5_Ugo Pesci, “Firenze capitale (1865-1870)”

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Ugo PesciNel 1864, quando la clausola segreta della Convenzione di Settembre stabilì il trasferimento della capitale del neonato Regno d’Italia da Torino ad altra città da individuare (segno tangibile della rinuncia a Roma, nelle intenzioni della Francia, che aveva imposto la clausola come condizione del ritiro da Roma), Firenze era ancora una città medievale: le mura arnolfiane (XIII-XIV secolo), progettate in vista di un auspicato incremento demografico che sarebbe stato interrotto bruscamente dalle ondate di peste del Trecento, racchiudevano un tessuto urbano disomogeneo, in cui la mole imponente del Duomo gettava la sua ombra su basse casupole, e in cui i palazzi nobiliari erano intervallati agli orti e ad ampie distese non edificate. Pochi mesi dopo, la modernità avrebbe bussato prepotentemente alle porte della città, mutandone per sempre il volto. L’abbattimento delle mura, la creazione dei viali di circonvallazione, l’estensione del centro urbano con la nascita di nuovi quartieri residenziali, la demolizione dei quartieri più cadenti del centro storico e l’apertura di nuove piazze ci consegnano Firenze così come è oggi.

Il libro di Ugo Pesci, scritto all’inizio del Novecento, offre una semplice ma vivida cronaca degli anni in cui Firenze ebbe il rango di Capitale del Regno d’Italia, dalle vicende politiche alla vita mondana, improntata ad una visione ottimistica (non so quanto sincera e quanto ancillare) che mi ha molto colpita. Non vi è spazio, nelle pagine di Pesci, per la nostalgia di quella vecchia Firenze che si annidava nelle sordide strade del centro e che fu spazzata via, in quei cinque anni e nei decenni successivi, nel corso di una febbrile operazione urbanistica del tutto ignara (o volutamente ignara) del valore delle testimonianze storiche e architettoniche che si cancellavano in nome dell’avanzare del progresso, dell’igiene e della sicurezza pubblica. Una nostalgia che tuttora aleggia e che ho sempre provato, con il cuore di chi ama il passato e ne vorrebbe comprendere le ragioni e le storie, passeggiando in Piazza della Repubblica, dove solo la Colonna dell’Abbondanza resta a testimoniare la presenza, un tempo, di quello che fu il Mercato Vecchio e il Ghetto, con le sue botteghe, la sua gente e le sue rumorose e non sempre limpide attività. Eppure, afferma nettamente Pesci, Firenze non avrebbe potuto incontrare il nuovo secolo abbigliata con le sue vecchie vesti, per quanto auliche fossero: il cambiamento era necessario, in effetti era già iniziato, in sordina, a partire dagli anni della dominazione francese ed era proseguito durante il regno degli ultimi Granduchi. Certo, sarebbe avvenuto gradualmente e in modo meno traumatico, vogliamo immaginare, se non fosse stato sotto la pressione di una trasformazione decisa dall’alto e imposta in tempi serratissimi.

Telemaco Signorini, Mercato Vecchio a Firenze (1882-1883)

Telemaco Signorini, Mercato Vecchio a Firenze (1882-1883)

Nonostante il rimpianto per ciò che è irrimediabilmente scomparso, le austere facciate della Firenze umbertina in fondo fanno ormai parte della sua identità quanto Palazzo Vecchio e Santa Maria Novella. Nessuna città, come ogni organismo, può restare ancorata ad un momento unico del suo destino se il cambiamento è la cifra unica di tutte le cose, ci piaccia o meno. Abbracciare il cambiamento è una virtù che va saputa coltivare. Quel quinquennio di Firenze capitale, che proprio quest’anno si celebra con una serie interessantissima di iniziative promosse sia dal Comune che da altri enti, porta un turbine di cambiamento improvviso e fugace, segnato dalla percezione della provvisorietà. Era infatti chiaro a tutti i contemporanei, sia a chi cercò di contrastare il trasferimento della capitale o lo criticò vedendovi solo un rischio per Firenze, sia a chi si affrettò a trarne rapidi quanto effimeri guadagni, che quella stagione non sarebbe stata eterna: troppo forte era il richiamo di Roma e il suo statuto simbolico come centro ideale del Regno.

Per pochi anni si affollano dunque a Firenze migliaia di impiegati giunti al seguito del Governo e dei Ministeri, che lasciano con rimpianto Torino immaginando ingenuamente la città toscana una sorta di far west privo delle comodità cui erano abituati e ne restano invece incantati; per pochi anni deputati provenienti da zone diverse del Regno e che per la prima volta si chiamano italiani siedono sugli scranni di Palazzo Vecchio; per pochi anni è Firenze il fulcro della nuova Italia, fino al settembre del 1870, fino a Porta Pia. E così, il vento passò.

Fu in casa Corsini, si può dire, l’ultima festa di Firenze capitale, la sera del lunedì grasso del 1870 – riuscita stupendamente quantunque ballerine e ballerini fossero stanchi davvero, dopo una ventina di notti di non interrotto lavoro – ma la mattina dopo, quando sul far del giorno andavamo per via Palazzuolo verso il centro della città, nessuno di noi pensava che nell’inverno del 1871 si sarebbe ballato a Roma.

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