Archivi categoria: Coltivazione

Lo Stenocactus coptonogonus, un parente ingombrante

Standard

Ormai dal Natale del 2011 possiedo un bellissimo Stenocactus multicostatus, di cui ammiro ogni anno i bei fiori, ma soprattutto la fantasmagorica geografia della sua epidermide, profondamente solcata da antichissimi eventi geologici. Lo scorso aprile, alla Mostra mercato che si tiene al Giardino dell’Orticoltura di Firenze (anzi, ormai mancherà poco, devo informarmi….), ho acquistato una pianta naturalmente non cartellinata, ma che mi sembrava avere una qualche analogia: in effetti si tratta di uno Stenocactus coptonogonus, appartenente dunque al medesimo genere ma ad una specie diversa.

Sinceramente, l’ho ignorata per un anno intero. Senza cattiveria, però se ne stava là senza far niente e me ne sono completamente dimenticato. Poi deve aver deciso di non voler essere da meno del cugino, che anche questo anno mi ha gratificato dei suoi bei fiori. Adesso dunque ha iniziato a fiorire, ed è veramente molto bella: nonostante la prolungata e rigorosissima siccità in cui l’ho tenuta questo inverno. La pianta si è sgonfiata quasi completamente: lo dico per rassicurare tutti quelli che si chiedono “non sto annaffiando poco le mie piante?” e cercano on-line informazioni. No, almeno per quanto riguarda l’inverno, non si annaffia mai troppo poco. Anzi, è assolutamente necessario per la sopravvivenza della vostra amata cactacea, e non secondariamente per assicurarsi una bella fioritura a primavera.

E infatti, ecco qua i fiori dello Stenocactus, con i loro petali bicolori, bianco avorio al margine e porpora profondo al centro, e il cuore leggero e morbido, appena baciato dal polline.Stenocactus coptonogonus Stenocactus coptonogonus Stenocactus coptonogonus Stenocactus coptonogonus Stenocactus coptonogonus

Survivors 2 – i pesci rossi e l’Echinocactus grusonii

Standard

L’Echinocactus grusonii è il più classico dei cactus, quello che abbiamo avuto tutti, un po’ come il pesce rosso: chi non è tornato da almeno una fiera, da piccino, con un pesce rosso nel sacchetto di plastica trasparente?

Io ne ho avuti tanti da poter aprire un ristorante di sushi. Ehm: perchè sì, il fatto è che per quanta applicazione, buona volontà e devozione uno ci metta, i pesci rossi muoiono, e presto. E a me i conti non tornavano mai. Avevo magari tre pesci nella boccia, e poi una mattina mi svegliavo ed erano due. Poi magari tornavo da scuola ed erano di nuovo tre. No, non usavo ubriacarmi a sei anni, e i miei pesci non se ne andavano a spasso, che anche questa potrebbe essere una valida spiegazione.

Ho scoperto dopo che mia nonna, per non farmi avere lo shock di trovare il pesce galleggiante a pancia in su, li toglieva di mezzo prima che mi svegliassi. Poi magari trovava il modo di sostituirli, quelli deceduti, però non sempre riusciva a farlo del tutto senza che me ne accorgessi. Ho capito tutto ciò quando, durante una delle mie prime esplorazioni archeologiche, ho rinvenuto fortuitamente la necropoli dei pesci morti. Ho capito che non ero bischero, ma che i pesci muoiono. Però sono stata zitto, non le ho detto nulla. E i conti continuavano a non tornare, ma io avevo sempre i miei pesci, quando più quando meno… Beh questa è solo una delle cose meravigliose che faceva mia nonna per me!

Tutto ciò per dire? Ah sì, che ognuno di noi ha avuto un Echinocactus grusonii, anche se non ne è ben consapevole. E’ il cactus chiamato anche, dagli uomini di lettere, cuscino della suocera, naturalmente in senso beneaugurante per la suddetta (ma solo per gli sfortunati che non intessono relazioni amichevoli), nel caso in cui si sentisse stanca e affaticata e bisognosa di una comoda seduta.

