Il secolo che ha rivoluzionato la botanica

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E’ avvincente come un romanzo il saggio La confraternita dei giardinieri di Andrea Wulf. L’autrice prende le mosse da una constatazione statistica: la maggior parte degli inglesi ha la mania del giardinaggio. I vivai spuntano ovunque, le riviste specializzate inondano le edicole, ogni casa ha almeno un angolo di giardino… e le conversazioni non possono prescindere dalla fioritura dell’ortensia o dall’esposizione da riservare alla peonia! Ma da che cosa deriva questo fervore, che non ha eguali nelle altre nazioni europee? Le sue radici (è proprio il caso di dirlo) affondano nel Settecento, quando i primi pionieristici esperimenti di Thomas Fairchild, vivaista di Hoxton, rivelarono la natura sessuale della riproduzione delle piante e la possibilità da parte dell’uomo di manipolarne la fecondazione, realizzando ibridi e dettando tempi e modalità. Allora, l’Inghilterra non era certo un paese all’avanguardia nell’arte dei giardini: la moda era imposta dalla Francia e dall’Italia, e il giardino formale, con i suoi spazi rigidamente scanditi e le sue leziose geometrie, imperversava, mentre chi avesse voluto acquistare piante rare e pregiate avrebbe dovuto rivolgersi ai famosi vivaisti olandesi.

Ma i tempi stavano per cambiare. L’interesse suscitato dagli ibridi di Fairchild in un’epoca assetata di progresso e di scoperte scientifiche, e la concomitante espansione dell’impero britannico nel Nuovo Mondo avrebbero fatto il resto. Il libro rievoca con sapienti pennellate il contesto culturale delle Londra settecentesca, attraverso le storie degli uomini protagonisti della “rivoluzione botanica”: Peter Collinson, commerciante di tessuti e appassionato orticoltore, con la sua curiosità iniziò a richiedere ai conoscenti e successivamente ad importare sistematicamente semi e talee dalle colonie dell’America settentrionale, raccolti selezionati catalogati e impacchettati amorevolmente da John Bartram. In quegli stessi anni, Philip Miller dava alle stampe il suo Gardeners Dictionary, che sarebbe divenutopresto la Bibbia di tutti i giardinieri del tempo: una guida alla realizzazione e al mantenimento dei giardini, alla scelta delle piante e alla loro cura, accessibile anche a chi non conoscesse il latino, la lingua scientifica dell’epoca. Il libro segnò così profondamente un’epoca che anche il borioso Carl Linnaeus, ideatore del rivoluzionario sistema di classificazione del mondo vivente su cui si basa tuttora la tassonomia di animali e piante, avrebbe passato quasi tutta la vita a convincere Miller a utilizzare la nomenclatura binomiale nelle successive edizioni dell’opera. La rocambolesca spedizione dell’Endeavour, capitanata da Cook ma mossa dall’entusiastica energia (e dal denaro) di Joseph Banks avrebbe infine riportato a Londra le meraviglie botaniche dei Mari del Sud e dell’Australia.

Storie di amicizie e dissapori, collaborazioni e invidie, successi e sconfitte: il risultato fu la nascita del cosiddetto giardino all’inglese, in cui la geometria lascia spazio al libero accostamento di colori, altezze e forme e le regole cedono il passo alla meraviglia e all’emozione. Il giardiniere è come un pittore, foglie e fiori sono i suoi pennelli e i suoi pigmenti. Piante oggi diffusissime e ormai naturalizzate in Europa, come la betulla, la magnolia, la camelia, la callicarpa, il cipresso bianco, il diospero, l’eucalipto, furono trasportati a mezzo nave dall’America, dall’Asia e dall’Oceania all’Inghilterra, con tutti i rischi connessi al viaggio – salsedine, roditori, attacchi nemici, tempeste – e poi amorevolmente coltivati in modo che potessero vegetare e fiorire lontane dalla loro terra. L’emozione della scoperta di terre sconosciute, il meraviglioso spettacolo offerto dalla loro flora e dai loro paesaggi si intrecciano con gli sforzi compiuti da questi uomini per comprendere e classificare con rigore scientifico un mondo che stava divenendo di giorno in giorno incomparabilmente più vasto e multiforme. Un grandioso affresco storico, da leggere tutto d’un fiato.

 

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