Archivi categoria: Collezione

Imprigionando gocce di pioggia

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Non c’è fiore difficile da fotografare quanto quello del Pachyphytum oviferum. Ne possiedo una pianta dai primordi della mia collezione, e ne ho propagate diverse talee, perché questa succulenta ha grandi foglie carnose apparentemente forti e solidissime, ma in realtà pronte a staccarsi ad ogni contatto un po’ più brusco del solito. Ogni anno la pianta emette un lungo gambo obliquo nella parte terminale del fusto, in cima al quale cresce una enorme infiorescenza che somiglia ad una spiga un po’ pendula, composta da tanti fiori di un verde chiarissimo e fresco, che pian piano si schiudono rivelando il rosso del loro interno. Li trovo sempre molto belli, anche perché racchiudono spesso una goccia lucente che non ho ancora capito ma che immagino trattarsi di pioggia imprigionata. Pachyphytum oviferum Pachyphytum oviferum Pachyphytum oviferum Pachyphytum oviferum Pachyphytum oviferum Pachyphytum oviferum

Le piante e il loro carattere

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L’Astrophytum asterias si sgonfia in inverno, quando deve essere tenuto in totale assenza di acqua, fino a sembrare prossimo allo sfinimento. Però, non appena torna il bel tempo è fra i primi a fiorire, gli scorsi anni erano stati fiori sul giallo-arancio, mentre in questi giorni la medesima pianta si apre con questa delicata corolla color pesca: forse sono veramente ingenuo, ma questa cosa riesce a sorprendermi sempre, come i cactus cambino ogni anno i loro fiori.

Fiorisce sempre, l’Astrophytum, senza indugio, e senza aspettare di riprendere pienamente le forze e le sue dimensioni normali.

Per questo motivo, se provo a immaginare le piante come dotate di una loro propria indole, mi figuro questo cactus forte e generoso, uno che non esita a privarsi di qualcosa per te… Sarà vero? Chissà! Se ne possedete un esemplare, provate semplicemente a non tenerlo mai in casa, ma sempre in esterno purché al riparo dalla pioggia e dalle gelate nella brutta stagione, e a non dare acqua durante il periodo invernale, e poi mi direte cosa ne pensate del suo carattere!Astrophytum myriostigma nudum

Quest’anno mi riposo

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Mi stupisce sempre come, da un anno ad un altro, cambino le fioriture dei cactus. Lo Stenocactus multicostatus nel 2013 aveva prodotto un ammasso di fiori forti e fitti al centro dell’apice vegetativo, quasi violenti nella loro prorompente vitalità. Quest’anno, pur non mancando di fiorire, i fiori sono in numero inferiore, e i colori mi sembrano più tenui e delicati, meno imperiosi. Forse è una sorta di anno sabbatico: alcuni alberi da frutto fanno così, un anno producono molti fiori e molta frutta, l’anno successivo si riposano un po’ e il terzo anno è di nuovo un anno di grande produttività. Non resta che aspettare il prossimo per tirare le somme…Stenocactus multicostatus Stenocactus multicostatus Stenocactus multicostatus

Prove a sostegno della teoria dell’anno sabbatico

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Inizio a pensare che la mia teoria dell’anno sabbatico applicata alle piante non sia proprio una solenne bischerata da pulcino ignorante. Dopo lo Stenocactus multicostatus e l’orchidea, me lo conferma il Carpobrotus acinaciformis, che era solo una talea nell’inverno del 2011, e nel giugno del 2012 fioriva con due bei fiori fucsia. Il 2013, il niente più assoluto.

Soliti interrogativi: che ho fatto di male, perché non fiorisci, che vuoi, perché non parli???

In effetti la fioriera in cui si trova non è molto grande, e la pianta tende ad estendersi molto, strisciandone fuori ed estendendosi laddove non ci sarà terreno ad accoglierla… Forse nel tentativo di fuggire dalle mie amorevoli cure?