Dopo anni di allenamento nell’allevamento dei pesci, ho provato a uccidere anche l’Echinocactus, e ho escogitato un modo che conosciamo già: ho messo una rete frangisole di colore verde credendo in realtà di riparare le piante dal sole equatoriale, e invece il verde ha evidentemente sottratto la gamma corrispondente dai raggi solari (sembro professionale vero?), causando notevoli disturbi della crescita, come è evidente dalla foto sottostante.Echinocactus grusoniiCome gli alberi ogni anno formano un nuovo anello, così i cactus ogni anno formano nuove spine.

Ecco, la zona dove non si vedono le spine corrisponde all’anno in cui ho messo il frangisole. Non fatelo! Per fortuna me ne sono accorto in tempo, e ho rimediato togliendolo immediatamente. La pianta ha ricominciato dunque a crescere normalmente, anche se ha preso una forma a pinolo che non è proprio proprio la sua, e ha ricominciato a formare nuove spine. Come per rifarsi, le nuove spine sono davvero lunghissime, forti e fitte. Il colore è un avorio tendende al giallo chiaro, ma la cosa che mi piace di più, e che è caratteristica di questa specie, è la serie di striature che percorrono orizzontalmente ogni spina, tanto da farle sembrare quasi finte. Ma sono vere, sono vere, ve lo dice chi si è punto più volte le zampette per spostare il vaso…

Beh, se faccio una foto ravvicinata sembra quasi che non sia successo niente, e che l’errore non ci sia stato. Però d’altra parte, queste “cicatrici” raccontano un po’ la storia di questa pianta, che fa parte di lei… Gli Echinocactus grusonii sono piante molto longeve. Ho letto di alcune persone che ne hanno coltivato un esemplare magari per trenta o quaranta anni. E mi piace pensare che forse anche il mio, fra qualche decennio, sarà un vegliardo con tante cose da raccontare, anche questa piccola disavventura di gioventù…Echinocactus grusonii

Survivors 1 – igiene dentale per il Melocactus matanzanus

Standard

Attenzione: questa è una storia ad alto tasso di suspence, direi quasi un thriller politico.

Lo scorso anno mi sono lanciato, pieno di dubbi e trepidazione, in un’impresa che spero sia non troppo al di sopra delle mie capacità botaniche: ho comprato un esemplare, piuttosto grandino a dire il vero, di Melocactus matanzanus.

Non è un cactus di facile coltivazione, che anzi è segnalato con il bollino rosso nella Guida compact delle piante grasse della De Agostini, perchè se d’estate ha bisogno di abbondante acqua ed esposizione soleggiata (e fin qui nulla di strano), d’inverno si rivela piuttosto delicato e sensibile ai ristagni e al marciume, senza considerare che necessita di temperature superiori ai 16 °C. Si tratta inoltre di una pianta a crescita molto lenta, e che solo in tarda età sviluppa all’apice vegetativo una tipica struttura ricoperta di setole rosso-brune, chiamata cefalio, da cui sbocciano – raramente in coltivazione – i fiori. E’ per questo che, contrariamente a quanto faccio di solito, non ho scelto una piantina minuscola da 1 o massimo 2 euri, ma una pianta già abbastanza sviluppata.Melocactus matanzanus (Medium)

Capirete dunque il mio disappunto (leggi: colorite invocazioni riguardanti Maremme di qua e di là) quando, vedendo che la pianta ingialliva e stentava, ho scovato la solita colonia di cocciniglie, con cui avevo già avuto a che fare l’estate di due anni fa con il mio Gymnocalycium baldianum.

Premetto che la cronaca seguente è adatta ad un pubblico di soli adulti. Le cocciniglie fanno schifo, e non hanno nemmeno il buon garbo di farsi togliere di mezzo con grazia ed eleganza, ma si squàcquerano (sì sì proprio squàcquerano, è un termine tecnico) quando uno prova a rimuoverle con un cotton fioc imbevuto di alcool (metodo che avevo preferito ad altri suggeriti in rete e che prevedevano azioni invasive sconfinanti nella rapina a mano armata). E sanguinano. Sanguinano tanto. Insomma è orribile.

