Turchia on the road 8 (riflessioni sul tempo, ad Afrodisia)

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Afrodisia (12) (Medium)E vi pare che se rompo tanto con i miei racconti di viaggio in Turchia qua sul blog, mi possa limitare nella vita reale?

Eh no! E infatti a lungo non ho potuto parlare di altro, con aria odiosamente trasognata, e solo adesso, dopo più di un mese dal rientro, riesco a considerare le cose con il distacco necessario per evitare di tediare a oltranza lo sventurato altrui capitato a tiro. Però qualche coraggioso sembra aver apprezzato la mia logorrea entusiasta, e si è addirittura lanciato nel porre qualche domanda, del tutto ignaro o incurante del rischio in cui poteva incorrere.

La domanda più ricorrente è stata senz’altro: quale luogo ti è piaciuto di più? Che sarebbe come dire: ti piace di più il gelato al cremino o la sfogliatella, il tiramisù o la crostata? Beh insomma, non si può proprio dire, perchè ogni luogo ha le sue caratteristiche, la sua magia e la sua anima, e sfugge pertanto alla possibilità di stilare una fredda classifica, di essere ridotto all’essenziale.

Quando però chiudo gli occhi e rievoco le molte emozioni di questo viaggio, non posso fare a meno di ricercare la sensazione provata nello stadio di Afrodisia di CariaAfrodisia (11) (Medium)Attraversato il sito, si arriva allo stadio percorrendo una vasta spianata incolta, punteggiata di cardi e di cespi di acanto, finchè in mezzo alla vegetazione non si apre un varco, e attraverso di esso si vede uno dei lati curvi della struttura: e avvicinandosi ci si rende conto che le gradinate sono praticamente intatte, come i due archi di accesso alle estremità della pista, e buona parte dei muri perimetrali.

Ricordo distintamente che, continuando a camminare e oramai al limite dello stadio ho pensato: non può essere così, non può essere tutto così… E invece mano a mano che lo stadio si apriva come un ventaglio davanti ai miei occhi increduli, ho realizzato che sì, poteva essere tutto così, un edificio di quasi duemila anni fa. In cui si può entrare e camminare e correre pure, e se qualcuno tagliasse un po’ quell’erba che ingombra la pista si potrebbero fare entrare ancora i carri per le corse e i gladiatori per le lotte che si tennero davvero al suo interno in epoca tardoantica. Ma non c’erano i 30.000 spettatori che lo stadio poteva contenere: dentro c’eravamo solo noi e un silenzio irreale sospeso in alto fra il frinire delle cicale e il trapassare del vento. Afrodisia (14) (Medium)Rapiti. Siamo stati rapiti per almeno un’ora da questo spettacolo. Abbiamo potuto staccarcene solo perchè il tempo è tiranno e c’erano tante altre cose da vedere.

Ma la sensazione provata stando là dentro è assolutamente indimenticabile: la prospettiva temporale che si dilata e si accorcia come una fisarmonica, tanto vicino sembra il passato e tanto lontana ormai la vita che si è svolta contro lo sfondo, rimasto quasi immutato, di questo luogo.

Le vite. Multiformi e diverse di chi ha potuto vedere le gare nello stadio ancora fiammante, chi ha spogliato l’edificio per riutilizzarne le pietre, chi ha pascolato le pecore là dentro magari senza rendersi nemmeno conto di dove si trovava.

Riecheggiava nella mia memoria una frase di Marguerite Yourcenar, che tentando di contare le generazioni che la separavano da Adriano le immaginava come poche decine di mani scheletriche attraverso cui passa il testimone della storia.

Afrodisia (15) (Medium)Afrodisia (3) (Medium) Afrodisia (5) (Medium) Afrodisia (6) (Medium) Afrodisia (7) (Medium)Afrodisia (8) (Medium)Afrodisia (16) (Medium)E deserto era anche il teatro: anch’esso incolto, profumato e selvaggio, e anch’esso capace di nascondersi e di svelarsi poi subitaneamente a sorpresa, solo a chi sia disposto a compiere una ripida salita in mezzo ai colori delle erbe di campo, senza badare all’inganno delle strade lastricate e delle prospettive di colonne che si perdono impercettibilmente fino al nulla fra le distese di capperi che divorano strisciando frammenti di architravi, fregi e colonne.

Ed eccoli lì, poco distanti, gli occhi solo apparentemente vuoti di quelle poche generazioni che ci separano dal passato. Un muro di maschere, certo parte della decorazione del teatro stesso o di un altro edificio ad esso collegato: dei ed eroi, concubine vanitose e vecchi lenoni, fanciulle in fiore e giovani paladini. La tragedia e la commedia mescolate insieme da una mano irriverente, come se fosse davvero possibile rimescolare le carte con un soffio e scardinare ruoli e trame che la tradizione vuole già prestabiliti. Se si avvicina l’orecchio alla loro bocca, si sente forse un qualche sussurro? E se tutto passa, lasciamolo passare.

Afrodisia (9) (Medium)

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