E invece ecco qua: aprile 2014. Ho contato venti bocci che aspettano di aprirsi…Carpobrotus Carpobrotus

Lo Stenocactus coptonogonus, un parente ingombrante

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Ormai dal Natale del 2011 possiedo un bellissimo Stenocactus multicostatus, di cui ammiro ogni anno i bei fiori, ma soprattutto la fantasmagorica geografia della sua epidermide, profondamente solcata da antichissimi eventi geologici. Lo scorso aprile, alla Mostra mercato che si tiene al Giardino dell’Orticoltura di Firenze (anzi, ormai mancherà poco, devo informarmi….), ho acquistato una pianta naturalmente non cartellinata, ma che mi sembrava avere una qualche analogia: in effetti si tratta di uno Stenocactus coptonogonus, appartenente dunque al medesimo genere ma ad una specie diversa.

Sinceramente, l’ho ignorata per un anno intero. Senza cattiveria, però se ne stava là senza far niente e me ne sono completamente dimenticato. Poi deve aver deciso di non voler essere da meno del cugino, che anche questo anno mi ha gratificato dei suoi bei fiori. Adesso dunque ha iniziato a fiorire, ed è veramente molto bella: nonostante la prolungata e rigorosissima siccità in cui l’ho tenuta questo inverno. La pianta si è sgonfiata quasi completamente: lo dico per rassicurare tutti quelli che si chiedono “non sto annaffiando poco le mie piante?” e cercano on-line informazioni. No, almeno per quanto riguarda l’inverno, non si annaffia mai troppo poco. Anzi, è assolutamente necessario per la sopravvivenza della vostra amata cactacea, e non secondariamente per assicurarsi una bella fioritura a primavera.

E infatti, ecco qua i fiori dello Stenocactus, con i loro petali bicolori, bianco avorio al margine e porpora profondo al centro, e il cuore leggero e morbido, appena baciato dal polline.Stenocactus coptonogonus Stenocactus coptonogonus Stenocactus coptonogonus Stenocactus coptonogonus Stenocactus coptonogonus

Qua ci stiamo solo scaldando

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L’inverno è stato molto duro qua nei 12mq. Non ha fatto particolarmente freddo, lo sappiamo, però ha piovuto tanto, e anche sopra le piante, dopo l’implosione della serra lo scorso ottobre, avvenuta mentre non ero in casa e in concomitanza con una bella acquata. Adesso, rinvasando, ho dovuto fare la conta dei caduti… Fra i tanti, anche la Mammillaria polythele inermis che è stata la prima pianta della mia collezione. Insomma un inizio di primavera vagamente turbato dalla consapevolezza che avrei potuto fare di più e meglio questo inverno, ma le circostanze non me lo hanno consentito.

Per fortuna che i cactus mica aspettano me: quelli vanno alla grande con le loro gambe. Per esempio, la Mammillaria bombycina di cui ho parlato già lo scorso anno è ormai un monumento vivente, e a tre piani: non si sa come faccia, continuano a puntare alla base polloni su polloni, e adesso sia la pianta madre che i polloni sono pieni di boccioli… Quando prende il via chi la ferma più? Sarà un cesto di fiori rosa, piccoli ma coloratissimi e, soprattutto, imbattibili, alla faccia della serra e del marciume! Insomma, qua ci stiamo solo scaldando…
Mammillaria bombycina Mammillaria bombycina Mammillaria bombycina Mammillaria bombycina Mammillaria bombycina

Rifiorire in autunno, contro ogni aspettativa

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Ci sono piante per cui, acquistandole, non scommetterei un euro sulla loro capacità di resistenza. La Schlumbergera che ho preso lo scorso anno, non ricordo neppure più dove, è una di quelle. Così apparentemente delicata, così apparentemente sterile… Ho pensato che era bene godere dei suoi bei fiori sul momento, perchè non sarebbero durati, e non avrebbe più fiorito. Non che dentro di me ne dessi la colpa a lei, ma piuttosto alle mie capacità e all’ambiente, che probabilmente, pensavo, non avrebbe consentito di coltivare la pianta senza le metodologie dei vivai.