Quindi stavolta ho sperimentato un’altra tecnica, che non prevede spargimento di sangue e non si attacca al lavoro del tuo dentista. Perchè? Presto detto. Ho tolto la pianta dal terreno, trovando larve anche in mezzo alle radici anzi diciamo proprio completamente infestata, e l’ho posta sotto un getto di acqua fresca. Contemporaneamente ho usato lo spazzolino del mio fidanzato (no amore non è vero, ho usato uno spazzolino usato) per detergere delicatamente ma energicamente la superficie (è il mese della prevenzione dentale no?!) dalle orribili bestie. Passatina di filo interdentale e via, poi ho lasciato asciugare bene bene pianta e radici in un luogo ombreggiato e ventilato. Per un alito fresco un pochino di colluttorio non guasta. Infine ho rinvasato la pianta.

L’esperimento è riuscito direi. A distanza di qualche mese sono spuntate nuove spine dalle areole: si riconoscono facilmente perchè hanno una colorazione vivida, rosso-bruna, mentre quelle dello scorso anno sono di un bianco-grigio. La pianta, che si era sgonfiata ed ingiallita, ha ripreso tono ed un bel colore verde chiaro. Siamo pronti ad affrontare l’inverno, Melocactus, a questo punto non temiamo neppure tartaro e carie!

[N.d.R. per chi pensa ancora che questo sia un blog serio: la storia è vera solo fino all’uso dello spazzolino, il filo e il colluttorio non li ho passati davvero 😉 Però lo scioglimento positivo è reale, e il sistema funziona!]Melocactus matanzanus (2) Melocactus matanzanus (3) (Medium)

E se vi dicessi che ho messo i sottovasi?

Standard

Le poche volte in cui mi sono comportato da animale serio ed ho scritto dei post sulla coltivazione dei cactus (basandomi peraltro unicamente sulla mia esperienza personale e quindi da prendere debitamente con beneficio d’inventario) ho ribadito quella che è la regola aurea n. 1: il terreno deve essere ricco di inerti e ben drenante, e soprattutto non devono esserci ristagni d’acqua. Anzi: ho inneggiato addirittura alla necessità di gettare via i sottovasi!

Ma la coerenza è il mio forte, e difatti da qualche settimana ho dovuto mettere dei sottovasi. Ho dovuto perchè senza ogni volta che innaffiavo le mie piante fiumi di simpatici inerti vulcanici e di terriccio si riversavano nei miei 12mq dai vasetti, e francamente mi ero un po’ seccato di pulire grattare spazzare continuamente (risate registrate). Senza contare che nelle fughe delle mattonelle tendevano a spuntare piante infestanti di vario tipo.

Passate per l’appunto alcune settimane senza perdite di vite vegetali posso mettervi dunque a parte del mio esperimento: ho scelto dei sottovasi rettangolari, del tipo usato in genere per le balconiere, di due diverse lunghezze, 40 e 50 cm, in modo da adattarsi alle mensoline di marmo su cui coltivo i miei cactus sfruttandone tutto lo spazio, e di larghezza adeguata, e vi ho sistemato le mie piantine.

Il problema igienico-sanitario cui cercavo soluzione si è immediatamente risolto. L’acqua esce come sempre rapidamente dai vasi e si deposita nel sottovaso (certo non è che le inondo, do loro la quantità giusta di acqua). La superficie ampia del sottovaso, unita all’esposizione soleggiata del mio terrazzo equatoriale fa in modo che l’eccesso di prezioso liquido vitale possa evaporare molto rapidamente senza ristagnare. Nel giro di una mezzoretta di acqua non v’è più traccia, anche perchè le piantine ne assorbono un po’ dai buchi posti nella parte inferiore dei vasi, e sembra che questo nuovo metodo di irrigazione piaccia loro molto, perchè sono tutte in piena fase vegetativa.

