Cosa fa vivere gli uomini

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Ricordo distintamente l’estate fra la quarta e la quinta ginnasio, Anna Karenina nell’edizione Einaudi fra le mani e gli sterminati pomeriggi passati a leggere in una stanza un po’ isolata della casa dei miei genitori, con lame di sole che filtravano appena dalle imposte a illuminare la danza di minutissimi granelli di polvere.

Ho pianto di notte per Anna Karenina come ho pianto successivamente, fra le pagine di Guerra e pace, per Andrej Bolkonskij ferito e disteso nel campo di battaglia di Austerliz, intento a fissare il cielo nella convinzione di vederlo per l’ultima volta, e per Nataša Rostova nel turbinio del suo primo ballo. E poi La sonata a Kreutzer, La felicità familiare, Resurrezione… Mi piaceva rintanarmi in quella stanza, su quella poltrona che mi ricordava tante cose, oppure in un angolo del giardino, dove cogliere qualche susina dell’albero e passare ore così, sognando.

Solo un po’ più tardi ho iniziato a dipanare la complessità delle riflessioni sul senso della storia e sul mistero della vita, e a interessarmi a lui, a Lev Tolstoj, al tormento intellettuale e profondamente religioso che lo ha accompagnato per tutta la vita, dagli anni scapestrati della gioventù fino alla tragica fuga dalla famiglia e da se stesso intrapresa ormai ottantaduenne, e che lo avrebbe condotto alla morte.

I suoi Diari sono la testimonianza viva di questa ricerca costante, di questa tensione verso l’alto: perchè “ciò che conta è solo fare della propria vita qualcosa di intero, razionale, bello”.
IMG_5744E quindi, amo guardare il cielo, soprattutto in mezzo al luccicare delle foglie, e non posso guardare un cielo senza pensare al Principe Andrej ad Austerliz.

Eppure ieri, mentre osservavo un cielo particolarmente bello al di sopra del Parco della Villa il Ventaglio, un angolo poco noto di Firenze dove è possibile andare a fare pace col mondo, se ce n’è bisogno, mi è tornato in mente un racconto breve di Tolstoj, scritto nel 1881, che si intitola Cosa fa vivere gli uomini. Pensato come una sorta di parabola per gli strati rurali della popolazione russa, da poco liberati dalla servitù della gleba e da poco ammessi all’istruzione scolastica, il racconto ebbe un vero boom editoriale al momento della pubblicazione, mentre oggi è ingiustamente poco noto.

La semplicità disarmante dell’intreccio rivela profondità dense di significato, e un messaggio pieno di speranza.

Il poverissimo calzolaio Semen, di ritorno a casa, incontra presso una chiesetta di campagna un giovane completamente nudo, infreddolito e quasi privo di parola. Vinta la propria resistenza, decide di vestirlo col proprio mantello e di portarlo a casa, dove la moglie, Matrena, accoglie il nuovo venuto con l’ostile resistenza di chi deve privarsi del pane per sfamare l’ospite inatteso. Ma anche il cuore di Matrena si scioglie, tuttavia, di fronte all’innocenza del giovane. Quando la donna gli offre infine un pasto caldo, Michaijl sorride.

Il giovane inizia a lavorare per Semen, ed in breve diventa talmente abile da costituire un valido aiuto per il calzolaio, i cui affari iniziano a decollare. Un giorno, un ricco possidente si reca dal calzolaio per commissionare un paio di stivali, portando con sè la pelle necessaria, e ordinando con tracotanza che glieli facciano resistenti e durevoli. Michaijl sorride una seconda volta, e prepara non un paio di stivali, ma un paio di babbucce da morto. Le disperate proteste di Semen, terrorizzato per la certa ira del signore, si spengono quando giunge la notizia che egli, tornando a casa, è morto per strada.

La terza volta, Michaijl sorride quando una donna entra nella bottega con due bambine, a cui vuol comprare delle scarpine, e racconta che non sono figlie sue, ma di una povera vicina, morta quando le piccole erano ancora in fasce, e che lei ha voluto prenderle con sè, finendo per amarle come se fossero sue.

Ma perchè sorride così misteriosamente, Michaijl? Perchè egli è un angelo, che ha osato ribellarsi all’ordine del Signore di portare via l’anima di una donna, commosso dal fatto che ella avrebbe lasciato due bambine, da poco venute alla luce, ad una morte certa. Per punizione, è stato inviato sulla terra come uomo, per scoprire che cosa c’è dentro gli uomini, che cosa non è dato agli uomini, e che cosa fa vivere gli uomini. E progressivamente l’ha compreso, e ogni gradino di questa conquistata conoscenza gli ha strappato un sorriso. Negli uomini c’è amore, e l’ha compreso quando Matrena gli ha offerto l’ultimo pezzo di pane che conservava per il giorno successivo. Non è dato agli uomini di conoscere che cosa è bene per se stessi, e l’ha compreso quando il ricco possidente ha ordinato un paio di stivali resistenti e duraturi, senza sapere che di lì a poco avrebbe avuto bisogno di un paio di babbucce da morto. L’amore degli uni per gli altri fa vivere gli uomini, e l’ha compreso quando ha visto le figlie della donna di cui ha dovuto portar via l’anima, salvate, accudite e profondamente amate da una donna che per loro non è niente.

E così l’angelo può dispiegare le ali, e tornare in cielo in una colonna abbagliante di luce.Parco Ventaglio (Medium)Parco Ventaglio (1) (Medium) Parco Ventaglio (2) (Medium)Parco Ventaglio (4) (Medium)

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  1. il tuo racconto è bello e commovente, purtroppo però il genere umano e cattivo, egoista, superbo, guerrafondaio, arrivista, ipocrita etc, etc, e chi più ne ha più ne metta.
    Di anime caritatevole e sensibili al dolore dell’umanità ce ne sono poche.
    Il discorso sarebbe troppo lungo, meglio fermarsi qui.
    Carmen

  2. Chissà quanti angeli incontriamo lungo il nostro cammino e non ce ne accorgiamo nemmeno!

    Piumino,ti ricordi un gioco che si faceva da ragazzi con cinque noccioli di pesca?

    • Ciao Marina!
      E’ un racconto che non si trova in un romanzo, ma indipendente. Tempo fa (15 anni se non ricordo male) è uscito come un libriccino in supplemento a La Repubblica. Io ho questa edizione. Prova a vedere qualche raccolta di racconti di Tolstoj… O anche in rete forse lo trovi!

  3. Pingback: Waterloo – 200 anni dopo | 12mq

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