E invece mi sbagliavo eccome. E’ passata un anno in cui lei è quasi seccata, ha vivacchiato, si è ripresa sul finire dell’estate e, adesso si sta preparando a fiorire di nuovo. I margini delle foglie sono carichi di bocci.schlumbergera

Il porpora e il verde

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Un paio di anni fa, proprio in questo periodo, la mia amica Fancyhollow mi ha portato una piccola talea dal suo giardino: una succulenta piuttosto diffusa sui balconi cittadini in realtà, che mi aveva colpito per il colore viola purpureo delle foglie. Ho provato a mettere la talea in un vaso, ma mi sembrava che il risultato dell’operazione fosse stato negativo: in un primo momento ha stentato, poi è marcita, e a primavera non era rimasto più nulla. Quel vaso è rimasto dimenticato in un angolo del balcone, e la primavera successiva, sorpresa! La pianta ha germogliato e quest’anno ha avuto uno sviluppo rigoglioso, tanto da fiorire addirittura.Setcreasea purpurea

Ho notato la medesima pianta ovunque, in Turchia, questa estate, diffusa in cespugli fitti e densamente fioriti. Si tratta della Setcreasea purpurea, una succulenta originaria del Messico, dal portamento dapprima eretto e poi strisciante e tappezzante, quando emette radici dai nodi. Le foglie sono bellissime, lanceolate e dal colore intenso, coperte di una peluria bianca. Apperentemente uniforme, il loro colore nasconde in realtà un caleidoscopio di tonalità, che si apprezzano in controluce: il viola è alternato a bande verde scintillante, sui margini risaltano delle linee color fucsia, e la superficie è iridescente alla luce del sole. I fiori sono piccolissimi, fucsia, con tre petali e tre sepali. Stamattina, notando la presenza dei fiori, mi sono messo ad osservare questa pianta è l’ho trovata, per la prima volta, piena di poesia. Leggi il resto di questa voce

Per la barba di Giove, che nome!

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Ultimamente sto rispolverando la mia mai sopita passione per la Grecia, complice il viaggio in Turchia di questa estate e la visita di così tanti luoghi carichi di memorie elleniche, dai nomi evocativi e adornati di architetture meravigliose.

Ogni volta che il mio pensiero va alla Grecia, non posso fare a meno di ripetermi nella mente l’omaggio, asciutto ma estremamente denso, che Marguerite Yourcenar attribuisce all’imperatore filelleno nelle sue Memorie di Adriano: “Fino alla fine dei miei giorni sarò riconoscente a Scauro per avermi costretto a studiare il greco per tempo. Ero ancora bambino, quando tentai per la prima volta di tracciare con lo stilo quei caratteri d’un alfabeto a me ignoto: cominciava per me la grande migrazione, i lunghi viaggi, e il senso d’una scelta deliberata e involontaria quanto quella dell’amore. Ho amato quella lingua per la sua flessibilità di corpo allenato, la ricchezza del vocabolario nel quale a ogni parola si afferma il contatto diretto e vario delle realtà, l’ho amata perché quasi tutto quel che gli uomini han detto di meglio è stato detto in greco. […] L’impero, l’ho governato in latino; in latino sarà inciso il mio epitaffio, sulle mura del mio mausoleo in riva al Tevere; ma in greco ho pensato, in greco ho vissuto.” Mi rendo conto che anche per me, da quando il professore di greco del ginnasio entrò in classe il primo giorno di scuola salutandoci in greco, la Grecia è casa, è un luogo in cui ho vissuto e continuo a vivere.

Ho sempre amato la storia delle religioni, e quindi sto facendo una full immersion di letture orientate soprattutto in questo campo. E alla mitologia classica mi fa pensare questa piccola succulenta, che ha invero un nome piuttosto altisonante se comparato con la sua statura: Jovibarba allionii. Si tratta di una Crassulacea europea, diffusa sulle Alpi Occidentali, sia sul versante italiano che su quello francese. La mia piantina viene dalla Svizzera, da Ginevra precisamente. Nel suo habitat naturale cresce spesso nei crepacci e nelle spaccature delle rocce, che colonizza formando tappeti compatti, grazie alla facilità con cui nascono e attaccano gli stoloni basali. E’ una pianta di semplicissima coltivazione, dalla straordinaria resistenza al freddo, alle correnti d’aria, all’umidità, alla carenza di terreno… Vabbè basta pensare a dove vive!

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