Sono ancora vigile, ma mi sembra che tutto stia andando per il meglio.sottovaso

Come ti coltivo il cactus io: l’esposizione alla luce

Standard

Fra i molti fattori che influiscono sulla buona coltivazione delle succulente, uno dei principali insieme all’acqua e al terreno è senz’altro l’esposizione alla luce solare. Quando incredibilmente qualcuno mi chiede un consiglio al riguardo (e la cosa non cessa di stupirmi perchè fino a ieri ero considerato un pollice nero), l’unica risposta possibile è: provare, provare, provare.

Io ho spostato i miei cactus millemila volta su e giù per il terrazzo, riparandoli l’un con l’altro, avvicinandoli al muro o alla ringhiera, ricavandone spesso un bel mantello di spine, prima di trovare l’esposizione giusta per ognuno di loro. Già, perchè ogni pianta è diversa dall’altra: se si spulcia un po’ su internet o nei libri si possono trovare molte informazioni utili, ma poi vanno sapute calare nella realtà e nella situazione particolare in cui avviene la coltivazione.

In primo luogo, sia chiaro che le succulente amano stare all’aperto. Questo è uno dei dieci comandamenti. Andranno riparate dal gelo e dalla pioggia in inverno, ok, ma se le teniamo chiuse in casa bene non staranno. Si può incorrere infatti in due problemi opposti: se coltivate in un luogo privo della luce solare, possono iniziare a “filare”, a “eziolare” come si dice in gergo: ovvero a crescere allungate e sottili, spesso curvandosi nel disperato tentativo di raggiungere quel po’ di luce che vedono in fondo al tunnel, oppure possono bruciare se tenute dietro un vetro troppo esposto al sole, per l’effetto lente di ingrandimento causato dal vetro stesso. E senza dubbio, sarà assai difficile che possano fiorire.

In generale, le cactacee amano posizioni soleggiate, anche esposte direttamente alla luce del sole: anzi in alcuni casi l’irraggiamento diretto è essenziale per sviluppare una bella spinagione forte e della giusta cromia, oppure per la fioritura. Ad esempio, le Mammillarie sviluppano le loro spine bianche oppure la lanugine bianca che ne ricopre l’apice solo se ben esposte al sole, mentre le Rebutie preferiscono stare un po’ nelle retrovie, dove il sole non arriva troppo violento. Le succulente non cactacee, al contrario, più di frequente devono essere riparate dai raggi troppo diretti, altrimenti tenderanno a disidratarsi troppo velocemente e a raggrinzirsi, oppure a cambiare colore. Ho scelto una posizione all’ombra per le mie Kalanchoe daigremontiana, ed in penombra per la Crassula cv. Springtime.

Nel 2011 ho fatto un grosso errore, che vi invito a non ripetere: pensando che il sole sul mio terrazzo equatoriale fosse troppo forte, ho posizionato un ombreggiante verde, che ha – mi sono accorto in seguito – causato gravi danni. Il colore dell’oggetto ha evidentemente sottratto alle pianta parte della gamma dei raggi solari, e molte piante sono deperite, ad esempio non producendo spine o deformandosi nella crescita. Lo scorso anno sono riuscito in parte a rimediare, eliminando l’ombreggiante e ripristinando una corretta insolazione. Questo anno, finalmente le piante danneggiate hanno prodotto spine forti e lunghe, e alcune hanno fiorito, come questo Notocactus magnificus che la scorsa estate esibiva una vistosa chierica che adesso inizia a notarsi sempre meno…
Notocactus magnificus

