Due giorni in Blade Runner (Il Cairo_novembre 2015)

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Della maggior parte degli edifici, non si riesce a capire se siano stati abbandonati poco dopo la costruzione, o dopo un lungo e felice (ma ormai trascorso) periodo d’uso. Oppure ancora se, semplicemente, non siano mai stati terminati. Gli uomini se ne sono andati.

Siano essi le vestigia arabescate di eleganti palazzi di inizio Novecento, noncuranti eredi del complesso passato coloniale del paese, o scheletriti palazzoni tipicamente anni ’70 di cui il vento abbia eroso la pelle di cemento per metterne a nudo le fragili ossa in ferro, tutti sono coperti da una polvere stranamente chiara, sottile impalpabile uniformante metafora del tempo che scorre.

Quanti abitanti ha Il Cairo – al Qahira, La Soggiogatrice?Il Cairo

Molte sono le stime, ma forse nessuna è corretta. Forse non è proprio possibile contare sul serio gli abitanti di una delle città più popolose dell’Africa.

Difficilmente, alle tante finestre che si aprono nelle pareti scrostate degli edifici, si può intuire un qualche indizio di presenza. È più facile, ad osservarle così, cieche e buie, che siano solo un sottile diaframma fra un vuoto interno e un paesaggio di diversità modellato da iniziative individuali spontanee, che solo in un’altra galassia si possono sensatamente definire abusi edilizi. Là, su una terrazza, spunta un gazebo in legno a cui il tetto di vere tegole toglie qualsiasi pretesa di provvisorietà. Di sotto, il perimetro di un balcone crollato è sostituito da filari di mattoni di neolitica terra cruda, appena giustapposti. Di sopra, inferriate eleganti come quelle di un monastero siciliano del Seicento proteggono l’affaccio di un condizionatore elettrico.

Non sembra un presente. Sembra un futuro disperato. Sembra Blade Runner.

Quel che è certo, è che ovunque si trovino fra quei silenziosi relitti urbani, gli abitanti si riversano quotidianamente per strada, alla guida di veicoli vecchi o meno vecchi ma tutti ugualmente segnati da non sempre pacifici incontri con i loro simili. Il caos nelle strade è totale, inaccessibile, eppure la nostra guida riesce comunque a raggiungere la destinazione, scivolando fra i pericoli come se fosse la cosa più naturale da fare in mezzo a milioni di auto furgoni motociclette rumoreggianti ad ogni accenno di passo falso. Attraversare queste strade a piedi è una roulette russa a cui alla fine diventa quasi divertente sottostare, come fosse una sorta di rito iniziatorio: ad esso la guida ci sottopone con un sorriso falsamente incurante. C’è una tensione sottile, l’esercito è ovunque, ma vediamo con la coda dell’occhio qualcuno che non indossa divisa estrarre, a un angolo di strada, la pistola dalla tasca dei pantaloni.

Dietro quelle finestre, in quei palazzi nonostante tutto maestosi, ognuno sorvegliato da un custode nubiano in jelabyia bianca, che ti apre sorridendo la porta dell’ascensore e ti conduce nei corridoi di marmo privi di luce, in cui si accumula di lato, dove di solito non si cammina, un dito di polvere rossa del deserto, si nascondono cose inimmaginabili. Passati nascosti fra le pieghe di questo presente che ci troviamo ad attraversare.

Abbiamo il privilegio di accedere a uno di essi, ma devono essercene molti altri: la Galleria (così la chiama con giusto orgoglio la guida) ci si schiude davanti come il portale delle Mille e una notte. Polverosa anch’essa, e oscura, è un meccanismo perfetto di confusione del tempo. Vecchi mobili da ufficio e gioielli in quello stile egittizzante che spopolò dopo la scoperta della tomba di Tutankhamon, albumine raccolte in album o sciolte, lettere, valige, piume di pavone e scacciamosche, tutto si mescola in un disordine claustrofobico che ti assale con la molteplice nostalgia delle infinite possibilità.

Tempio della ValleIn cerca di un qualche non effimero ordine, andiamo alla piana di Giza. Le Piramidi, fra lo scoppio dell’aereo russo nel Sinai e il venerdì di Parigi, sono deserte e irreali. Sospese in una bolla silenziosa. Anche qui gli uomini se ne sono andati. Serpeggia la paura fra i venditori di souvenir che nemmeno scoprono la loro mercanzia, lasciandola pietosamente avvolta, al sole tiepido, da teli di cellophane e polvere.

Nel rigore geometrico del Tempio della Valle si sovrappongono ricordi e sensazioni di un altro viaggio.

Quassù, guardando di lontano la città, la presenza della polvere sulle pietre è accettabile, la grandiosità della rovina, la sua oggettiva antichità la rende a un tratto sopportabile. Ripercorrere i propri passi a distanza di anni, in un luogo così lungamente pensato e rielaborato, misura una distanza interna implacabile.

Per spezzare il senso di déjà-vu, è necessario fare qualcosa di non prima fatto. Quella caverna che non è una vera porta sul fianco della piramide l’ho solo vista da lontano nel passato: adesso la Grande Galleria può aprirsi per me con i suoi echi di antichi viaggiatori, con il bagaglio di letture e incisioni che popolano il mio immaginario. Percorrerne l’aria densa è un cammino a metà fra la visione e la liberazione, fino a sbucare all’interno di un solido geometrico puro, la cui uniforme superficie, vibrante solo dei cristalli del granito, non ha niente di umano. È fredda, quasi crudele nella sua perfezione. Quella polvere che tutto riveste, che si insinua beffarda ovunque negli interstizi del presente, qua non esiste, non sfida il sarcofago, unica rottura nel disegno matematico della stanza.

Capisco gli antichi viaggiatori. I secoli sono qui. Mi sdraio anch’io nel sarcofago.
Piramide di Chephren e Micerino

Piramide di Cheope

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  1. Bello! Le ultime parole poi mi hanno fatto pensare al “m’illumino d’immenso” di Mattina ed anche al “naufragar m’è dolce in questo mare” dell’Infinito… ma non chiedermi il perché ☺️☺️☺️

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