C’è chi sogna la California – breve viaggio tra i contrasti di una civiltà

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Questa è la California?

La prima mattina in cui mi sveglio a Los Angeles scosto con un moto di disappunto la tendina della mia camera su di un cielo che si srotola basso e grigio svaporando in densi meandri fra i grattacieli. Ma la decisione è presa, e inizio a correre nel campus della celebre UCLA – sì, proprio quella cosa che campeggiava tronfia sul 90% delle felpe che indossavamo negli anni ’80 e che per anni non ho proprio capito che cosa significasse.

Incrocio ragazzi in divisa da medico, col caffè in mano e la musica nelle orecchie, professori in giacca e cravatta, col caffè in mano e la valigetta sottobraccio, e operai che si concedono un attimo di riposo su una panchina, col caffè in mano e gli occhi persi sulla punta delle scarpe. Se allora non capivo cosa significasse, correndo fra i giganti di vetro e acciaio oggi immagino che cosa debba significare studiare e lavorare in un posto come questo.

Presto il cielo si apre a compiere una trasformazione che vedrò tutte le prossime mattine: non nuvole, ma nebbia, nebbia che sale dal mare al tramonto e che ristagna sulla notte della città, per squarciarsi a metà mattina e liberare le profondità di un cielo di lapislazzuli.

Bouganville a Los AngelesSolo ora compaiono, come se prima non esistessero, le palme, le enormi siepi di bouganville, gli incredibili sconosciuti alberi dai grappoli di fiori violetti o gialli. Ma nonostante il verde fresco dei prati, nonostante il tepore del sole sulla pelle, nonostante lo scoppiare dei colori, una vena di malinconia non smette di stringermi: quel contrasto fra la nebbia e l’astro, la prossima classe dirigente che beve il caffè sfogliando il giornale sull’iPad e l’operaio che continua a fissare testardamente la punta delle scarpe.

Tutto è gigantesco: il campus, i palazzi, le automobili, le porzioni dei cibi, le strade, i mazzi di carte di credito. Una gigantesca, continua bulimia. Punteggiano le strade, in un assordante incognito, tende improvvisate, carrelli carichi di oggetti e abiti, incupiti da una patina di smog e di tempo. Perché una vita si è racchiusa in quelle vecchie valige fermate con nastro da pacchi?

Arrivo sul Sunset Boulevard. Sulla collina qua sopra ci sono le ville di Bel Air, agglomerato tentacolare racchiuso da un muro e da un cancello. Non ha un senso camminarci, e nessuno lo fa: si può solo sorvolare in macchina le strade fantasma dove nemmeno esistono marciapiedi.

Mi sembra che solo correre mi permetta di vedere di più questa città e di cogliere meglio il contrasto che mi fa così paura.
IMG_1203 University of California

Di tutto quello che vivrò qui, in una parentesi di scoperta che durerà pochi giorni, come fossi un esploratore giunto infine nel cuore di una lontanissima tribù selvaggia da studiare, quello che più mi resta impresso – con buona pace degli amanti degli States – è il viaggio di ritorno. Io che quando sono in viaggio mi chiudo in una meditazione muta che pendola dallo scorrere del paesaggio nei finestrini al mio libro (e il mio libro oggi è Il Conte di Montecristo – pregustando da giorni le ore del volo per finirlo), mi ritrovo a parlare con i due compagni di viaggio che la lotteria dei posti mi ha sorteggiato.

Italiani che rientrano dopo un paio di mesi in America, vent’anni entrambi: lui che cerca di inventarsi una carriera da attore e pensa che l’unico modo per avere qualche possibilità sia trasferirsi a Los Angeles, sposarsi per avere la cittadinanza e finalmente lavorare, lei che studia in una facoltà che non le piace e che proprio non sa cosa vuol fare da grande e dove, Londra sarebbe bello ma anche l’America. In Italia no, sicuramente.

Che bei sorrisi che hanno.

Dopo il decollo, iniziamo a parlare, dopo un’oretta ci prendiamo in giro come se stessimo viaggiando insieme e ridiamo come matti dicendo una montagna di fesserie e scambiandoci di posto a seconda di come ci viene meglio. Lui dice che gli mancano i fratelli, le sorelle, i genitori, che non vorrebbe andarsene da casa ma altrimenti i sogni restano nel cassetto. Lei mi dice: “mi racconti un po’ la tua vita?“, e dopo che le dico che lavoro faccio mi scruta come se fossi una che è arrivata, indovino il desiderio di un consiglio che sono ben lungi dal poter dare. Che tenerezza che mi fanno questi due.

La ragazza con cui mi incrocio ogni volta che vado al bagno, invece, ha la mia età: una massa di corti ricci neri e un sorriso altrettanto bello, ma dietro un fondo di consapevolezza. Lei si è trasferita a Los Angeles da Roma dopo anni di precariato, ha cambiato totalmente lavoro, ha fondato una società e sta bene, ora, “ma questo è un paese per giovani“.

E domani?

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  1. Allora non è vero che l’erba del vicino è sempre più verde !?!?
    Anzi, a pensarci….. ho proprio letto che qualcuno in California ovvia alla attuale siccità (e conseguente divieto di usare acqua) spruzzando il prato del giardino con vernice verde!

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