Ebbene sì, ho fatto il pieno di Gymnocalycium

Standard

I festeggiamenti continuano, almeno metaforicamente. Lo scorso 20 giugno, per celebrare i due anni della mia passione per le succulente, mi sono regalato un tris di Gymnocalycium. Che delle piante grasse mi piacciano soprattutto i fiori direi che non è un segreto inconfessabile: e il genere Gymoncalycium è uno dei miei preferiti, perchè regala fioriture molto belle, delicate ma durature. Il Gymnocalycium stellatum era già in fiore quando l’ho acquistato; invece quest’altra pianta, che ho scoperto essere un Gymnocalycium stenopleurum, aveva solo i due bocci, già formati a dire il vero; però il suo aspetto era decisamente inconsueto, ed è questo che mi ha attirato. Sembra finto, questa è la verità, con la sua epidermide rossiccia e compatta, che sembra quasi non viva ma fatta di un qualche materiale plastico. Invece uno dei fiori si è già aperto qualche giorno fa, e continua ad aprirsi ogni mattina per poi richiudersi ogni sera. Trovo molto bello il colore rosa dei petali, che sfuma al bruno al margine distale, fedele al suo aspetto così poco “vegetale”…

gymnocalicium stenoplereum 2 gymnocalicium stenoplereum 3 gymnocalicium stenoplereum

Cuccioli di cactus crescono – e stavolta non è un caso

Standard

Come dicevo qualche tempo fa, cimentarmi nella semina mi ha sempre messo un po’ di agitazione: mi è sempre sembrato che per riuscire ci voglia un carico di pisseraggine che a me manca completamente, almeno in campo botanico. Se in altri casi posso passare ore a tarda notte a limare un testo, rileggendolo mille volte e valutando la posizione relativa delle virgole, mettermi lì a sterilizzare terreno, sciacquare ghiaino e spazzolare vasi non è proprio nelle mie corde. In realtà i tentativi che ho fatto in passato non sono andati proprio proprio a vuoto, ma ciò non è bastato a tranquillizzarmi. Poi, alcuni mesi fa ho ricevuto in regalo quattro bustine di semi di Astrophyta, un genere di cui posseggo alcuni esemplari – ma questi qua sono speciali forte! semi astrophytumAnche per questo (temendo di non riuscire) ho aspettato tanto a seminare, senza contare che come tutti ben sanno (e d’altronde è stato uno degli argomenti di conversazione principe negli ultimi mesi) ha fatto parecchio freddino e insomma non mi sembrava mai il momento giusto per azzardarmi.  Avverto i deboli di cuore che le foto fanno schifo, ma sul mio terrazzo quando batte il sole fanno un numero imprecisato e imbarazzante di gradi Farenheit, quindi l’operazione doveva svolgersi entro un tempo limite sufficiente a preservare la mia attività neuronale. E potevi metterti un cappello? Già ce l’ho (foto col mio fido scudiero) e non mi è bastato vabbene? E potevi aspettare un giorno con meno sole? No, le cose semplici non mi piacciono vabbene? Insomma faceva un caldo boia e il sudore mi colava sulle piume impedendomi di concentrarmi sulle riprese fotografiche.

Nonostante ciò ho eseguito tutte le operazioni preliminari alla semina vera e propria con grande solerzia, affinchè non ci fossero intoppi: innanzitutto ho preparato il terreno mescolando in parti uguali un terriccio per cactacee con uno splendido ghiaino che ho preso in un negozio di articoli per animali. La scena è stata pressappoco la seguente: entro nel negozio con fare circospetto, guardandomi alle spalle e intorno (accidenti ci sono già altri clienti! m….), vado dal commesso e esalo in un sussurro da cospiratore “scusi mi servirebbe del ghiaino da acquario, ah e anche della sabbia da acquario“. Il commesso dapprima non sente proprio, poi afferra e chiedendosi evidentemente dove sia il terribile segreto che non è possibile rivelare ad altri manco fosse la rivelazione di Fatima fa “seeeeeee…” Al che chinando gli occhi a terra con aria colpevole confesso “guardi che mi serve per un uso improprio. Mi serve per seminare dei cactus“. Il commesso non fa una piega, mi mostra tutto il campionario di ghiaini e sabbiette (in verità notevole), io abbastanza tranquillizzato scelgo e ci avviamo alla cassa. A quel punto, praticamente urlando fa “e comunque guardi che qua a me mi hanno chiesto di tutto, tipo la copertina riscaldata del cane per far fermentare la birra artigianale, la lettiera del gatto per riempire cuscini… insomma stia tranquilla, un l’è strana come pensa, lei!” Tutti si girano nel negozio, io mi carico del ghiaino e mi avvio rassicurato della mia sanità mentale.

