I sassi viventi (ma più zampe di elefante): Lithops

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Lo scorso anno ad agosto, durante uno dei miei primi acquisti (il terzo, e ufficialmente il primo acquisto compulsivo), ho comprato tutte insieme ben 16 piantine diversissime fra di loro, dal Gymnocalicium baldianum di cui ho già parlato, a diverse Opuntie ed Euphorbie (coming soon). Il set che ho composto comprendeva anche due Lithops, della medesima imponderabile specie. Questo genere, originario dell’Africa meridionale, è facilmente riconoscibile (ma lo stesso non si può dire delle diverse specie in esso raggruppate) dalla forma caratteristica, da cui deriva il nome (dal greco lithos=pietra e opsis=aspetto: non so perchè, a me ricordano piuttosto delle zampe di elefante): il fusto si trova in genere sotto la superficie dal terreno, da cui emergono invece due foglie accoppiate per ciascun esemplare. Le foglie hanno una superficie superiore piana di forma semiovale, piuttosto scabra al tatto e fornita di “finestre” funzionali alla fotosintesi clorofilliana, mentre la parte inferiore si sviluppa come una sorta di cono con la punta rivolta verso il basso. Al momento della fioritura, dalla fessura fra le due foglie fuoriesce dapprima una linguetta, che poi diventa il fiore: nel mio caso sono emersi ben presto due fiori di un giallo brillante, con petali lunghi e sottili.

Al termine della fioritura, la fessura fra le due foglie ha iniziato ad aprirsi, e da lì sono emersi due nuovi esemplari per ogni pianta, mentre le vecchie foglie si seccavano piano piano, e regredivano fino a scomparire. Ecco la foto della trasformazione compiuta: l’esemplare che già possedevo è a destra, mentre a sinistra c’è un nuovo vasetto con diversi Lithops di specie diverse, che ho acquistato all’inizio di aprile mentre già erano in metamorfosi. E’ inquietante, lo so, a tratti orripilante. Queste foglie carnose che si aprono e ne fanno fuoriuscire altre, voglio dire. Se comprate un Lithops, sapevatelo: vi troverete in casa un mutante. Un alieno.

In tutto ciò, i vasetti in cui le piante erano contenute iniziavano a farsi piccini rispetto alle dimensioni dei mostri. Tuttavia, ero molto combattuto: avrei voluto trapiantare i Lithops per farli stare meglio, visto che iniziavano a dare veramente segni di insofferenza. D’altra parte, l’operazione, già abbastanza rischiosa di per sè (e di piantine ne ho già perse per trapianti sbagliati), mi sembrava particolarmente perigliosa in piena fase vegetativa. Alla fine è stata necessaria una decisione salomonica di fronte all’imminente catastrofe: infatti, alcune delle vecchie invece di seccare stavano marcendo, contagiando anche le nuove foglie in formazione. Trapianto d’urgenza, o bene bene o male male. E così è stato: ho scelto una bella ciotola capiente in cui ho sistemato tutti i Lithops in mio possesso, in modo che basti anche per future metamorfosi. Ho approfittato per dare maggior spazio anche a due minuscoli Lithops che erano nati (probabilmente da qualche seme rimasto nella terra al vivaio) nel primo vasetto: si intravedono sulla destra. Speriamo bene!

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