Waterloo – 200 anni dopo

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La collina del leone - Leeuw van Waterloo

La collina del leone – Leeuw van Waterloo

Waterloo, un piazzale stagnante di sabbie umide, vecchi edifici ciechi dai denti dirupati, insegne cadenti, vernici scrostate, un improbabile caffè: una pozza nel tempo, un gorgo in cui la storia ha cessato di scorrere; un senso di vuoto e di abbandono ti attanaglia sotto il cielo plumbeo, slavato dalla pioggia appena cessata, nonostante il verde rassicurante dei campi e la caligine che sorride fra i rami degli alberi.

Un polveroso diorama tenta coraggiosamente di salvare almeno la memoria, malinconico ma dolce come una piazza di paese alla fine della festa, quando i cartelli strappati si attardano fra le gambe dei passanti.

Così deve aver piovuto nella notte fra il 17 e il 18 giugno 1815: la pioggia fatale che cancellò il sorriso dal volto di Napoleone e tramutò un trionfo già spavaldamente annunciato in disfatta.

Bastò alla Provvidenza un po’ di pioggia perché Waterloo distruggesse Austerliz; una nube che attraversò il cielo fuori stagione fu sufficiente a far crollare un mondo.

Quarantasei anni dopo la battaglia, Victor Hugo portò a termine qui il suo romanzo I miserabili. Gli echi dell’immane scontro si erano spenti da tempo, ma nel percorrere il paesaggio dolcemente ondulato della piana di Waterloo i segni della sofferenza impressi nella terra, nelle ferite degli alberi, nei mattoni crivellati di colpi e nei muri non ancora ricostruiti urlavano prepotentemente il ruolo del destino nelle vicende umane. L’eroismo dei soldati, il carisma del comandante, la tattica militare con i suoi minuziosi calcoli di uomini e mezzi: niente valsero contro la forza superiore che governa il mondo. La carica dei dragoni francesi, sfavillanti nelle loro armature, macchine da guerra più che uomini, si spegne in un crepaccio inatteso, non visibile: con loro si inabissa la stella dell’Imperatore, la battaglia è perduta, si intravede già il profilo dell’Isola di Sant’Elena.

Duecento anni dopo, man mano che saliamo alla Collina del Leone che oggi domina il paesaggio di Waterloo, si intravede finalmente il blu del cielo fra le nubi che si sciolgono e le ali dei gabbiani. I fantasmi evocati da Hugo popolano ancora la piana, una strana energia percorre sotterraneamente questo luogo, ma il cielo di Waterloo è il cielo di Tolstoj, indifferente senza malvagità, pieno e infinito in contrasto con la pochezza umana.

Sopra di lui non c’era più nulla, se non il cielo: un cielo alto, non sereno, ma pure infinitamente alto, con nuvole grigie che vi strisciavano sopra dolcemente. «Che silenzio! Che quiete! Che solennità!», pensò il principe Andréj, «non è più come quando correvamo gridando e battendoci; non è così che le nuvole scorrono su questo cielo alto, infinito. Come non lo vedevo prima, questo cielo così alto? E come son felice di averlo finalmente conosciuto. Sì! Tutto è vuoto, tutto è inganno, fuori che questo cielo infinito. Non c’è niente, niente all’infuori di esso. Ma anch’esso non esiste, non c’è nulla all’infuori del silenzio e della tranquillità. E Dio ne sia lodato!…»

Ad Austerliz, nonostante gli ordini mal recepiti, la mancanza di comunicazione fra i reparti dell’esercito, il caos che si impadronisce della truppa, un meccanismo invisibile porta inesorabilmente alla vittoria di Napoleone. A Waterloo nonostante la migliore posizione, la superiorità numerica, il genio tattico, lo stesso meccanismo invisibile trascina Napoleone nel fango.

Austerliz e Waterloo, la gloria e la disfatta, Guerra e pace e I miserabili, Andrej e Pontmercy: un unico fato che governa tutte le sorti. Non ho cercato, aprendo questi libri, racconti di battaglia: non li ho mai amati particolarmente. Eppure questi eventi formidabili di appena due secoli fa sono fra le pagine che più ho amato e mi sono rimaste care di entrambi: metafore potenti della forza della storia, del fluire inarrestabile, dell’inutilità degli sforzi affannosi che si rivelano inevitabilmente miseri nella prospettiva temporale, cannocchiale rovesciato con cui dovremmo imparare a valutare i nostri atti.

Nulla é piú imminente dell’impossibile… quello che dobbiamo sempre prevedere é l’imprevedibile.

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  1. Pingback: #1_Fra tenebra e luce – Victor Hugo, “I miserabili” | 12mq

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