Sagalassos


La seconda volta era nel luglio 2014

Due giorni in Blade Runner (Il Cairo_novembre 2015)

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Della maggior parte degli edifici, non si riesce a capire se siano stati abbandonati poco dopo la costruzione, o dopo un lungo e felice (ma ormai trascorso) periodo d’uso. Oppure ancora se, semplicemente, non siano mai stati terminati. Gli uomini se ne sono andati.

Siano essi le vestigia arabescate di eleganti palazzi di inizio Novecento, noncuranti eredi del complesso passato coloniale del paese, o scheletriti palazzoni tipicamente anni ’70 di cui il vento abbia eroso la pelle di cemento per metterne a nudo le fragili ossa in ferro, tutti sono coperti da una polvere stranamente chiara, sottile impalpabile uniformante metafora del tempo che scorre.

Quanti abitanti ha Il Cairo – al Qahira, La Soggiogatrice?Il Cairo

Molte sono le stime, ma forse nessuna è corretta. Forse non è proprio possibile contare sul serio gli abitanti di una delle città più popolose dell’Africa.

Difficilmente, alle tante finestre che si aprono nelle pareti scrostate degli edifici, si può intuire un qualche indizio di presenza. È più facile, ad osservarle così, cieche e buie, che siano solo un sottile diaframma fra un vuoto interno e un paesaggio di diversità modellato da iniziative individuali spontanee, che solo in un’altra galassia si possono sensatamente definire abusi edilizi. Là, su una terrazza, spunta un gazebo in legno a cui il tetto di vere tegole toglie qualsiasi pretesa di provvisorietà. Di sotto, il perimetro di un balcone crollato è sostituito da filari di mattoni di neolitica terra cruda, appena giustapposti. Di sopra, inferriate eleganti come quelle di un monastero siciliano del Seicento proteggono l’affaccio di un condizionatore elettrico.

Non sembra un presente. Sembra un futuro disperato. Sembra Blade Runner.

Quel che è certo, è che ovunque si trovino fra quei silenziosi relitti urbani, gli abitanti si riversano quotidianamente per strada, alla guida di veicoli vecchi o meno vecchi ma tutti ugualmente segnati da non sempre pacifici incontri con i loro simili. Il caos nelle strade è totale, inaccessibile, eppure la nostra guida riesce comunque a raggiungere la destinazione, scivolando fra i pericoli come se fosse la cosa più naturale da fare in mezzo a milioni di auto furgoni motociclette rumoreggianti ad ogni accenno di passo falso. Attraversare queste strade a piedi è una roulette russa a cui alla fine diventa quasi divertente sottostare, come fosse una sorta di rito iniziatorio: ad esso la guida ci sottopone con un sorriso falsamente incurante. C’è una tensione sottile, l’esercito è ovunque, ma vediamo con la coda dell’occhio qualcuno che non indossa divisa estrarre, a un angolo di strada, la pistola dalla tasca dei pantaloni.

Dietro quelle finestre, in quei palazzi nonostante tutto maestosi, ognuno sorvegliato da un custode nubiano in jelabyia bianca, che ti apre sorridendo la porta dell’ascensore e ti conduce nei corridoi di marmo privi di luce, in cui si accumula di lato, dove di solito non si cammina, un dito di polvere rossa del deserto, si nascondono cose inimmaginabili. Passati nascosti fra le pieghe di questo presente che ci troviamo ad attraversare.

Abbiamo il privilegio di accedere a uno di essi, ma devono essercene molti altri: la Galleria (così la chiama con giusto orgoglio la guida) ci si schiude davanti come il portale delle Mille e una notte. Polverosa anch’essa, e oscura, è un meccanismo perfetto di confusione del tempo. Vecchi mobili da ufficio e gioielli in quello stile egittizzante che spopolò dopo la scoperta della tomba di Tutankhamon, albumine raccolte in album o sciolte, lettere, valige, piume di pavone e scacciamosche, tutto si mescola in un disordine claustrofobico che ti assale con la molteplice nostalgia delle infinite possibilità.

Tempio della ValleIn cerca di un qualche non effimero ordine, andiamo alla piana di Giza. Le Piramidi, fra lo scoppio dell’aereo russo nel Sinai e il venerdì di Parigi, sono deserte e irreali. Sospese in una bolla silenziosa. Anche qui gli uomini se ne sono andati. Serpeggia la paura fra i venditori di souvenir che nemmeno scoprono la loro mercanzia, lasciandola pietosamente avvolta, al sole tiepido, da teli di cellophane e polvere.

Nel rigore geometrico del Tempio della Valle si sovrappongono ricordi e sensazioni di un altro viaggio.

Quassù, guardando di lontano la città, la presenza della polvere sulle pietre è accettabile, la grandiosità della rovina, la sua oggettiva antichità la rende a un tratto sopportabile. Ripercorrere i propri passi a distanza di anni, in un luogo così lungamente pensato e rielaborato, misura una distanza interna implacabile.

