“Grammatica creativa” (corso di sopravvivenza per secchioni)

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Grammatica creativaEbbene sì, adesso che sono più vicina agli anta che agli enta posso ammetterlo serenamente a me stessa: la scuola superiore, per chi è stato segnato (ingiustamente!) dal marchio del secchione è una sorta di Purgatorio posto in mezzo fra l’Inferno delle medie e la liberazione, se proprio non vogliamo definirla Paradiso per non tirare per le lunghe l’analogia, dell’università.

Perché alle medie non c’è proprio pietà né via di scampo se riveli al nemico la tua passione per la lettura piuttosto che per la tv, mentre alle superiori almeno puoi impegnarti con qualche successo a passare semplicemente per un eccentrico se i tuoi parametri di vita sono del tutto incompatibili con l’ambiente che ti circonda, se ascolti musica che ha come minimo trent’anni, leggi romanzi russi dell’Ottocento e ti prende una crisi di panico all’idea di uscire il sabato pomeriggio per fare la classica e attesissima “vasca” sul corso principale del paese.

Certo, devo dire che al passaggio al temuto triennio un elemento potenzialmente a sfavore della mia popolarità, appena in tiepida ascesa grazie alla partecipazione poco convinta alla tradizionale okkupazione dell’istituto, fu il voto inaudito ottenuto al primo compito in classe di italiano: quello a due cifre, quello leggendario e improponibile. La voce si sparse in tutta la scuola, e quando mi fermarono in corridoio chiedendomi: “oh ma te sei quella che ha preso 10?”, pensai, “vai, è la volta che le piglio”. Invece no, stranamente. Il voto, con quella sua aura mitologica, servì a conquistare un inaspettato e plenario rispetto.

Una delle autrici di questo libro, che ho riletto adesso dopo quasi vent’anni, è stata la mia insegnante del Liceo. Allora noi avevamo quindici anni, e lei trentadue: meno di quelli che ho io adesso, ma ovviamente per noi era un’adulta, e un’insegnante per di più. Se penso adesso a quella differenza d’età, capisco (e sorrido di me stessa) l’inspiegabile deferenza con cui talvolta vengo apostrofata.

I temi che ci venivano proposti erano poco convenzionali: si partiva dai testi studiati in classe, i classici della letteratura italiana, per divagare da un autore all’altro, fino ad arrivare saltellando di parola in parola e di verso in verso fino agli scrittori e alla musica contemporanei. Gli altri insegnanti storcevano apertamente il naso di fronte a un metodo così poco ortodosso, così poco “scolastico”, che invitava gli studenti a confrontare una poesia di Eugenio Montale e una canzone di Francesco Guccini, lasciava ampio spazio alla creatività, ai percorsi personali, anche (ma con la richiesta di un uso rigoroso, pena la censura) all’emotività.

Il libro è un originale manuale di scrittura, che affronta dieci diversi aspetti, in progressione crescente di complessità, di quella magia rara che è l’atto di dare una forma stabile al pensiero, esemplificando lì con brani tratti da opere di scrittori italiani e non. I dieci capitoli in cui si struttura il volume rispecchiano i parametri di valutazione utilizzati dalla nostra insegnante (ed elaborati in seno al “Progetto creatività” – ma mica lo sapevamo allora – del Ministero della Pubblica Istruzione), da un livello 1 (grafia e ortografia), 2 (precisione lessicale) a salire fino ad un livello 9 (approfondimento critico) e 10 (creatività).

Ricordo il senso di sfida che accompagnava la mattina di ogni compito in classe. La sfida non consisteva tanto nella possibilità o meno, in quelle due ore, di produrre un buon compito. Non mi interessava. La sfida era stare a vedere quale nuova porta mi avrebbe aperto quella prova: era incredibile come ogni volta lo stimolo intellettuale della traccia facesse germogliare idee, immagini, collegamenti che io stessa faticavo a riconoscere come miei. Quello che mi si chiedeva nella maggior parte dei casi, in realtà, era ciò che mi piace(va) di più: creare ponti di senso fra testi apparentemente lontani, farli dialogare fra loro per mettere in evidenza il sottotesto, il nondetto, lo spazio meraviglioso lasciato all’arbitrio e alla fantasia del lettore.

Scrivevo poco. Gli anni precedenti ero stata rimproverata spesso dai professori per questo mio stile così conciso. Eppure non potevo fare diversamente. Il mio pensiero distilla in alambicchi, non dilaga. Scrivevo tre pagine a rigo intero buttate giù di pancia, per poi limarle fino a raggiungere tre colonne, quattro al massimo. Quando, pochi anni dopo, avrei incontrato le pagine limpide e purissime di Marguerite Yourcenar sarebbe stato amore a prima vista. Quei compiti scolastici, indimenticati, sono stati prima di tutto un inno precoce al piacere di leggere, alla voglia di sapere, al sogno e all’indipendenza.

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  1. Bello! I ricordi del liceo, della prof, dei temi di italiano che sembravano perimetrare uno spazio tutto tuo di conoscenza di se stessi. Tempo per pensare e per creare. E il 10 prova che sei portata per questo. Oltre che per tante altre cose, va bene. Ma questa, per me, è una delle più belle. 🙂

  2. I tempi del liceo, dove si costruisce l’individuo. Anch’io ricordo soprattutto quegli insegnanti che non si limitavano alla “lezione”, ma andavano oltre e ti facevano riflettere, ti insegnavano veramente qualcosa dell’arte di vivere.

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