Archivi categoria: Cacti ad arte

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Io, con i miei studi di antichistica alle spalle, di arte contemporanea sono completamente digiuno. La mia comprensione dei fenomeni artistici, già di per sè limitata, lambisce il III secolo d.C. con una certa tranquillità, e si avventura nei secoli successivi con l’appoggio di qualche solida nozione liceale, ma dopo l’Ottocento si apre un mondo incomprensibile e arcano, le cui chiavi sono del tutto nascoste.

Ma chi non sente il fascino dell’ignoto?Galleria Arte Moderna Roma (6) (Medium)

E così mi sono deciso a visitare la Galleria Nazionale di Arte Moderna di Roma (GNAM al tempo degli acronimi), un’idea che accarezzavo a dire la verità da qualche anno, non riuscendo mai a concretizzarla. E’ stato amore a prima vista. La mia visita è durata, ho calcolato, quasi cinque ore. Cinque ore volate, letteralmente. Leggi il resto di questa voce

Rettili e cactus in un mondo impossibile

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Un giorno una signora mi telefonò e mi disse: «Signor Escher, sono affascinata dai suoi lavori. Nella sua composizione “Rettili” ha raffigurato in maniera convincente la reincarnazione.» Le risposi: «Se Lei crede di trovarvi ciò, sarà davvero così.»

escher rettiliMaurits Cornelis Escher è stato un grafico olandese (1898-1972), noto soprattutto per le sue incisioni che esplorano le possibilità percettive dello spazio, sia bidimensionale che tridimensionale, anzi giocando spesso nell’intersezione fra i due per creare costruzioni impossibili e tendenti all’infinito.

Fanno ormai parte dell’immaginario comune le scale che si intersecano su piani perpendicolari percorse in tutti i sensi da personaggi che non possono arrivare in alcun luogo, i pesci che si trasformano progressivamente in uccelli, i quadrati che danno vita a foglie frastagliate e sinuose, le formiche che si rincorrono su nastri. Alla base di queste composizioni non può esserci che una dettagliata conoscenza della geometria, dei frattali e del procedimento noto come tassellatura, che consiste nel ricoprire il piano di figure geometriche ripetute all’infinito senza sovrapposizioni, che Escher varia e anima di elementi animali e vegetali.
Posso datare con precisione il mio primo incontro con Escher, perché la mia antologia di italiano delle medie aveva in copertina un suo lavoro, una superficie circolare tassellata con pesci, che tendevano all’infinito verso il margine. Sono sempre stata affascinato da quella copertina, cui sono molto affezionato. Non conoscevo tuttavia questi Rettili, che ho scoperto la scorso capodanno ad Amsterdam. Vi si ritrovano molte delle tematiche care a Escher: la tassellatura del piano che a partire da semplici esagoni da vita ad animali, la commistione fra mondo che rende possibile ai piccoli alligatori di prendere vita e staccarsi dal piano per percorrere un circolo e tornare a farsi carta e inchiostro, la vena ironica e surreale. Gli oggetti ai lati della composizione principale sembrano rimandare in parte alla patria di Escher, in parte ai paesi ch visitò e amò nel corso della vita. All’Olanda rimandano infatti la bottiglia di terracotta che chiaramente contiene Jenever, il tipico liquore a base di ginepro, ma anche il libro aperto, caro ai pittori fiamminghi di nature morte, soprattutto seicenteschi, e che ritroviamo anche in Van Gogh, che dipinse una monumentale Bibbia, insieme memento mori e simbolo della sua forte e sofferta fede religiosa. Parlano invece di Mediterraneo, di Spagna e di Italia le due piccole succulente, una Mammillaria e un’Aloe.
Se la signora dell’episodio citato in epigrafe pensava ad una rappresentazione della reincarnazione, ipotesi che lo stesso Escher sembra smentire, intendendo fra le righe che sensi reconditi, nelle sue opere, non vanno cercati, a me questo lavoro sembra una rielaborazione ironica dei grafici con cui di solito si rappresenta l’evoluzione della vita sulla terra. Mentre in quei casi si rappresenta un pesce che diventa anfibio e poi rettile e infine mammifero, qui evoluzione non esiste, e l’animale prima e dopo l’emersione dal caos cui è destinato a tornare è sempre e solo, un povero rettile.