Tutto ciò per dire che la cosa del ghiaino da acquario mi risolve alla grande il problema degli inerti, mentre la sabbietta messa sopra sopra evita che il terreno si trasformi in una crosta stalagmitica e muffosa capace di eliminare qualsiasi forma di vita. Naturalmente la pensata non è mia, ma di Glauco, che se ne intende molto più di me oltre ad essere il mittente dei semini [se mi leggi non me ne volere]!semina 2013 bComunque una volta preparato il terreno ho preso due vaschette, praticato sul fondo dei buchetti con del fil di ferro -a rischio della mano- e posizionato sul fondo stesso un po’ di argilla espansa. Poi terreno, sabbietta (mammamia sembra uno scavo didattico, che meraviglia!), e ho messo la vaschetta in una vaschetta più grande piena d’acqua, finchè il terreno non è risultato bagnato per capillarità. Infine con una pinza da laboratorio ho posizionato i semini in fila come soldatini sulla sabbia, sistemato i cartellini in corrispondenza dei semi, e coperto la vaschetta con della pellicola traspartente.semina 2013 c

Adesso non restava che aspettare! Ed ecco qua il risultato: dopo nemmeno una settimana i semi hanno germogliato, e ora stanno crescendo. Certo non mi ritengo fuori pericolo, però promettono molto bene (la foto è sfocata abbestia, vabbè. E’ per preservare l’alone di mistero)!semina 2013 germogli

Mi odierete, sappiatelo

Standard

La primavera si preannuncia lunga e densa di avvenimenti, e mi odierete, sappiatelo, perchè ho fiori per tutti i giorni da qui al 2023… Ecco l’ultima Rebutia: quella con i fiori rosa. E’ un acquisto della primavera scorsa, durante la Mostra mercato organizzata dalla Società Toscana di Orticultura presso il Giardino dell’Orticultura, dove ci sono sempre tre/quattro stand di piante grasse molto interessanti. Ho acquistato questa pianta per riparare ad un danno: ne avevo infatti un’altra della medesima specie (che non so qual è chevvelodicoaffa’), che dopo la fioritura aveva prodotto un frutto alla base del fusto. Non pensando che questo fosse un problema, lo avevo lasciato stare lì dove era. Al momento di rinvasare il cactus, tuttavia, ho inavvertitamente toccato il frutto che, bello maturo e succoso, si è spaccato. Nel giro di pochi giorni la pianta ha iniziato ad afflosciarsi ed è morta: quando ho cercato di capire cosa fosse successo, mi sono accorto che in corrispondenza del frutto schiacciato si era prodotta una zona di marciume che in breve aveva deciso del destino della pianta. Orribile visu! Il racconto insegna dunque che: alla fine della stagione vegetativa i frutti vanno tolti dalle piante prima di ricoverarle nella serra, ne va della loro vita!Rebutia fiore rosa (4) Rebutia fiore rosa (5) Rebutia fiore rosa (8) Rebutia fiore rosa (12)

