Survivors 1 – igiene dentale per il Melocactus matanzanus

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Attenzione: questa è una storia ad alto tasso di suspence, direi quasi un thriller politico.

Lo scorso anno mi sono lanciato, pieno di dubbi e trepidazione, in un’impresa che spero sia non troppo al di sopra delle mie capacità botaniche: ho comprato un esemplare, piuttosto grandino a dire il vero, di Melocactus matanzanus.

Non è un cactus di facile coltivazione, che anzi è segnalato con il bollino rosso nella Guida compact delle piante grasse della De Agostini, perchè se d’estate ha bisogno di abbondante acqua ed esposizione soleggiata (e fin qui nulla di strano), d’inverno si rivela piuttosto delicato e sensibile ai ristagni e al marciume, senza considerare che necessita di temperature superiori ai 16 °C. Si tratta inoltre di una pianta a crescita molto lenta, e che solo in tarda età sviluppa all’apice vegetativo una tipica struttura ricoperta di setole rosso-brune, chiamata cefalio, da cui sbocciano – raramente in coltivazione – i fiori. E’ per questo che, contrariamente a quanto faccio di solito, non ho scelto una piantina minuscola da 1 o massimo 2 euri, ma una pianta già abbastanza sviluppata.Melocactus matanzanus (Medium)

Capirete dunque il mio disappunto (leggi: colorite invocazioni riguardanti Maremme di qua e di là) quando, vedendo che la pianta ingialliva e stentava, ho scovato la solita colonia di cocciniglie, con cui avevo già avuto a che fare l’estate di due anni fa con il mio Gymnocalycium baldianum.

Premetto che la cronaca seguente è adatta ad un pubblico di soli adulti. Le cocciniglie fanno schifo, e non hanno nemmeno il buon garbo di farsi togliere di mezzo con grazia ed eleganza, ma si squàcquerano (sì sì proprio squàcquerano, è un termine tecnico) quando uno prova a rimuoverle con un cotton fioc imbevuto di alcool (metodo che avevo preferito ad altri suggeriti in rete e che prevedevano azioni invasive sconfinanti nella rapina a mano armata). E sanguinano. Sanguinano tanto. Insomma è orribile.

Quindi stavolta ho sperimentato un’altra tecnica, che non prevede spargimento di sangue e non si attacca al lavoro del tuo dentista. Perchè? Presto detto. Ho tolto la pianta dal terreno, trovando larve anche in mezzo alle radici anzi diciamo proprio completamente infestata, e l’ho posta sotto un getto di acqua fresca. Contemporaneamente ho usato lo spazzolino del mio fidanzato (no amore non è vero, ho usato uno spazzolino usato) per detergere delicatamente ma energicamente la superficie (è il mese della prevenzione dentale no?!) dalle orribili bestie. Passatina di filo interdentale e via, poi ho lasciato asciugare bene bene pianta e radici in un luogo ombreggiato e ventilato. Per un alito fresco un pochino di colluttorio non guasta. Infine ho rinvasato la pianta.

L’esperimento è riuscito direi. A distanza di qualche mese sono spuntate nuove spine dalle areole: si riconoscono facilmente perchè hanno una colorazione vivida, rosso-bruna, mentre quelle dello scorso anno sono di un bianco-grigio. La pianta, che si era sgonfiata ed ingiallita, ha ripreso tono ed un bel colore verde chiaro. Siamo pronti ad affrontare l’inverno, Melocactus, a questo punto non temiamo neppure tartaro e carie!

[N.d.R. per chi pensa ancora che questo sia un blog serio: la storia è vera solo fino all’uso dello spazzolino, il filo e il colluttorio non li ho passati davvero 😉 Però lo scioglimento positivo è reale, e il sistema funziona!]Melocactus matanzanus (2) Melocactus matanzanus (3) (Medium)

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  1. Pulcino…. Noto che hai un fidanzato. Sei per caso g..? Per il resto un articolo bellissimo, divertentissimo. Peccato che sei un pulcino e non faresti gola a B, altrimenti ce la faresti anche ad entrare nel parlamento dove mancano igienisti per cactusse

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