Montale e l’agave

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Pubblicata nel 1925, la prima raccolta poetica di Eugenio Montale, Ossi di seppia, dipinge lirica dopo lirica il paesaggio della riviera ligure con i suoi impetuosi venti che spazzano la superficie del mare, il ribollire delle acque in tempesta, gli insetti che popolano la macchia mediterranea, il sole che abbaglia e brucia. E’ un mondo arido e impietoso, in cui appiono solo rari barlumi di speranza. Gli oggetti si fanno simbolo dello scorrere implacabile del tempo e della vana ricerca di senso.

L’agave su lo scoglio

O rabido ventare di scirocco
che l’arsiccio terreno gialloverde
bruci;
e su nel cielo pieno
di smorte luci
trapassa qualche biocco
di nuvola, e si perde.
Ore perplesse, brividi
d’una vita che fugge
come acqua tra le dita;
inafferrati eventi,
luci-ombre, commovimenti
delle cose malferme della terra;
oh aride ali dell’aria
ora son io
l’agave che s’abbarbica al crepaccio
dello scoglio
e sfugge al mare da le braccia d’alghe
che spalanca ampie gole e abbranca rocce;
e nel fermento
d’ogni essenza, coi miei racchiusi bocci
che non sanno più esplodere oggi sento
la mia immobilità come un tormento.

 E’ ispirandosi alle poesie di Ossi di seppia che Guido Peyron realizza nel 1932 il Ritratto del poeta Montale, attualmente esposto a Palazzo Strozzi nell’ambito della bella mostra Anni Trenta. Arti in Italia oltre il Fascismo. Il poeta è rappresentato seduto in una terrazza aperta sul mare, il cui azzurro placido, campito uniformemente, fa da sfondo all’intera composizione. A sinistra, al di là della balconata, compare un esemplare di Agave americana, ben riconoscibile dalla forma delle foglie e dalla lunga e caratteristica infiorescenza. E’ la seconda volta che incontro un’agave in un’opera pittorica: se nel dipinto Il lago Averno di Jakob Philipp Hackert la pianta si inseriva compiutamente in un idillico paesaggio classicistico, in questo caso la sua presenza costituisce una sorta di alter ego del poeta, che proprio all’agave si paragona nella lirica L’agave su lo scoglio. La pianta si fa simbolo di impotenza e disperazione, abbarbicata alla roccia nel tentativo di sfuggire alla furia del mare e incapace di produrre fiori.

Un’Opuntia immaginista

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Ho visitato recentemente a Palazzo Strozzi la mostra Anni ’30. Arti in Italia oltre il fascismo. L’esposizione restituisce una vivace immagine del clima artistico e culturale del decennio che ha segnato l’apogeo del regime attraverso una selezione dei capolavori dell’epoca: pittura, scultura e design rappresentano l’opera di oltre quaranta artisti, da apprezzare con mente aperta e scevra da pregiudizi. Si viene introdotti innanzitutto in una panoramica della produzione artistica dei maggiori poli di attrazione della scena culturale italiana: Milano, Roma, Firenze, Torino, Trieste, città dove operano maestri come Sironi, Soffici, Donghi. La seconda sezione è dedicata invece agli artisti emergenti, il cui percorso proseguirà spesso anche nel secondo dopoguerra: opere di Fontana, Guttuso, Marini insieme a molti altri si susseguono ad un ritmo serrato in due ampie sale. Le sezioni successive seguono le orme degli artisti italiani nei loro viaggi all’estero, e soprattutto nelle grandi città europee come Parigi e Berlino, e propongono una selezione di lavori di artisti di altre nazionalità in viaggio nel Belpaese. Interessante è la parte dedicata al rapporto fra arte e regime, indagato attraverso le commissioni pubbliche e i premi nazionali. L’ultima sezione, infine, conclude il percorso con un’incursione del mondo del design, che acquista una sempre maggiore importanza nell’ottica della diffusione di un ideale estetico e culturale in un’epoca in cui l’arte diventa anche strumento di comunicazione di massa. Un evento davvero denso e fonte di innumerevoli riflessioni: se siete a Firenze, se passate da Firenze, merita davvero di farci un salto, e anche di più: passateci qualche ora!Per quanto mi riguarda, ho passato davvero un bel pomeriggio, ancora più speciale perchè condiviso con un gruppo di amiche. Confesso francamente di non avere gli strumenti culturali per comprendere appieno l’arte del Novecento: in molti casi il piacere estetico non è controbilanciato da una sufficiente capacità di analisi e contestualizzazione… Ma nonostante ciò, mi pregio di aver individuato un nuovo Cactus ad arte in un dipinto del 1932 di Vinicio Paladini dal titolo Complesso onirico n. 1! Artista poliedrico e multiforme (pittore, architetto, scenografo e bozzettista), di idee comuniste e antifasciste, Paladini è un esponente del movimento immaginista, che propone atmosfere metafisiche e densamente simboliche. In Complesso onirico n. 1, è una talea di Opuntia a farsi simbolo e allusione, fungendo da contrappunto all’intrigante gioco di sguardi che intrecciano un’elegante bionda, dal levigato nudo, distesa diagonalmente su di un letto al centro della scena, ed un busto marmoreo di Antinoo coronato di fiori.

