Montale e l’agave

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Pubblicata nel 1925, la prima raccolta poetica di Eugenio Montale, Ossi di seppia, dipinge lirica dopo lirica il paesaggio della riviera ligure con i suoi impetuosi venti che spazzano la superficie del mare, il ribollire delle acque in tempesta, gli insetti che popolano la macchia mediterranea, il sole che abbaglia e brucia. E’ un mondo arido e impietoso, in cui appiono solo rari barlumi di speranza. Gli oggetti si fanno simbolo dello scorrere implacabile del tempo e della vana ricerca di senso.

L’agave su lo scoglio

O rabido ventare di scirocco
che l’arsiccio terreno gialloverde
bruci;
e su nel cielo pieno
di smorte luci
trapassa qualche biocco
di nuvola, e si perde.
Ore perplesse, brividi
d’una vita che fugge
come acqua tra le dita;
inafferrati eventi,
luci-ombre, commovimenti
delle cose malferme della terra;
oh aride ali dell’aria
ora son io
l’agave che s’abbarbica al crepaccio
dello scoglio
e sfugge al mare da le braccia d’alghe
che spalanca ampie gole e abbranca rocce;
e nel fermento
d’ogni essenza, coi miei racchiusi bocci
che non sanno più esplodere oggi sento
la mia immobilità come un tormento.

 E’ ispirandosi alle poesie di Ossi di seppia che Guido Peyron realizza nel 1932 il Ritratto del poeta Montale, attualmente esposto a Palazzo Strozzi nell’ambito della bella mostra Anni Trenta. Arti in Italia oltre il Fascismo. Il poeta è rappresentato seduto in una terrazza aperta sul mare, il cui azzurro placido, campito uniformemente, fa da sfondo all’intera composizione. A sinistra, al di là della balconata, compare un esemplare di Agave americana, ben riconoscibile dalla forma delle foglie e dalla lunga e caratteristica infiorescenza. E’ la seconda volta che incontro un’agave in un’opera pittorica: se nel dipinto Il lago Averno di Jakob Philipp Hackert la pianta si inseriva compiutamente in un idillico paesaggio classicistico, in questo caso la sua presenza costituisce una sorta di alter ego del poeta, che proprio all’agave si paragona nella lirica L’agave su lo scoglio. La pianta si fa simbolo di impotenza e disperazione, abbarbicata alla roccia nel tentativo di sfuggire alla furia del mare e incapace di produrre fiori.

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