AAA cercasi affittuari in condominio a quattro piani

Standard

L’autunno è ormai iniziato, e anche se le belle giornate di questi giorni invoglierebbero a procrastinare, ormai per le succulente sta per arrivare il momento del letargo invernale. Nei luoghi di origine della maggior parte delle piante grasse la stagione calda corrisponde alla stagione delle piogge, mentre l’inverno è freddo e secco. Per questo motivo d’estate le piante vanno bagnate abbondantemente, mentre in inverno vanno tenute asciutte. Naturalmente ci deve essere un passaggio graduale: per questo bisogna iniziare in autunno a diradare progressivamente le annaffiature per poi interromperle completamente in inverno. Completamente vuol dire completamente! Non bisogna farsi prendere da sensi di colpa o compassione: un’annaffiatura fuori stagione potrebbe essere letale! Già, perché se le radici non asciugassero bene potrebbero marcire… Ad esempio poi, se bagnassimo le nostre piante in una di quelle belle giornate invernali soleggiate e tiepidine, e la temperatura calasse poi bruscamente (come accade) nella notte, il freddo potrebbe arrecare seri danni. Basti pensare che alcuni collezionisti, specialmente americani, in inverno tolgono le loro piante dai vasi, eliminano tutto il terreno, puliscono bene bene le radici e conservano i loro esemplari avvolti nella carta di giornale in bauli e scatole, senza acqua e senza luce! La pratica è piuttosto brutale a mio parere, senza contare che per attuarla su vasta scala come nel mio caso dovrei prendere le ferie dal lavoro e rimboccarmi bene bene le ali, ma rende l’idea di quante cure servano durante l’inverno: zero assoluto!
Nelle ultime settimane ha piovuto molto e il terreno era ancora molto bagnato. È necessario in primo luogo mettere al riparo le piante dalle possibili piogge. Dunque ho tirato fuori dallo sgabuzzino la serra a tre ripiani che avevo acquistato lo scorso anno, e una nuova serra a quattro ripiani nuova di pacca… La famiglia qua si è molto allargata e una serra sola non basta più a contenerla!

20121020-111224.jpg

20121020-111306.jpgSi tratta di semplicissime serre con una struttura e ripiani in plastica e metallo e copertura in plastica trasparente con una cerniera nella parte frontale che consente di aprire e chiudere (questo è vitale perché anche in inverno quando il sole picchia è necessario aprire nelle ore più calde). Ho sistemato tutte le mie piante al riparo in modo che il terreno asciughi, per ora a casaccio, poi quando inizierà a fare freddo sarà necessario studiare un piano di battaglia in base alla rusticità delle diverse specie… Come si vede c’è ancora posto: venghino si’ori, venghino!

Un momento di autocritica

Standard

Urge momento di autocritica, che voglio condividere in modo che altri non commettano gli errori che ho fatto io. Per fortuna che non si è fatto male nessuno.

Come più volte sottolineato, i miei 12mq sono esposti a sud pieno alla latitudine di Firenze, e questo significa che ad agosto il pavimento del terrazzo ribolle come l’asfalto nel Texas. L’habitat è dunque ideale per le piante grasse, che si sentono decisamente a casa. MA c’è un ma. Uno guarda dalla finestra senza poter mettere il naso fuori a meno di non provocarsi ustioni di secondo grado e pensa che no. Non ce la possono fare. Moriranno. Moriranno tutteeeee!  L’ansia incalza e bisogna fare qualcosa, quindi lo scorso anno ho pensato bene di offrire un po’ di refrigerio alle mie piante piazzando un frangisole di colore verde che certo una bellezza non lo si può definire, però procura un’ombra francamente gradevole.Ecco, fu grave errore. Non me ne sono reso conto per mesi. Poi la scorsa primavera, quando ho riaperto la serra e risistemato le piante nella loro postazione estiva, ho pensato che visto che non era ancora caldo fosse meglio togliere momentaneamente il frangisole. In effetti sin da subito mi è sembrato che le piante stessero meglio.

Osservandole bene inoltre, ho visto che alcune piante avevano la chierica! Ovvero nella loro parte apicale, che è poi la parte vegetativa, quella in cui la pianta cresce ogni anno mancavano le spine dell’anno precedente. Ho ricollegato le due cose e la conclusione è stata: il frangisole evidentemente assorbiva alcune radiazioni solari di cui le piante hanno bisogno (c’entrerà qualcosa che sia l’uno che le altre siano verdi? devo mettermi a studiare) e la loro crescita ne risultava in qualche modo compromessa. Inutile dire che col capo cosparso di cenere mi sono ben guardato dal rimettere il suddetto. A fine estate 2012 posso trarre un primo bilancio: alcune piante hanno riportato delle cicatrici da questo malaugurato esperimento, nel senso che hanno una zona senza spine che probabilmente resterà tale, ma almeno la crescita ha ripreso senza problemi e adesso si possono vedere le nuove spine!