Sembra quasi che ci capisca qualcosa, vero?!

Un’agave settecentesca sul Lago Averno

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Quando a settembre ho scritto un post su una pianta di Opuntia rappresentata in un quadro della Neue Pinakothek di Monaco di Baviera non credevo che ci sarebbe stato un futuro per la rubrica Cacti ad arte. Invece il post ha avuto un insperato successo, ed è uno dei più visitati del blog. Motivo per cui mi decido a pubblicare un secondo avvincente caso di riproduzione di pianta grassa in un dipinto.

Si tratta di una idealizzante veduta dal sapore classicistico, dipinta da Jakob Philipp Hackert nel 1794, e dal titolo Il lago Averno. Lo specchio d’acqua occupa il centro del dipinto, mentre sullo sfondo si intravede, incastonato fra alte scogliere,  il golfo di Baia. Le placide onde del lago riflettono i boschi e l’azzurro cristallino del cielo: l’idillio è completato dalla presenza di un gruppo di rovine di epoca romana sulla sinistra, che non guastano mai, da un contadino che conduce un asinello con la soma carica di uva mentre il cane fedele lo precede sul sentiero (un cammeo a dire il vero un po’ naive), e da un gruppo di caprette intente a brucare l’erba o a godersi il tepore primaverile. Giochiamo a cerca l’intruso? Beh, a fianco delle caprette svetta un enorme esemplare di Agave americana, riconoscibile per le sue monumentali dimensioni ma soprattutto per la caratteristica infiorescenza, che può raggiungere i dieci metri di altezza.

Perchè ho detto che il gioco a cui stiamo giocando è cerca l’intruso? L’Agave americana è una pianta originaria dell’America latina, ed in particolare del Messico, ed è stata una delle prime piante ad essere introdotte in Europa dopo la conquista… oggi è ormai spontaneizzata in tutto il bacino del Mediterraneo, ma forse non doveva essere ancora così nel 1794. Mi piace pensare che sia stata la suggestione dell’esemplare esotico ad indurre Hackert a conferirle un posto così rilevante al centro del dipinto, dove l’infiorescenza costituisce l’asse verticale principale della composizione, e a descriverla minuziosamente come si trattasse di un’incisione per un manuale di botanica…

Un fico d’India per Ottone I

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Ho sproloquiato di come mangiare cactus e di come i cactus siano presenti nel design contemporaneo, quindi a questo punto ritengo necessaria una severa riflessione sul ruolo del cactus nella storia dell’arte. L’insana idea mi è balenata oggi visitando la Neue Pinakothek di Monaco di Baviera, una straordinaria raccolta di pittura e scultura europee dalla fine del Settecento ai primi del Novecento. Passeggiare nelle 22 ariose sale del museo è come sfogliare un vero e proprio manuale, dalla pittura accademica di marca classicistica fino al simbolismo. Sono rappresentati, come è logico aspettarsi, soprattutto artisti tedeschi. Nelle loro opere, colpisce in primo luogo quella che Friedrich Overbeck definì “l’eterna nostalgia del Nord per il Sud”, per la sua arte, per la sua dolcezza, per la sua poesia. I paesaggi italiani e greci ricorrono frequentemente, sia in vedute velate di rimpianto, sia in grandiosi affreschi storici. Proprio in uno di questi ultimi, L’ingresso di Re Ottone di Grecia a Nauplio di Peter von Hess, l’artista ha rappresentato, con una precisione che fa da contrappunto alla minuziosa descrizione dei costumi e delle acconciature ottomane, alcuni esemplari di Opuntia Ficus-Indica, che incorniciano la scena alludendo al paesaggio naturale circostante la città di Nauplio.

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