Per spezzare il senso di déjà-vu, è necessario fare qualcosa di non prima fatto. Quella caverna che non è una vera porta sul fianco della piramide l’ho solo vista da lontano nel passato: adesso la Grande Galleria può aprirsi per me con i suoi echi di antichi viaggiatori, con il bagaglio di letture e incisioni che popolano il mio immaginario. Percorrerne l’aria densa è un cammino a metà fra la visione e la liberazione, fino a sbucare all’interno di un solido geometrico puro, la cui uniforme superficie, vibrante solo dei cristalli del granito, non ha niente di umano. È fredda, quasi crudele nella sua perfezione. Quella polvere che tutto riveste, che si insinua beffarda ovunque negli interstizi del presente, qua non esiste, non sfida il sarcofago, unica rottura nel disegno matematico della stanza.

Capisco gli antichi viaggiatori. I secoli sono qui. Mi sdraio anch’io nel sarcofago.
Piramide di Chephren e Micerino

Piramide di Cheope

Lucide nuvole rosa e il Tepidario del Roster

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Ieri l’altro, scendendo l’Appennino per arrivare a Firenze, il cuore mi batteva forte. Che puerilità! Finalmente, a una svolta, il mio sguardo si è tuffato nella pianura e ha scorto di lontano come una massa oscura, Santa Maria del fiore e la sua famosa cupola… Ho guardato sovente tante di quelle vedute di Firenze che la conoscevo già e ho potuto camminare senza guida…

Così Stendhal, nella descrizione dei suoi viaggi in Italia, sintetizza l’emozione condivisa da tanti viaggiatori al momento di incontrare finalmente, ad una svolta della strada, la vista di Firenze, città di sogno carica di promesse, adagiata dolcemente nel nido dei suoi colli all’ombra della cupola del Brunelleschi.

Il viaggio in calesse attraverso l’Appennino, provenendo da Bologna, era particolarmente gravoso: la strada era lunga, difficile e non priva di pericoli, ma la fatica era ampiamente ripagata da quel momento unico, magico, in cui la città si svela all’improvviso, avvolta in una bruma irreale o splendente dei riflessi del tramonto. Una visione che tanti viaggiatori, nel Settecento e nell’Ottocento, cullano a lungo, nei febbrili preparativi preliminari al Grand Tour e lasciando alle spalle, una dopo l’altra, le tappe intermedie; e poi quel batticuore, inevitabile, commovente, che Stendhal si rimprovera ma con una punta di tenera condiscendenza per se stesso, per il suo sognare svagato il cielo sopra Firenze.

Questa visione antica e insieme senza tempo, per chi viaggia oggi in treno o in aereo, è quasi irrimediabilmente perduta; per ritrovarne in parte la suggestione ho percorso tante volte, di notte, via Trento appena sopra al Giardino dell’Orticoltura. Siamo nella parte finale della via Bolognese, nel punto in cui il declivio termina e il ponte sul Mugnone segna uno degli ingressi in città.

Interminabili momenti invernali così, l’odore di vento, la bicicletta in mano, la strada deserta, il cielo scuro e la cupola di Santa Maria del Fiore, il cuore per un attimo acquietato.Tepidario del Roster

Poco sotto, il Tepidario disegnato da Giacomo Roster e inaugurato nel 1880 risplende come un’immensa, delicata lanterna dalle nervature di solido metallo, così sfacciatamente ottocentesco con le sue decorazioni in stile moresco, le nicchie neorinascimentali e una fiducia un po’ ingenua per il progresso che allora era forse impossibile non condividere.

Il modello cui Roster si ispirò, apportando tuttavia significative variazioni ornamentali e strutturali, era il celebre Chrystal Palace, che aveva ospitato a Londra, nel 1851, la prima Esposizione Universale e che finì in una nuvola di fiamme, fumo e fuliggine in una notte del 1936. Un doppio ballatoio sospeso in alto, a sei metri di altezza, consentiva un tempo di ammirare le piante curiose ed esotiche che erano conservate nel Tepidario.Tepidario nell'Ottocento

Dopo un lungo periodo di offuscamento e un’intensa campagna di restauri, oggi il Tepidario e il Giardino dell’Orticoltura sono tornati ad essere un riferimento nella geografia del verde fiorentino: una passeggiata, un momento per leggere un libro sotto le foglie… Due volte l’anno, ad aprile-maggio e il primo fine settimana di ottobre, il giardino ospita una preziosa mostra mercato di fiori e piante, al cui richiamo non è facile sfuggire…

Quest’anno, complice l’arrivo dell’autunno, la mia scelta è caduta su una piccola pianta di Pernettya mucronata, avvolta in una nuvola di bacche lucide dal vivace colore rosa acceso. Si tratta di un piccolo arbusto sempreverde dal portamento cespuglioso e compatto, appartenente alla famiglia delle Ericacee, che predilige una posizione in ombra luminosa o a mezz’ombra, non tollera il caldo ed è resistente al gelo senza bisogno di particolari precauzioni. Va tenuta con il terriccio umido ma ben drenato, con annaffiature più abbondanti in primavera ed estate e diradate durante i restanti periodi dell’anno.

All’ultimo momento è saltato nel vaso un piccolo intruso, riuscite a trovarlo?

Pernettya mucronata var. rosea